Dono

marzo 21st, 2014 by eratestimone
(Intervento a InMovimento, 21/3/2014)
[0- I rischi del dono]
Dono è una parola bellissima, che ha a che fare con il dare, con la gratuità, la sovrabbondanza e dunque con la vita.
Ma il rischio è che si crei una retorica anche un po’ stucchevole del dono, che alla fine ne neutralizza la straordinaria potenzialità di fare nuove le cose, di immettere la vita nel mondo attraverso il ‘di più’ dell’eccedenza che esprime.
Vorrei dunque usare questi pochi minuti per offrirvi una riflessione che possa fare da antidoto alla sterilizzazione del dono attraverso la retorica, e all’utilizzo ideologico di questo luogo di grandezza dell’umano.
Ideologico perché fa finta di non vedere che anche nel dono c’è un trucco, un rischio, un veleno. Il dono può diventare il cavallo di troia del ricatto emotivo, il gancio per la costruzione di una lealtà che poi arriva a voler ingabbiare la libertà dell’altro, il cemento di un patto non detto che getta un’ipoteca sulla relazione.
Può anche essere lo specchio per un io narcisistico, che ama contemplare gli effetti della propria magnanimità e non si cura se gli altri ne restano umiliati.
Per evitarlo, tre antidoti:
[1- consapevolezza del debito e umiltà del dono]
Il primo è il fatto che chi dona non lo faccia perché ‘ha tanto da dare ed è generoso’, o perché il dono è nobile, ma perché sa di essere a sua volta in debito. Noi prima di tutto esistiamo perché siamo stati donati, abbiamo ricevuto la vita.
‘Bisogna essere poveri per apprezzare la gioia di donare’ (George Eliot, Middlemarch, 1874). Tutti, penso, lo abbiamo sperimentato: i poveri sono molto più generosi dei ricchi nel dare.
Chi sa di essere povero è il primo a essere grato per il fatto di trovare qualcosa da offrire. Come l’obolo della vedova.
Che è comunque sempre insufficiente, mai risolutivo, una goccia nel mare.
Solo se chi dona sa di essere a sua volta in debito il dono perde il suo lato utilitaristico, che è sempre in agguato:
‘Il dono di uno stolto non ti gioverà, perché i suoi occhi bramano ricevere più di quanto ha dato? Egli darà poco, ma rinfaccerà molto; aprirà la sua bocca come un banditore. Oggi darà un prestito e domani richiederà; uomo odioso è costui.’ Siracide, 20, 14-15.
~ Il dono non è dunque mai solo il ‘mio’ dono, ma è sempre un con-dono. Posso donare perché ho ricevuto; nel mio dono c’è ciò che io possiedo grazie a ciò che altri mi hanno donato. Per questo posso a mia volta donare con larghezza e libertà.
~ Donare non è elargire, ma entrare in relazione. Siamo capaci di donare se siamo capaci di ricevere. Il dono, soprattutto quello inaspettato, bisogna saperlo accogliere: Goethe usava dire che nella vita viaggia felice chi viaggia con due borse, una per dare, l’altra per ricevere. Se non sappiamo ricevere non possiamo dare. Se non abbiamo una borsa vuota siamo troppo pieni di noi stessi e il nostro dono sarà sempre un po’ avvelenato.
[2- relazionalità allargata del dono e sbilanciamento verso il non ritorno]
Il dono non è un laccio solo se esce dal circuito io-tu e si apre a una gratitudine allargata, che libera tutti dal ricatto del controdono.
Dono perché ho ricevuto, e dono ad altri che a loro volta doneranno ad altri. Che non ridoneranno a me.
È libero, e generativo, un dono che esce dall’aspettativa del contraccambio.
Arturo Paoli, in una meditazione che si trova anche in rete (luogo pieno di doni!) usa una metafora preziosa per comprendere questo movimento: l’immagine della fontana. L’acqua della fonte rinfresca, rallegra e dà vita solo se scorre. Il dono dell’acqua lo accogliamo veramente se la facciamo circolare, non se la riportiamo alla fonte.  Se l’acqua torna indietro diventa stagnante e marcisce. Morta e tossica anziché viva e generativa.
Dono veramente se non mi aspetto un ritorno per me, ma spero in una ricaduta che metta un circolo eccedenza, a beneficio di altri, che non conosco.
[3- il perdono come paradigma del dono]
Per questa rinuncia al tornaconto la forma più alta, il vero paradigma del dono è il perdono.
Che è per-dono. Un dono che viene offerto proprio là dove l’altro non solo non è promessa di restituzione, ma ha anzi anticipato un’offesa, una ferita, un male che ci colpisce a sangue, a volte a morte.
Senza perdonare e essere perdonati non si può vivere (Panikkar).
Il perdono è la forma più alta di dono, perché la più disinteressata e faticosa. Chi perdona rinuncia a vendetta, orgoglio, persino giustizia e riesce ad amare chi gli ha fatto del male, quindi il nemico.
È il bene che vince il male, che dà all’altro una possibilità di rinascita, che rinnova anche noi, al di là della nostra stessa speranza, in questo movimento controistintivo e antiprotettivo.
Un movimento che non è frutto di un calcolo, ma di cui ci stupiamo persino di essere capaci.
~ Soltanto se siamo disposti a perdere tutto possiamo ricevere, inaspettatamente, in cambio.
Perché, secondo la verità paradossale che caratterizza l’umano, e come recita un proverbio indiano più volte richiamato da Gandhi e da altri dopo di lui, ‘all that is not given is lost’.
Chi vuol salvare e trattenere perderà, chi è disposto a perdere salverà.
Lasciar andare è il movimento della vita. Solo se sappiamo donare siamo vivi e generativi.

Un anno di Papa Francesco

marzo 10th, 2014 by eratestimone

(Riporto qui di seguito il testo di una intervista che ho rilasciato a Enrica Lattanzi per il Settimanale della mia diocesi)

1. Cosa dire di questo primo anno di pontificato di papa Francesco?

Il 13 marzo 2013 stavo arrivando a Roma, e dal treno avevo saputo della fumata bianca. Tra quella e l’uscita del nuovo pontefice, successore di Benedetto XVI dopo il suo gesto così umile, coraggioso e profetico insieme, è passato un bel po’ di tempo e speravo davvero di poter arrivare in piazza San Pietro, ma non ce l’ho fatta. Saputo però, in collegamento telefonico con mio marito che era lì, il nome del nuovo Papa sono letteralmente esplosa in lacrime di gioia: sapevo chi era Jorge Mario Bergoglio dato che la Caritas di Como, con l’allora direttore don Battista Galli, aveva costruito proprio a Buenos Aires un centro polifunzionale per i giovani della ‘villa miseria 21′, uno dei quartieri più poveri della periferia. Il parroco, padre Pepe, tanto ci aveva parlato dell’arcivescovo di Buenos Aires! Un uomo sobrio e rigoroso, vicino alla gente, che si spostava solo con i mezzi pubblici o a piedi (quando nella Lumen Fidei al n. 9 scrive ‘la fede vede nella misura in cui cammina’ non sta solo proponendo una metafora!), coraggioso nel sostenere le denunce ai narcotrafficanti: un ‘pastore con l’odore delle pecore’.  Ricordo che quella sera, sulla carrozza della metropolitana dove mi trovavo, ho tenuto un piccolo comizio ai compagni di viaggio che si domandavano ‘ma chi è questo Bergoglio?’, assicurando a tutti che lo avrebbero amato. Ed è stato così! Dopo appena un anno, il Papa pressoché sconosciuto, venuto ‘dall’altra parte del mondo’, ha conquistato i cuori di credenti e non credenti, riempie la piazza San Pietro con ogni condizione metereologica, ha superato i 10 milioni di follower su Twitter. Ma, soprattutto, ha rotto lo schema del ’si è fatto sempre così’ e ha dato inizio a quel processo di rinnovamento radicale della chiesa che Benedetto XVI ha sentito così urgente da accelerarlo col suo ‘passaggio di testimone’.
2. Dopo la pubblicazione di una video-intervista realizzata con uno smartphone da un pastore evangelico alcuni giornalisti hanno detto che papa Francesco li sta costringendo a ripensare il loro mestiere… In che modo leggere e interpretare la grande capacità comunicativa del Santo Padre, il suo desiderio di entrare in relazione diretta con le persone?

Molto semplicemente Papa Francesco ha rimesso al centro della comunicazione la persona. Non importa passare dall’intervista sul quotidiano, dalla finestra del palazzo apostolico, dalla telefonata o dal tweet: la comunicazione è autentica quando è riduzione di distanze, costruzione di prossimità. È questa fedeltà al nucleo antropologico originario della comunicazione (che non è trasmissione di messaggi, ma prima di tutto incontro, accoglienza, accorciamento delle distanze e allargamento di ciò che ci accomuna, del communis) che la rende così autentica, così potente. E che, giustamente, mette in crisi le routines consolidate, comprese quelle professionali.
La scelta stessa di stare a Santa Marta, in mezzo ai preti, e di operare in modo collegiale, mantenendo i contatti con la realtà circostante e col mondo intero, è veramente emblematica di una chiesa che cammina col suo popolo, e di una concezione dell’autorità come servizio.
3. In che modo egli riesce a rendere fresco e rivoluzionario un messaggio che però si inserisce pienamente nel Vangelo, Magistero, nella tradizione della Chiesa?

Il messaggio del Vangelo ė in sé un messaggio rivoluzionario. È il messaggio dell’ ‘avete sentito… ma io vi dico’, della carità che supera la giustizia, delle beatitudini, degli ultimi che saranno i primi… Papa Francesco, a cominciare dalla scelta del nome, ha  mostrato un’opzione chiarissima per il rinnovamento della chiesa: partire dagli ultimi, farsi educare dai poveri. La sua prima uscita ufficiale a Lampedusa è stata altamente simbolica in questo senso. E poi il modo di comunicare è fondamentale: nell’era della sovrabbondanza di parole e immagini, l’unico messaggio credibile è quello della parola incarnata, della testimonianza. E Papa Francesco è certamente un testimone, che ci indica la via col suo esempio, con i gesti, con la vicinanza affettuosa a tutti. Per questo le sue parole sono così credibili e capaci di toccare i cuori. È la rivoluzione dell’autenticità, che altro non è che fedeltà alla verità delle origini.
4. La sua provenienza “dall’altro capo del mondo” ci sta aiutando ad allargare l’orizzonte dei problemi e anche la modalità di affrontare temi tradizionali: per esempio, la particolare sensibilità ai temi delle povertà e delle “periferie esistenziali”, così come sulla questione dei matrimoni in difficoltà è impossibile non pensare alle fatiche che affliggono il tessuto sociale e familiare in America Latina… oppure i recenti appelli sulla tratta di esseri umani, con particolare riferimento ai minori: come non pensare al dramma dei desaparecidos e dei figli rubati nell’Argentina della dittatura… oppure dialogo fra cristiani e interreligioso sembra assumere sfumature nuove rispetto alla ritualità cui siamo abituati in Europa… mi sembrano significativi anche l’internazionalizzazione del collegio cardinalizio… Ma pensiamo anche all’attenzione per la questione femminile… Quale lettura dare di tutto questo?

Papa Francesco è il primo Papa non europeo. Questo ha un significato profondo, perché in un mondo ormai globale bisogna uscire dal provincialismo, dall’eurocentrismo e adottare uno sguardo aperto al mondo. La chiesa è mondiale e i problemi sono molto diversi nelle diverse parti del mondo. Cosa significa, per esempio, parlare della famiglia oggi? In Europa (e negli USA) non nascono più bambini e ci stiamo avvitando sulle questioni del gender e sui diritti puramente individuali. Problemi che in America Latina, in Africa, in Asia sono molto lontani dalla vita delle persone. Lì, casomai, i problemi riguardano le gravidanze precoci, la scarsa assunzione di responsabilità dei padri, la scarsa scolarizzazione e la povertà non solo materiale… Un Papa che viene da un altro continente può avere uno sguardo paterno più capace di cogliere le fatiche e le sofferenze di figli così diversi, e lavorare, in modo collegiale e scegliendo persone che lo possano aiutare in questo difficile compito, per affrontare le sfide della contemporaneità senza cedere alla ‘dittatura del dato di fatto’ ma anche sapendo ascoltare la realtà, con la capacità di discernere ciò che può essere rimesso in discussione.
A proposito della femminilità bello l’invito, rivolto alle suore ma in realtà a tutti, a essere ‘madri’ (che generano) e non ‘zitelle’ (che lasciano passare la vita tra il ‘non ancora’ al ‘non più’): siamo generativi! Lui certamente lo è.
5. Il Papa, proprio nell’ultima delle interviste rilasciate, vuole che non si scada nella mitizzazione della sua persona… Egli non è un supereroe ed è convinto che prima o poi il papafrancescanesimo si raffredderà… Le udienze e gli incontri con lui, però, al momento sono ancora molto partecipati: come accogliere la sollecitazione a non renderlo un mito ma a fare quello che lui ci dice?

Purtroppo le persone hanno bisogno di idoli: sono rassicuranti, hanno una funzione consolatoria, ma non producono nessun cambiamento, anzi. Di qualche tempo fa è un graffito sui muri di un vicolo romano, che ritraeva Papa Francesco come Superman. Ma non è questo il modo in cui lui vuole essere percepito!
Ricordo che durante una celebrazione della GMG a Rio invitò i giovani ad applaudire per Gesù, non per lui. Il suo esercitare con determinazione il ruolo, evitando con decisione il protagonismo, è veramente esemplare: e speriamo che, un po’ alla volta, educhi altre persone in posizione di responsabilità ad assumere lo stesso atteggiamento. In fondo il Papa, come ogni prete, è un ‘medium’: un facilitatore, che mantiene e alimenta la relazione tra i fedeli e Dio padre. Non può essere oggetto di venerazione personale, idolo: deve invece farsi anello di congiunzione, finestra su altro da sé, simbolo dell’amore che ci lega al Padre. Ed è esattamente quello che sta facendo Papa Francesco.
6. Ci sono parole e immagini che ti sono rimaste particolarmente impresse e che ti sembra possano aiutarci a capire papa Francesco e le sfide che, come cristiani, siamo chiamati ad affrontare insieme a lui?

Certamente le immagini del viaggio a Lampedusa, con la celebrazione così simbolica sull’altare fatto con lo scafo di una barca affondata e il richiamo a farci custodi dei nostri fratelli, combattendo la globalizzazione dell’indifferenza.
Poi la lavanda dei piedi a Castel del marmo, fatta alla ragazza musulmana: un gesto che mostra la potenza e la libertà dell’amore, più forte di ogni steccato costruito dagli uomini. E ancora il bacio al malato di fibrosi policistica, col volto e le mani sfigurati dalla malattia: nell’intensità di quella espressione, insieme di compassione, di affetto paterno, di sofferenza per le sofferenze di quell’uomo ho visto l’icona della misericordia che, letteralmente, è ‘lasciarsi toccare il cuore’. Il suo invito a non avere paura della tenerezza ha trovato in quel bacio l’espressione più toccante. E, infine, la ’selfie’ coi ragazzi in piazza San Pietro: un messaggio senza parole per dire: sono con voi, siamo dalla stessa parte.
7. Come va interpretata la sovraesposizione mediatica di papa Francesco? Nei prossimi giorni verrà addirittura lanciata una rivista monografica sul pontefice. Il primo mese avrà una tiratura da 3 milioni di copie! Una scommessa editoriale importante in un’epoca di crisi del settore, da parte di un gruppo – Mondadori – che altrove sta tagliando e che investe cifre importanti solo in presenza di un sicuro rientro. La spettacolarizzazione a tutti i costi – con l’estrapolazione ad arte di frasi e parole del papa – non rischia di trasformare il “magistero” in “aforismi da cioccolatino”? Di ridurre la profondità del magistero a una superficialità un po’ new age?

Prendersi una responsabilità vuol dire anche accettare un rischio. Ma Papa Francesco anche su questo ė stato chiaro: meglio una chiesa incidentata che ingessata, aveva dichiarato nell’intervista a Civiltà Cattolica. Il suo attivo impegno per riformare la chiesa, la sua vicinanza costante alla vita del suo ‘popolo’, la sua catechesi quotidiana fatta di parole ma anche di gesti che riducono le distanze hanno certamente esercitato grande attrazione sui credenti ma anche sui non credenti. Il rischio è quello di fermarsi alla superficie, di trasformare in slogan le parole di verità, in idoli i simboli, sterilizzandone la dimensione spirituale profonda, che è quella che mette in movimento, che genera la conversione e l’autentica comunione.
Se da una parte meglio che si parli del Papa piuttosto che di personaggi che fanno vendere i giornali per i loro atti discutibili, è anche vero che sarebbe un peccato non cogliere nella sua pienezza questa occasione di rinnovamento, fermandosi alla superficie e a un’emotività appagante, o a un’assunzione solo esteriore di ciò che deve invece diventare forza di reale cambiamento.
In ogni caso, a un anno di distanza, ciò che personalmente sento con grande intensità è una immensa gratitudine, per quella ‘fantasia dello Spirito’ che ci ha spiazzato ancora una volta, con il dono di Papa Francesco.

L’homme digital dans le monde globalisé

marzo 8th, 2014 by eratestimone
Nous vivons désormais dans un monde complexe, où local et global sont inséparables et se définissent l’un l’autre. Un monde qui est aussi ‘mixte’, étant donné que la dimension matérielle et la dimension digitale de nos existences sont toujours plus liées et dans la continuité l’une de l’autre, plutôt qu’en opposition : de là, la définition de la contemporanéité comme ‘condition post médiale’ où les médias ne sont plus des ‘instruments’ que l’on utilise, mais font partie intégrante de nos ‘environnements’ d’expérience, de relation, d’organisation. Des lieux qu’il faut habiter et rendre habitables.
Dans l’ère digitale, le processus de globalisation aussi fait un pas en avant, et le réseau se prête bien à soutenir, connecter, alimenter les flux de personnes, d’informations, d’argent, de mobilisation politique, d’initiatives économiques. De nouveaux entrelacs entre enracinement à un lieu et à une histoire d’un côté et ouverture au global et aux différences de l’autre prennent forme, alors que de graves inégalités et de lourdes formes d’exclusion subsistent et souvent s’accentuent. Les processus doivent être gouvernés et orientés, sans se cacher les difficultés et les pressions politiques et économiques exercées par les états et par les entreprises globales pour optimiser profit, surveillance, contrôle.
La question est alors : quelles sont les nouvelles possibilités de contribution que le monde digital global peut ouvrir aujourd’hui ? Quel apport les chrétiens peuvent-ils offrir à l’émergence d’un paradigme anthropologique alternatif à celui de l’individualisme poussé qui a caractérisé la phase expansive de l’économie et sa production collatérale d’une ‘humanité de rebut’?
De quelle manière la logique ascendante (bottom-up), horizontale, décentralisée et relationnelle du réseau peut-elle soutenir ce nouveau paradigme pour donner un visage humain aux processus de globalisation ? Que signifie être des êtres humains au temps de la globalisation et de la digitalisation ? Que veut dire vivre une ‘vie bonne’ dans l’ère digitale globale ?
La référence spécifique à la dimension communicative permet de retrouver un avantage par rapport à la ’société du spectacle’ basée sur la prédominance du broadcasting, et à un village global marqué par une accessibilité perceptive plus favorable à une rhétorique de la pitié à distance (individuelle) qu’à des formes de solidarité et de mobilisation efficaces pour la réduction des inégalités.
Dans le ‘village digital’ on peut répondre à la globalisation de l’indifférence par une nouvelle proxémique des relations, également digitales. La communication devient réduction des distances, comme l’a écrit le Pape François dans le message pour la 48e  journée mondiale des communications sociales.
Cette centralité de la rencontre, du ‘prendre soin de’, de la reconnaissance, peut devenir le substrat anthropologique de nouvelles formes de socialité et aussi de production économique basées sur la relationnalité, la contribution, le convivialisme. Une fraternité non pervertie est possible uniquement si l’on passe de ‘regarder’ (accessibilité perceptive) à ‘garder’ (s’arrêter, laisser que l’on nous rencontre, prendre soin).  A la question « Suis-je le gardien de mon frère? » (Genèse 4,9) le moi relationnel réponds ‘oui’. A partir de cette anthropologie renouvelée, qui alimente avec la tradition chrétienne le nouvel environnement digital, une société enfin générative est possible : une société qui sait libérer le désir de sa réduction à la jouissance ; qui sait mettre au monde quelque chose pour lequel il vaut la peine de dépenser sa propre vie ; qui sait en prendre soin ; qui, au final, sait aussi laisser aller, cassant le circuit stérile du processus en transmettant à d’autres un héritage qu’ils sauront à leur tour régénérer.

Commento al Messaggio x 48 GMCS: Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro

gennaio 23rd, 2014 by eratestimone
1) Nella società della comunicazione, paradossalmente la comunicazione è un problema: le possibilità aumentano, ma la sua realtà sembra diminuire; le parole rischiano l’insignificanza, ma anche i gesti non sono privi di ambiguità. Come rigenerare allora, oggi, quella capacità di comunicare che così profondamente ci costituisce, dato che l’essere umano è essere-in-relazione?
Il messaggio per la 48a GMCS ci indica una via: quella dell’incontro.
2) Nella comunicazione di Papa Francesco, oramai lo sappiamo, i gesti sono eloquenti, e le parole sono programmi di azione.
Non si tratta quindi di sostituire il gesto alla parola, di passare dalle parole ai fatti, di sostituire alle belle parole i bei gesti. Sia le parole che i gesti possono essere di per sé ambivalenti, strumentali, violenti sotto le apparenze.
Parole e gesti comunicano pienamente quando si illuminano a vicenda, quando si incontrano davvero; e soprattutto quando tendono nella stessa direzione: la costruzione di prossimità.
3) ‘Incontro’ è una delle ‘parole programmatiche’ delle parole-gesto più presenti (circa 30 volte) nella Evangelii Gaudium. Essa ci attrezza anche al dialogo con la cultura contemporanea, proponendo il modello dell’apertura, dell’uscita da sé, dell’andare verso l’altro, della gratitudine e della comunione come luogo della bellezza e della pienezza dell’umano, al posto di quelli dell’autonomia, dell’autosufficienza, dell’autoreferenzialità, dell’individualismo, dell’io idolo di se stesso, così diffusi e così incapaci di realizzare le loro promesse di felicità e libertà.
L’incontro è sempre incontro di altri e di altro. È sempre un’uscita da sé per far spazio ad altri. È il contrario dell’autoreferenzialità.
L’incontro dice la natura relazionale dell’essere umano: ‘la persona vive sempre relazione. Viene da altri, appartiene ad altri, la sua vita si fa più grande nell’incontro con altri’ (LF 38).
4) A partire da questa dimensione fondamentale dell’umano, Papa Francesco ci offre almeno tre indicazioni chiare per interpretare/abitare il mondo contemporaneo, dove i media, in particolare quelli digitali, sono così pervasivamente presenti; per aiutarci, ci presenta poi un’icona sintetica del cristiano comunicatore, da meditare e dalla quale lasciarsi guidare.
le tre indicazioni:
- Innanzitutto ‘la comunicazione è in definitiva una conquista umana più che tecnologica‘. La tecnologia può facilitare od ostacolare, ma non ci determina. Il tecnologico agevola la connessione (riduce le distanze) ma non crea di per sé comunione e prossimità: la libertà, l’iniziativa, la disponibilità a entrare nella reciprocità dell’incontro ne sono condizioni indispensabili.
Se il primato ė dell’antropologico sul tecnologico, ogni determinismo è da rifiutare: la rete non ci rende più socievoli, né più soli. Non usiamola quindi come alibi o come capro espiatorio di responsabilità che sono invece nostre.
- Secondo: ‘capire la comunicazione in termini di prossimità’: dire che  la comunicazione non è prima di tutto trasmissione di contenuti, ma riduzione di distanze è una piccola rivoluzione copernicana rispetto al senso comune. Non sono le strategie, il marketing, gli effetti speciali che fanno la comunicazione. È superare ciò che ci divide, far crescere ciò che ci è comune (communis); ė farsi reciprocamente dono di sé (cum-munus).
Comprendere la comunicazione come prossimità, e non come trasmissione (che può avvenire più tranquillamente a distanza) ha profonde implicazioni anche su educazione, formazione, istruzione, catechesi.
Ma riduzione delle distanze non è semplice accessibilità: non basta ‘vedere’ per sentirsi prossimi. Nel villaggio globale è facile sentirsi appagati della ‘retorica della pietà a distanza’. È solo fermandosi, facendosi carico, prendendosi cura che ci si fa prossimi. Lasciandosi interpellare, commuovere, toccare il cuore fino a modificare i nostri progetti per abbracciare l’altro che ci chiama. E risvegliare così la nostra umanità: l’incontro, la prossimità, l’ospitalità sono infatti parole di reciprocità, dove dare e ricevere sono inseparabili: incontrando il volto dell’altro posso riconoscere il mio volto più umano.
- Terzo: quando la parola e la vita sono in sintonia profonda, perché il cuore si ė lasciato toccare e trasformare dall’incontro (la fede nasce sempre da un incontro, EG 7), il comunicatore è autorevole. La testimonianza, ovvero la parola incarnata, porta calore e bellezza su tutte le strade, anche quelle digitali.
Un messaggio che non scaturisce da noi, se non nel senso che ne siamo stati ‘fecondati’; né è mosso da un dover essere, bensì da una bellezza e una gioia grandi che non possiamo tenere per noi: essere cristiani ė condividere. E in questo, la logica del web è più un aiuto che un ostacolo.
Il fatto, poi, che in rete il corpo non c’è, non produce per forza disincarnazione delle relazioni. Se siamo capaci di accarezzare, siamo capaci anche di ‘carezze digitali’.
5) E infine qualche riflessione a partire dal buon samaritano, che per il Papa ‘è anche una parabola del comunicatore’: chi comunica, infatti, si fa prossimo.

~ Il sacerdote e il levita hanno mancato l’incontro. Hanno contribuito alla ‘globalizzazione dell’indifferenza’, alla ‘banalità del male’. Non commettendo un atto malvagio,  ma girando la faccia, distogliendo lo sguardo.
Non fermarsi era, certo, un loro ‘diritto’. C’è sempre una ‘buona ragione’, un alibi per passare oltre: le nostre urgenze, i nostri doveri. Forse il sacerdote doveva correre al tempio per celebrare una funzione. Non fermandosi ha magari onorato il suo ruolo, ma non la sua umanità.
Si può essere vicini, ma disconnessi. Si può parlare in un modo e agire in un altro. Non sono certo online e offline che frammentano le nostre vite!
~ Il samaritano non è certo un ‘tecnico’, uno specialista: tra chi lo ha preceduto sulla strada, era forse il meno ‘titolato’ a esercitare una funzione. Tuttavia, si sa che nel vangelo sono proprio i samaritani (considerati stranieri e nemici) che spesso Gesù porta a esempio. Chi conosce il dovere, le regole, le leggi non necessariamente agisce di conseguenza. Non bastano il sapere, o il prestigio sociale, a renderci capaci di comunicare, tantomeno umani: un monito per la ‘chiesa dei funzionari’, ma anche per i giornalisti (e gli intellettuali) e il loro mondo non certo immune dall’autoreferenzialità.
~ I giornalisti devono decidere da che parte stare: il mondo è ferito e si possono mostrare per ‘diritto di cronaca’ queste ferite con pretesa di neutralità, di obiettività, passando subito oltre.
O, peggio, si può essere i briganti che malmenano la realtà, la distorcono, non si curano delle conseguenze delle loro azioni e delle loro parole pur di trarre un vantaggio personale.
Oppure si può essere il  samaritano, che guarda con benevolenza il ferito, lo accarezza, cerca di aiutarlo come può, e mette in moto altri, una catena contagiosa, sulla base della propria testimonianza.
Vedere e agire troppo spesso sono separati. È il cuore, che si lascia toccare, a riconnetterli e a restituirci la pienezza della nostra umanità. Il samaritano è l’uomo intero, prima di tutto: vedendo, agisce. E la sua azione è la risposta a una chiamata, non mero volontarismo.
È la compassione che converte, che cambia. L’incontro è un ‘inizio vivo’, come lo chiama Guardini. Un seme, un’occasione di pienezza dalla quale lasciarsi coinvolgere; una ‘partecipazione vitale’ all’amore di Gesù per noi: ‘così egli ama anche sospinto dal suo amore, e partecipa così a una pienezza di cuore che oltrepassa le possibilità pienamente umane’ (Guardini).
~ Prendersi cura dell’altro vuol dire trasmettergli con la sollecitudine il messaggio ’sono con te’, prima ancora che dirgli qualcosa con le parole. Significa praticare l’eccedenza e il ‘di più’ della gratuità, liberi dal rapporto costi-benefici, e a volte anche dal ‘buon senso’; significa essere disposti a mettere tutto quello di cui si dispone (il cavallo, l’olio e il vino, le monete per l’oste).
Solo così si potranno, con credibilità, mobilitare anche altri (l’oste) in una catena di solidarietà. Perché non siamo, né vogliamo essere, onnipotenti!
~ Prendersi cura delle ferite dell’altro vuol dire anche curare se stessi (tutti siamo feriti e prestando attenzione all’umano coltiviamo la nostra umanità): incontrare è verbo di reciprocità, come ospitare. Non c’ė elargizione magnanima, ma circuito vitale di dare e ricevere. Cura viene da ‘cor urat’, scalda il cuore. Stando insieme, tutti si scaldano. Ciascuno prende e da, dona e riceve. Trasformando l’altro in prossimo non siamo ‘buoni’: siamo vivi.
~ Solo l’uomo intero è veramente libero: dalle classificazioni sociali (amico/nemico), dagli stereotipi. Libero di far essere la suprema forma di vicinanza laddove l’obiettività dei fatti e la forza delle convenzioni traccerebbero un confine invalicabile: un samaritano che soccorre un giudeo sarebbe, oggi, come un palestinese che soccorre un israeliano. Ci vuole grande libertà per un gesto come questo.
~ La libertà che si lascia coinvolgere non è quella dell’eroe, ma è la libertà della tenerezza, che si prende cura e ‘ripara’ anche ciò che altri hanno ferito. Una libertà per l’altro e con l’altro; una libertà eccedente, con ‘olio  per le ferite e vino per l’allegria’; e con il profumo della grazia.
Un’immagine che si lascia illuminare dalle parole della Evangelii Gaudium (87):
‘Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio. In questo modo, le maggiori possibilità di comunicazione si tradurranno in maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti. Se potessimo seguire questa strada, sarebbe una cosa tanto buona, tanto risanatrice, tanto liberatrice, tanto generatrice di speranza!’

La Bibbia e twitter

giugno 9th, 2011 by eratestimone

La parola poetica e la narrazione sono ambiti straordinari di comprensione di sè e  del mondo e di apertura all’infinito; ambiti che nella Bibbia trovano espressione suprema.

E se la Bibbia non può stare nei 140 caratteri di un tweet, il cinguettio può accendere una curiosità che magari riesce a trasformarsi in desiderio. Come ha suggerito Mons. Ravasi in una recente intervista  (http://www.adnkronos.com/IGN/News/CyberNews/Chiesa-card-Ravasi-portero-la-Bibbia-su-blog-e-twitter_312107355894.html):

”E’ importante fare conoscere la Bibbia. Anche utilizzando gli strumenti comunicativi dei giovani: come Twitter, i siti Internet. Attraverso una frase o una parola dominante in un brano, come carita’, amore, dolore, perdono, s’invoglia a leggere tutto il passo”.   ”Leggere la Bibbia ha senso soprattutto oggi, anche per un non credente. Viviamo in tempi di superficialita’, approssimazione e, quel che e’ peggio, d’indifferenza, la grande malattia trionfante odierna. La Bibbia e’ la stella polare della nostra cultura”. ”Un grande testo etico ma anche estetico  perche’ e’ scritto benissimo. Ci sono le vicissitudini dell’uomo, l’amore, la guerra, la fratellanza, la poesie, il riso e le lacrime. Noi possiamo non osservarne gli insegnamenti, ma ci indica un senso, una storia. Aiuta a diradare la nebbia in cui viviamo”.

Solo attraverso la bellezza, che non esclude la rappresentazione del dramma della libertà, possiamo avvicinarci alla fede. Lo scriveva Flannery o’Connor, con parole che ancora ci provocano:

“Nulla garantirà il futuro della narrativa cattolica quanto la rinascita della tradizione biblica. Infatti la nostra reazione nei confronti della vita sarà ben diversa se ci hanno inoculato soltanto una definizione della fede, o se abbiamo tremato insieme ad Abramo che levava il coltello su Isacco” (in A. Spadaro, Flannery o’ Connor . Il volto incompiuto, Milano, Bur, 2011, p.17).

La neopolitica tra viralità e partecipazione

giugno 3rd, 2011 by eratestimone

Due premesse a quello che dirò: 1) credo si debba sempre diffidare delle realtà che si presentano come monocromatiche, nascondendo le sfumature; 2) non sono un’esperta di comunicazione politica, ma una studiosa della comunicazione e una cittadina a cui sta a cuore la questione del bene comune e la garanzia di spazi dentro i quali questa finalità possa essere elaborata, discussa e realizzata in modo partecipativo.

Entrambi questi motivi mi fanno prendere con cautela i risultati delle ultime elezioni amministrative, e credo che l’ubriacatura euforica dei primi momenti debba lasciare il posto a una riflessione capace di discernere, accanto ai semi di novità, anche gli elementi che vanno nella direzione di un’autentica partecipazione democratica, e quelli che invece, a dispetto delle apparenze, spingono nella direzione contraria.  Senza dimenticare la questione del “senso”, che per quanto rimossa dal dibattito è a mio avviso centrale.

Un contributo fondamentale a una diversa comprensione di quanto accaduto mi è venuta da una lunga conversazione con un gruppo di studiosi e intellettuali militanti di Bari, sostenitori attivi di Vendola nella prima campagna per il governo della regione Puglia, alcuni tuttora interni a SEL, ma profondamente delusi dalla piega che già in vista del secondo mandato, e ancor più nelle contingenze politiche attuali, la comunicazione del leader di Sinistra e Libertà ha assunto.

Provo a riassumere qualcuna di queste ragioni, offrendole come spunto alla riflessione per immaginare un percorso che è appena iniziato, e offrire un piccolo contributo di fronte a una potenziale capacità di cambiamento che non va sciupata. E a chi volesse approfondire consiglio il coraggioso e “parresiastico” saggio di Onofrio Romano, La fabbrica di Nichi. Comunità e politica nella postdemocrazia, Laterza Edizioni della Libreria, Bari 2011 (e dico”parresiastico” perchè gli effetti dell’aver espresso un parere dissonante e circostanziato su uno stile di fare politica che forse non è democratico come vuol sembrare si stanno già manifestando, rivelando un volto inedito della postdemocrazia digitale).

Sottolineo qui solo due delle tante questioni meritevoli di una riflessione seria.

La prima: il rapporto tra la rete e la realtà, senza la quale la politica diventa vuoto marketing delle idee e la partecipazione poco più che un “mi piace”. La rete funziona e dà il meglio di sè quando consente a mondi che esistono, o si formano, nei contesti dell’interazione e dell’impegno concreto di superare i limiti del proprio localismo, connettersi, elaborare anche nei luoghi smaterializzati del web discorsi e progetti da ritrasferire nei contesti reali, in una sinergia virtuosa tra materiale/immateriale, reale/virtuale, locale/globale, singolare/universale. In questo modo la rete può diventare veramente uno dei luoghi di elaborazione di una nuova politica della partecipazione. Peccato che questo richieda impegno e comporti lentezza. Molto più semplice cancellare i “corpi intermedi” e creare strutture leggere solo virtuali, che siano in realtà luoghi di comunicazione e non di elaborazione: luoghi di diffusione di una “viralità politica”  i cui contenuti sono decisi altrove, in modo non necessariamente democratico.

La seconda questione riguarda la personalizzazione estrema del leader, che è profondamente legata alla cancellazione efficientista dei corpi intermedi, e che apre uno scenario postdemocratico tutt’altro che attraente.

Siamo da troppo tempo abituati al leader maximo che parla direttamente al popolo attraverso i media, che sa usare benissimo. Non si vorrebbe che il passaggio di leadership fosse solo legato alla capacità di maneggiare meglio i nuovi media. E la viralità rischia di produrre, anzichè partecipazione contagiosa, solo “tecno-magie”, se “la rete non viene utilizzata per agevolare la sovranità del logos, bensì per amplificare a dismisura la forza del pathos” (Romano 2011:55).

Perchè nei contenuti è difficile, almeno per ora, vedere un cambiamento che vada al di là di un adattamento individualistico e improntato al “diritto al godimento” e che lascia intatta la cornice in cui le soluzioni vengono progettate. E non saranno le “fabbriche virtuali” a renderle democratiche.

Traiettorie della comunicazione nell’era digitale

maggio 26th, 2011 by eratestimone

Si è concluso da poco il convegno “Abitanti digitali”, e sono appena tornata da un altro interessante convegno internazionale, “McLuhan Galaxy”, organizzato dall’Università di Barcellona in occasione del centenario della nascita di McLuhan.

In entrambi i convegni si è parlato di web, ma sono rimasta molto colpita dal taglio eccessivamente “tecnoentusiasta” delle relazioni di Barcellona, in particolare di quella di Manuel Castells, giustamente considerato uno dei più acuti interpreti della “network society”. Castells continua a difendere l’idea di individualismo interconnesso e vede il network come una matrice di libertà e Internet come lo strumento tecnico che potenzia di per sè questa libertà: una delle sue affermazioni  che mi hanno colpito è “The more you use Internet, the more you become autonomous and viceversa” (“più si usa la rete e più si diventa autonomi, e viceversa”). Una sorta di determinismo tecnologico iperottimista che mi pare sottovalutare tante pressioni (culturali, economiche, tecnologiche) che pesano sul modo in cui le persone stanno in rete, e soprattutto sugli esiti di questo loro “soggiorno”….

Mi convinco sempre più che ormai le posizioni si polarizzano tra i tecnoentusiasti completamente acritici (e sono la maggior parte) e i critici apocalittici (una minoranza sparuta in via di estinzione), proprio perchè ci si colloca totalmente in un’ottica immersiva e immanente, da un lato ai dispositivi, dall’altro al clima culturale dominante. Forse si uscirebbe da questa falsa alternativa se solo si avesse il coraggio di adottare un punto di vista non totalmente immerso nelle logiche del dispositivo….

E anche le posizioni cosiddette “progressiste” (quale quella in cui Castells si identifica) sono in realtà perfettamente integrate alla mentalità corrente tecnoentusiasta, e non si capisce veramente di che “progressismo” stanno parlando.

Mi ha colpito anche il continuo uso e abuso di epressioni tratte dal linguaggio della fede. Un inglese molto brillante che ha fatto un bell’intervento sull’uomo post-tipografico e su come si trasforma la lettura dal “close reading” della cultura umanistica (la persona faccia a faccia con il libro) al “distant reading” della cultura post-tipografica (in cui viviamo immersi in un “real time stream” di dati…) parlava per esempio di “messianesimo del web”, solo perchè la rete coltiva l’apertura a un futuro inaspettato….

Rispetto a queste riflessioni, certamente interessanti ma difficili da ricomporre in una visione utile a interpretare il presente e soprattutto orientare l’azione, ciò che è emerso dal convegno di Macerata mi pare, anche dal punto di vista teorico, un passo avanti.

E mi sento anche, sulla base dei risultati della ricerca su “Identità digitali”, di confutare, almeno in parte, un’altra affermazione di Castells: “Social Network have no leader. If you are a leader, you will be cut off” (“I SN non hanno leader; se tu sei un leader, sarai tagliato fuori”). In realtà dalla nostra indagine è emerso chiaramente come nel contesto orizzontale del web prendono forma nuove forme di leadership “morbida”, basata su una autorevolezza riconosciuta all’interno del gruppo, e su una vicinanza e somiglianza percepita, all’interno di un rapporto orizzontale di reciprocità: qualcosa di molto simile, pur con le dovute differenze di contesto, a quegli “influenti” o “opinion leader” di cui parlava Lazarsfeld in Personal Influence a metà degli anni ‘50.

Sicuramente il tema della leadership e della ridefinizione del carisma nell’era orizzontale del web  non può essere liquidato troppo velocemente, e ci torneremo…

Le sirene e le campane

maggio 22nd, 2011 by eratestimone

Uno dei tanti spunti del convegno di Macerata riguarda  la necessità di rigenerare i linguaggi, compreso quello della tecnica, per valorizzare la loro capacità innovativa, creativa e poetica contro quella tecnica, dei dispositivi che alla fine ci risucchiano nelle loro configurazioni.

Sulla scorta di questo sforzo, che ha attraversato tutte le relazioni, propongo qui due delle metafore emerse, che possono essere utili per inquadrare i fenomeni e immaginare le direzioni di movimento.

La prima è quella delle “sirene del digitale”. Sirene che sono di due tipi: il canto della seduzione e il suono dell’allarme.

Sherry Turkle in Alone Together, cita una definizione della rete come “bottomless abundance”, come “abbondanza senza fine”: è quanto ritengono molti tecnoentusiasti, che pensano che la rete possa contenere  tutto, che non ci sia ormai più bisogno di altro. Con un immaginario che si nutre della religione negandola (o meglio, sacralizzando l’immanenza del web), si sussurra a tutti di cercare lì, sicuri di trovare. I richiami sono continui, i link ci guidano da un sito all’altro, e seguendo questo richiamo non possiamo che perderci, se non ci imponiamo un po’ di “silenzio digitale”: tappandoci le orecchie come Ulisse, ma anche semplicemente transitando su altri territori non virtuali.

La seconda sirena è quella dell’allarme: il web come luogo insidioso, costellato di paludi e sabbie mobili, di crepacci che ci possono inghiottire senza scampo; un ambiente dal quale è meglio stare lontani.

Nè le tecnoapocalissi nè i tecnoentusiasmi possono aiutarci ad abitare il web in un modo che valorizzi la nostra umanità e che lasci spazio alla nostra libertà.

Ma c’è un’altra voce che possiamo ascoltare; una voce che risuona anche nel web, ma che ha origine altrove; che risuona nei territori digitali, ma che apre nell’orizzontalità del web una finestra sull’infinito, su un oltre che il web non potrà mai contenere. Un “rintocco” che valorizza i “contatti” aprendoli alla verità che li fonda. La voce di quella campana, da sempre (come scrive Illich) “il manto della voce di Dio”, che oggi è la voce del testimone credibile.

Abitare il web

maggio 21st, 2011 by eratestimone
Oggi si è concluso il convegno “Abitanti Digitali”, che in realtà è stato molto più che un convegno: in una cornice di grande bellezza e in un clima di calda ospitalità, in una di quelle cittadine che sono il fiore all’occhiello dell’Italia per la loro configurazione “a misura d’uomo”, ci si è reincontrati a distanza di un anno da Testimoni Digitali per fare il punto della “situazione digitale”. Tante riflessioni sono emerse, ma soprattutto dei passi in avati nella comprensione del “nuovo contesto esistenziale”. Intanto i media sono ambienti perchè creano un luogo: dai media più antichi a quelli più recenti, abbiamo attraversato diversi “paesaggi mediali”, segnati da specifiche forme di abitare, per arrivare al paesaggio del web: che non è più, come i luoghi più tradizionali, segnato da un principio di intelligibilità, da un centro simbolicamente denso a cui tutte le strade conducono, ma da un’orizzontalità non gerarchizzata, dove l’unico principio di senso pare la navigazione individuale o, oggi in particolare, quella forma di “architettura dell’intimità” che sono i social network.
Per abitare questi spazi, cioè renderli umani, bisogna partire da questa orizzontalità e reciprocità, ma non fermarsi alle forme immediatamente disponibili. Come afferma Sherry Turkle, “meritiamo di più”. Il rapporto personale, la relazione, non è allora il “fine”, ma il “luogo” dove può accadere un incontro diverso, un incontro con una verticalità che buca la piattezza equivalente del web, e che fa risuonare una voce altra. La voce del testimone, in un rapporto che non può che essere personale, diventa l’invito a guardare oltre la relazione stessa, verso la verità che la fonda.
La tecnica, meraviglioso prodotto dell’ingegno umano che però, se assolutizzata, diventa un “dispositivo” che dispone di noi, può invece essere simbolo, eco di quella voce che continuamente ci parla della verità che ci costituisce. La tecnica può essere poesia.
Pieno di merito, ma poeticamente abita l’uomo, scriveva Holderlin.

Vite convergenti

maggio 12th, 2011 by eratestimone

Si avvicina l’incontro di Macerata, Abitanti Digitali, e in questi giorni si intensificano gli scambi di idee che ci hanno accompagnato in questi ultimi mesi, generando diverse ipotesi di lettura del “nuovo contesto esistenziale”.

Leggendo poi  “Alone together” di Sherry Tukle,  mi ha colpito il suo cambiamento di prospettiva dalle “vite sulle schermo” del libro precedente alle “mixed lives” di quest’ultimo. Così mi si è chiarita un’analogia, che condivido qui, tra la “convergenza mediale” di cui parla Jenkins (in Cultura convergente,  Milano, Apogeo, 2006) e una sorta di “convergenza territoriale” che i giovani abitanti della rete praticano come modalità esistenziale ormai consolidata.

Jenkins definisce infatti la convergenza mediatica, nella sua accezione più ampia, come “una situazione di coesistenza tra sistemi mediatici multipli, nella quale il flusso dei contenuti è fluido” (2006:345).

Come già rilevato nella ricerca presentata lo scorso anno a Testimoni Digitali, e come sta emergendo anche dai risultati del questionario online che presenteremo a Macerata, i giovani transitano in modo fluido tra territori di esperienza eterogenei, reali, virtuali ma anche sempre più intrecciati tra loro (reali e virtuali insieme).

Dalla convergenza mediale, resa possibile dal digitale e dalla compatibilità che esso consente, si è ormai passati alla convergenza esistenziale, come modalità caratteristica di abitare il web da parte dei nativi digitali…