Le fedeltà del nostro tempo

marzo 10th, 2010 by eratestimone

Fedeltà, fede, fiducia, hanno la stessa radice: fides (corda, legame): questo campo semantico articolato è la “casa” del testimone.
Nella nostra cultura l’unica fedeltà accettata come compatibile con la libertà pare la “fedeltà alla marca”, promossa dalla pubblicità (va bene cambiare il marito, ma non il fustino di detersivo), e i “lovemarks” rappresentano l’ultima frontiera del marketing: “Che cosa sono i Lovemarks? Sono quei marchi di prodotti a cui siamo legati da una relazione affettiva, da un rapporto che coinvolge tutti i nostri sensi, e che sono stati capaci di instaurare un senso di lealtà nell’acquirente, in grado di attrarci aldilà di ogni forma di razionalità, che sia economica o pratica”. E ancora: “Vantaggi di prezzo, servizio, qualità e design non sono più sufficienti per vincere. A determinare il successo di un’azienda, oggi, è ciò che i consumatori provano per essa, il legame affettivo che con essa stabiliscono. Questo fenomeno emotivo sta cambiando tutto”.
Tutto nasce da Kevin Roberts, amministratore delegato di una delle più grandi agenzie di pubblicità globali, il quale si è posto una domanda interessante: “Che cosa costruisce una fedeltà che va oltre la ragione? Che cosa consente a un vero amore di resistere?”. Una domanda non esistenziale, ma economica: e la risposta è “l’amore è ciò che consente di salvare la marca”. Da qui il concetto di lovemark, subito diventato un classico del marketing. Il lovemark è la nostra brand del cuore, quella che suscita “amore e rispetto”, e quindi fedeltà.
Ci sono tre ingredienti chiave del lovemark (che l’ideatore non esita a chiamare “la trinità”): mistero (grandi storie passate e future, miti e icone, riferimenti onirici…); sensualità (coinvolgimento di tutti i sensi); intimità (empatia,  passione, legame).
Per interessanti testimonianze sulle marche del cuore si possono vedere alcuni video http://www.lovemarks.com/video/212).

Questa, come altre che attingono dal linguaggio della spiritualità e della profondità esistenziale per applicarlo all’ambito del consumo, è un’operazione doppiamente demolitiva: da un lato banalizza e svilisce un linguaggio che si riferisce agli aspetti più preziosi dell’esistenza, facendolo rientrare nel regime delle equivalenze (dove tutto è lecito, purchè funzionale all’obiettivo); dall’altro satura questi campi semantici con la presenza piena della merce, come se essa potesse rappresentare la risposta al desiderio, come se non fosse necessario cercare nient’altro, oltre l’orizzonte ristretto dell’immanenza del consumo.

Senza sguardo

marzo 8th, 2010 by eratestimone

Stampa, televisione, cartelloni e internet ci immergono in un universo di presenze virtuali e seduttive in cui la donna è onnipresente. L’immaginario attivato e riprodotto da queste immagini è, nelle retoriche dominanti, quello della liberazione dai ruoli, della padronanza di sé, del libero gioco delle identità, della trasgressione e così via. Ma sotto questa crosta ideologica, troppo funzionale alla riproduzione di un sistema onnivoro (che divora ogni aspetto del reale e della vita, e lo ripropone poi come merce da consumare) per essere casuale, si può leggere un’inquietante analogia, che rivela il libertarismo contemporaneo come l’altra faccia, parimenti disumanizzante, del fondamentalismo.
Due immagini emblematiche, entrambe molto presenti sui media: la donna velata dal burqua, impermeabile allo sguardo e dunque incapace di restituirlo, murata nella sua invisibilità e incomunicabilità; la donna-manichino della pubblicità, perfetta nella sua femminilità di plastica, priva di espressione per poter assumere plasticamente qualsiasi espressione, priva di sguardo perché lo sguardo, lo sa bene il fondamentalismo islamico, è un connettore relazionale, genera un legame di reciprocità.
Il volto oscurato e il volto inespressivo sono entrambi un non-volto: la differenza è nella manifestazione, che è però epifenomeno di una stessa verità. L’essere umano di oggi è senza sguardo. La sua umanità è mutilata. La sua immagine è cancellata (dalla copertura di stoffa) o resa idolo, riempita dai significati della cultura dell’immagine e del consumo,  senza aperture. In entrambi i casi, non c’è spazio alcuno per l’individualità. la libertà, l’umanità.
Il primo caso è il più evidente: il fondamentalismo rompe la dialettica dubbio/certezza, e chiede adesione pura alla certezza indiscussa. Ogni affermazione di individualità, ogni sguardo di curiosità, ogni reciprocità comunicativa non può che rappresentare un potenziale pericolo. Negare lo sguardo (la visibilità ma anche la reciprocità) è un modo di tenere in schiavitù (diverso, ma non è questa la sede per parlarne, il discorso del hijab, che ha più a che vedere con il pudore, con le tradizioni, con l’esibizione di segni identitari).
Ma anche la nostra cultura rischia di produrre soggetti senza sguardo. Non perchè devono guardare una cosa sola, ma perché devono essere liberi di poter guardare tutto, e così non guardano niente: ogni fissazione dello sguardo potrebbe compromettere il libero gioco delle possibilità, potrebbe rendere, con una bella espressione di Lévinas, “ostaggio dell’altro”. Questi corpi senza sguardo sono anche corpi muti, chiusi nella loro ottusità e sordità a tutto ciò che è altro (che ne potrebbe rivelare l’aspetto grottesco). Pure presenze senza rinvio, sigillate, secondo una efficace espressione di Jean-Luc Nancy, in un “blocco stupido e soddisfatto di sé”.
L’immagine, allora, da possibile “icona” (come soglia verso una realtà che non può mai essere totalmente presente), diventa “monstrum”, ostensione violenta che non ammette altro fuori di sé, che esclude, con la propria arrogante esibizione di non senso, la possibilità stessa del senso. Una presenza piena, un coagulo di materia, un idolo che non rimanda ad altro tranne che a se stesso.
Lo scontro di civiltà si rappresenta oggi sul corpo della donna come esibizione di due estremi violenti: il senza-immagine (lo sguardo coperto) e il tutto-idolo (la presenza appagata di sé, lo sguardo che non guarda)
In entrambi i casi si può intravvedere un’operazione biopolitica: iscrivere nel corpo del soggetto la verità che si vuole affermare.
Come scrive Nancy, “la violenza è sempre un eccesso sui segni”: lavoriamo allora per sottrazione, rifiutando che qualsiasi immagine (anche quella agiografica ed edificante) si trasformi in idolo, in presenza piena, cieca e sorda a una verità che si nasconde sempre e che nessuno, per fortuna, può possedere.

Editoriale pubblicato su piuvoce.net:  http://www.piuvoce.net/newsite/articolo_opinionista.php?id=163

Testimonianza, tradizione e annuncio

marzo 7th, 2010 by eratestimone

Come ogni domenica, preferisco lasciare parlare la Parola piuttosto che scrivere parole mie. Oggi ho scelto il prologo del Vangelo di Luca, perchè mi pare che raccolga, in poche righe, molte indicazioni utili per la testimonianza: il rapporto con la tradizione, il raccogliere il racconto dei testimoni oculari, l’accuratezza del recupero delle fonti, l’annuncio a tutti gli uomini e le donne (i Teofili e le Filotee, potremmo aggiungere) che si sentono in amicizia con Dio:
“Poichè molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teofilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto” (Lc. 1, 1-4).

Il racconto del testimone

marzo 6th, 2010 by eratestimone

Nella staffetta il testimone è l’oggetto che viene passato dalle mani di un giocatore a quelle di un altro, e che alla fine solo uno porterà al traguardo, ma soltanto se i suoi compagni di squadra saranno stati bravi a passarglielo. La testimonianza è insieme individuale e collettiva. E’ il singolo testimone che si assume la responsabilità (di correre forte, in questo caso), ma può farlo anche perché la verità che ha conosciuto a sua volta gli è stata trasmessa, o perché ha potuto diventare sensibile alla verità grazie al fatto che tante persone (o magari anche una sola) conosciute nella sua vita lo hanno aiutato ad aprire gli occhi e il cuore.
Ciascuno di noi non è un’ isola, ma il filo di un tessuto. La nostra storia si intreccia con quelle di tanti altri, che hanno lasciato tracce nella nostra vita, senza le quali non saremmo le persone che siamo (anche se, da esseri liberi, non possiamo essere il semplice risultato delle tracce). E se dal tessuto si toglie anche un solo filo, questo si indebolisce, e si può lacerare.
Il testimone quindi parla da un intreccio di storie, e si rivolge ad altri: la testimonianza è doppiamente relazionale, all’indietro e in avanti, e attraverso il dono gratuito della narrazione e della parresìa rinsalda la trama degli intrecci, dei legami, dell’essere insieme, nutrendo questo legame di contenuti da condividere e da ri-raccontare.
In un mondo di individualismo che a volte rasenta il patologico mi piace pensare alla testimonianza come a una forma di individualità relazionale, che passa attraverso la libertà (scegliere di dire, o di fare, rivolti ad altri) e attraverso l’unicità della prospettiva che noi possiamo offrire della verità. Ciascuno di noi è un testimone irripetibile e imperdibile: come non esistono due impronte digitali uguali, così non esistono due testimonianze uguali della stessa verità (lo sa bene la giustizia, che cerca sempre di ricostruire i fatti basandosi su più testimonianze, consapevole insieme della verità e della parzialità di ogni testimonianza: anche quello giuridico è un campo semantico che può aiutare a meglio comprendere il significato della figura del testimone!)
L’individualità del testimone (fatta di libertà e responsabilità) non è perciò assoluta: è relazionale, mira a comunicare, a creare comunione, a condividere la buona notizia (o, nei casi drammatici che la storia ci ha consegnato, come l’olocausto, a condividere la cattiva notizia, per poter aprire gli occhi sulle atrocità di cui l’essere umano può essere capace, e non ripeterle).
Tante verità si conoscono solo grazie ai testimoni. E senza testimonianza siamo portati a non dare valore a ciò che ascoltiamo (chiunque abbia dei figli lo sa: solo testimoniando si è autorevoli).
E le testimonianze vanno raccolte e fatte durare, perché possano conservare nel tempo la loro capacità di promuovere il bene e combattere il male.
Da questo punto di vista il continente digitale rappresenta un luogo provvidenziale per lo scambio e l’”archiviazione” delle testimonianze, per condividere l’intreccio delle storie, per narrare creativamente attraverso linguaggi diversi, per salvare dalla caducità le narrazioni, per renderle recuperabili e di nuovo condivisibili, anche a distanza di spazio e di tempo.
Se riusciamo a pensare la rete non come un grande palcoscenico dei nostri “ego”, ma come un mondo di intrecci potenzialmente infiniti di storie che ci legano ad altri, riusciremo a rendere vivibile e umano il continente digitale.

Testimonianza e desiderio

marzo 5th, 2010 by eratestimone

Cosa muove il testimone? Da un lato il dovere di dire la verità che lo ha toccato, anche a costo di pagare uno scotto, anche contro il suo interesse. Ci capita quando ci rendiamo conto di non poter fare altrimenti, quando l’atto di testimoniare ci si impone quasi contro la nostra volontà, o comunque contro il nostro interesse immediato.
Ma il testimone è mosso anche dalla forza del desiderio. Questa parola, così bistrattata e banalizzata nella nostra cultura, va riscoperta.
Senza il desiderio non ci si muove, non si rischia, si vive una vita rattrappita. Il desiderio, in particolare il desiderio di infinito, è iscritto nel cuore di ogni essere umano, e ogni comunicazione che voglia coinvolgere l’essere umano (compresa quella della Chiesa) non può prescindere da questa componente ineliminabile. Una comunicazione che non si indirizza al desiderio e non è in grado di risvegliarlo non ha (tanto meno oggi, dove il criterio di verità è l’intensità) nessun appeal.

Lo ha capito bene il mondo della pubblicità e della cultura di massa, che però riduce (per alimentare i propri scopi, cioè il consumo), il desiderio ai bisogni, da soddisfare con “cose”.

Il desiderio autentico è rivolto a fuori di sé, ad altro, a qualcosa di grande che è in grado di muoverci e attrarci (de-sidera: dalle stelle).

Il bisogno è  invece la miniaturizzazione del desiderio in piccole voglie relativamente facili da soddisfare, rivolte a oggetti (o anche persone viste come oggetti), ma, in ultima analisi, a sé. Il desiderio è e-statico, ci porta fuori di noi e ci fa partecipi di una grandezza; il bisogno è autoreferenziale, è un’implosione del desiderio.

E, come è evidente nella società del benessere, la soddisfazione dei bisogni non genera alcuna felicità, ma solo la moltiplicazione dei bisogni stessi: alla sete di infinito si risponde con forme di “infinitazione”, di ripetizione e riproposizione di oggetti e obiettivi da raggiungere nel mondo dell’immanenza.

Testimonianza, parresìa e verità

marzo 3rd, 2010 by eratestimone

Parresìa è parlare con franchezza. Non con l’arroganza di chi, incurante degli effetti del proprio dire, spaccia per sincerità un parlare violento, spesso strategico e strumentale. Ma con l’umiltà di chi si sente in dovere di prendere la parola, per rendere giustizia a una verità che non è la sua, ma che anzi lo mette in una posizione scomoda. Una verità che ha toccato la sua vita, una verità conosciuta in un modo sempre parziale, una verità per comunicare la quale si è sempre inadeguati, ma che merita comunque di essere detta.
Quali siano i caratteri dell’autentica parresìa lo scriveva Foucault  richiamando il ruolo di questa virtù nel mondo classico (M. Foucault, Discorso e verità nella Grecia antica, Roma, Donzelli, 2005 (1983))
-    La parresìa esprime una relazione tra il parlante e ciò che viene detto: una relazione di sincerità  (“Il parresiastes è sincero nel dire la propria opinione”, p. 4)
-     Chi dice la verità si espone a un rischio:  “Se c’è una specie di ‘prova’ della sincerità del parresiastes, essa sta nel suo coraggio, nella disponibilità a correre un rischio e mettere a repentaglio la propria tranquillità o, in casi estremi, la propria incolumità”. “Il fatto che il parresiastes dica qualcisa di pericoloso – qualcosa di differente da ciò che la maggioranza crede – è una forte indicazione del fatto che egli sia un parresiastes” (p. 6).
-    Accettare di dire la verità significa tenere una specifica relazione con se stessi; essere disposti ad affrontare un rischio, una posizione scomoda, “invece di riposare sulla sicurezza di una vita in cui la verità resta inespressa”. Significa prendersi una responsabilità.
-    La parresìa è legata alla critica: la sua funzione non è dimostrare qualcosa a  qualcun altro, ma prima di tutto  “esercitare una critica: una critica dell’interlocutore, o anche di se stesso” (p. 8).
-    Per il parresiastes dire la verità è considerato un dovere, che egli sente anche quando è libero di stare zitto (sotto tortura non c’è parresia). La parresia ha a che fare insieme con la libertà e il dovere (che non si escludono di principio, come la cultura contemporanea tende a suggerire).
Il testimone non può che essere tale rispetto a una verità che lo ha toccato, che lo ha cambiato. Il testimone prende la parola per comunicare il modo unico e irripetibile in cui la verità gli si è manifestata, per condividere con altri ciò che ha potuto conoscere e sentire; per mettere in discussione i luoghi comuni che creano inerzie e spengono la libertà; per invitare gli altri a lasciarsi toccare dalla verità.

Abitare

marzo 1st, 2010 by eratestimone

Abitare è un modo di occupare uno spazio che ne assume i vincoli ma non ne resta ingabbiato; è un modo di collocarsi in un ambiente predeterminato, ma essere capaci di personalizzarlo, arricchirlo,  trasformarlo. Soprattutto, abitare è relazionale. E’ condividere uno spazio per poter svolgere delle funzioni, ma anche per il piacere di essere insieme, di gioire della varietà dell’umano, di celebrare, attraverso la convivialità, quella che De Certeau chiama “la festa dell’incontro con l’altro”.
Abitare vuol dire prendersi cura dello spazio, perché se ci si limita a sfruttarlo, ben presto non avrà più niente da regalarci. Vuol dire sviluppare una consapevolezza ecologica, di insieme, attenta agli equilibri e alle interdipendenze, alle conseguenze, nel tempo, delle diverse scelte; e poi prospettica, non limitata al qui e all’ora del mio esserci. Vuol dire lasciare a chi verrà dopo di noi un luogo migliore di come lo abbiamo trovato.
Pensare al futuro, ma anche ricordare: le nostre memorie sono sempre ancorate a uno spazio, e i luoghi sono teatri di ricordi multisensoriali (i suoni, le voci, gli odori, la luce…). Gaston Bachelard ha catturato in modo suggestivo la poetica dello spazio, sia di quello sconfinato dei grandi orizzonti, sia di quella “immensità intima” che è delimitata dalla casa (G. Bachelard, La poetica dello spazio, Bari, Dedalo, 1999).
Abitare vuole dire anche rendere abitabile ciò che apparentemente non lo è: lo spazio freddo della tecnica, la distanza dall’altro che pare insuperabile. Abitare è allestire uno spazio che può diventare comune, investendolo di significato e di attesa.
Possiamo abitare la rete?

Testimonianza e fraternità

febbraio 28th, 2010 by eratestimone

“Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama, è stato generato da Dio e conosce Dio.
Chi non ama, non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore”.
“Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo.
Se uno dice ‘Io amo Dio’ e odia suo fratello è un bugiardo.
Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.
E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello”
(1 Gv, 4, 7; 4, 19-21)

La violenza sulla rete

febbraio 27th, 2010 by eratestimone

Non si può non farsi delle domande di fronte all’ultimo caso del gruppo contro i bambini down su Facebook, e alla clamorosa decisione del tribunale di Milano di condannare tre dirigenti di Google per la pubblicazione su Youtube, nel 2006, del video, girato col telefonino, di un ragazzino disabile picchiato e sbeffeggiato dai compagni di scuola.
Al di là della reazione immediata, che può essere di indignazione, di amarezza, di rabbia o altro, e prima di pensare a quale “punizione esemplare” infliggere ai responsabili, forse bisogna domandarsi su quale terreno culturale germogliano questi frutti disumani. E’ inutile scandalizzarsi, infatti, quando il clima che si respira è quello dell’ossessione identitaria e del rifiuto dell’alterità, vista come minaccia, disturbo, o al massimo utile capro espiatorio per ricompattare un “noi” che non esiste.
Su questo sfondo culturale si innesta poi una questione generazionale. Nella società liquida, mobile, del rischio, dove i riferimenti sono stati decostruiti e tutti possono andare dove vogliono – peccato che non sanno cosa volere – l’ansia del fallimento, e soprattutto l’angoscia dell’irrilevanza, dell’invisibilità, del non essere sociale è fortissima. Il gesto delirante diventa allora un modo per dimostrare a se stessi e agli altri che si esiste, per far parlare di sé, per rendersi visibili anche a chi non vuole guardare. E la rete, oggi, rappresenta un palcoscenico ideale per attirare l’attenzione, anche nel dissenso: pare che la maggior parte degli iscritti al gruppo contro i bambini down fosse lì per protestare, ma questo non ha fatto che aumentare la visibilità, assecondando lo scopo…
La cosa che personalmente più mi rattrista non è tanto l’uscita delirante, quanto il vuoto di una generazione cresciuta a videogame e incapace di distinguere tra la realtà e la finzione, tra l’eccitazione del gesto estremo e le sue conseguenze. E’ triste quello che si intuisce: il vuoto di relazioni, il senso di irrilevanza esorcizzato dall’atto di violenza verbale, o di bullismo, la mancanza di empatia e, probabilmente di una “memoria corporea” di contatti rassicuranti, di un calore relazionale che non si può restituire se non lo si è sperimentato.
Forse l’antidoto all’esibizione delirante di sé attraverso la violenza della parola e del gesto non è la punizione, ma l’educazione: ex-ducere, condurre fuori dalle proprie angosce che si tramutano in violenza distruttiva o autodistruttiva. Portare fuori dall’illusione di poter vincere la paura attraverso deliri su palcoscenici mediatici, e “dentro” la realtà calda, anche se spesso faticosa, delle relazioni con chi è diverso da noi. Prossimità e realtà, nelle sue facce molteplici che non finiscono mai di stupirci e di farci trovare tesori là dove non ce li aspettiamo, sono, forse, la via da tentare.