“Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama, è stato generato da Dio e conosce Dio.
Chi non ama, non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore”.
“Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo.
Se uno dice ‘Io amo Dio’ e odia suo fratello è un bugiardo.
Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.
E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello”
(1 Gv, 4, 7; 4, 19-21)
Archive for febbraio, 2010
Testimonianza e fraternità
domenica, febbraio 28th, 2010La violenza sulla rete
sabato, febbraio 27th, 2010Non si può non farsi delle domande di fronte all’ultimo caso del gruppo contro i bambini down su Facebook, e alla clamorosa decisione del tribunale di Milano di condannare tre dirigenti di Google per la pubblicazione su Youtube, nel 2006, del video, girato col telefonino, di un ragazzino disabile picchiato e sbeffeggiato dai compagni di scuola.
Al di là della reazione immediata, che può essere di indignazione, di amarezza, di rabbia o altro, e prima di pensare a quale “punizione esemplare” infliggere ai responsabili, forse bisogna domandarsi su quale terreno culturale germogliano questi frutti disumani. E’ inutile scandalizzarsi, infatti, quando il clima che si respira è quello dell’ossessione identitaria e del rifiuto dell’alterità, vista come minaccia, disturbo, o al massimo utile capro espiatorio per ricompattare un “noi” che non esiste.
Su questo sfondo culturale si innesta poi una questione generazionale. Nella società liquida, mobile, del rischio, dove i riferimenti sono stati decostruiti e tutti possono andare dove vogliono – peccato che non sanno cosa volere – l’ansia del fallimento, e soprattutto l’angoscia dell’irrilevanza, dell’invisibilità, del non essere sociale è fortissima. Il gesto delirante diventa allora un modo per dimostrare a se stessi e agli altri che si esiste, per far parlare di sé, per rendersi visibili anche a chi non vuole guardare. E la rete, oggi, rappresenta un palcoscenico ideale per attirare l’attenzione, anche nel dissenso: pare che la maggior parte degli iscritti al gruppo contro i bambini down fosse lì per protestare, ma questo non ha fatto che aumentare la visibilità, assecondando lo scopo…
La cosa che personalmente più mi rattrista non è tanto l’uscita delirante, quanto il vuoto di una generazione cresciuta a videogame e incapace di distinguere tra la realtà e la finzione, tra l’eccitazione del gesto estremo e le sue conseguenze. E’ triste quello che si intuisce: il vuoto di relazioni, il senso di irrilevanza esorcizzato dall’atto di violenza verbale, o di bullismo, la mancanza di empatia e, probabilmente di una “memoria corporea” di contatti rassicuranti, di un calore relazionale che non si può restituire se non lo si è sperimentato.
Forse l’antidoto all’esibizione delirante di sé attraverso la violenza della parola e del gesto non è la punizione, ma l’educazione: ex-ducere, condurre fuori dalle proprie angosce che si tramutano in violenza distruttiva o autodistruttiva. Portare fuori dall’illusione di poter vincere la paura attraverso deliri su palcoscenici mediatici, e “dentro” la realtà calda, anche se spesso faticosa, delle relazioni con chi è diverso da noi. Prossimità e realtà, nelle sue facce molteplici che non finiscono mai di stupirci e di farci trovare tesori là dove non ce li aspettiamo, sono, forse, la via da tentare.
La politica neo-tribale
giovedì, febbraio 25th, 2010“La politica si sta spostando dai vecchi moduli di rappresentazione secondo la delega elettorale verso una nuova forma di coinvolgimento comunitario, spontaneo e istantaneo in tutti i campi decisionali. In una cultura tribale del ‘tutto-subito’, la nozione di pubblico come un agglomerato differenziato di individui frammentari, tutti dissimili, ma tutti capaci di agire fondamentalmente allo stesso modo, come ingranaggi meccanici intercambiabili in una catena produttiva, è sostituita da quella di società di massa, in cui la diversità personale è incoraggiata, mentre allo stesso tempo ognuno reagisce simultaneamente e reciprocamente ad ogni stimolo”. Lo dichiarava McLuhan, in una celebre intervista rilasciata, da provocatore qual era, a Playboy alla fine degli anni ‘60. Ma le cose sono poi così diverse oggi?
Il testimone e gli idoli
mercoledì, febbraio 24th, 2010Il testimone aiuta a smascherare gli idoli, il tentativo della nostra cultura di inscatolare l’infinito nel finito e vendercelo. Il testimone denuncia gli “idoli muti”, che promettono una risposta al nostro bisogno di bellezza, di amore e di infinito, ma lo sfruttano a vantaggio di pochi, proponendo modelli e beni di consumo sempre nuovi (sostituendo l’”infinitazione” – l’infinita ripetizione del sempre nuovo, ma in fondo sempre uguale – alla ricerca dell’infinito), promettendo libertà e felicità, ma alimentando, alla fine, rassegnazione, sfiducia e cinismo.
Le raccomandazioni di S. Paolo sono dunque ancora oggi attualissime
“Voi sapete infatti che, quando eravate pagani, vi lasciavate trascinare senza alcun controllo verso gli idoli muti” (1 Cor 12,2).
“Verrà il giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutandosi di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole. Tu, però, vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero” (2Tim 4, 3-5).
Identità e fraternità nel mondo digitale
martedì, febbraio 23rd, 2010La cultura contemporanea è ossessionata dall’identità, e ogni ossessione rivela, in realtà, un’insicurezza. Delle due dimensioni dell’identità (l’individuazione: sentirsi unici, e l’integrazione: sentirsi parte) la nostra cultura privilegia la prima, mentre i vari fondamentalismi (quelli religiosi, ma anche quelli laici) la seconda. In entrambi i casi sono evidenti le derive: scindere queste due dimensioni anziché integrarle, e sacrificare una delle due a beneficio esclusivo dell’altra; fondarle su un piano esclusivamente immanente (la terra, il sangue, il colore della pelle, dei valori spesso intesi come muri divisori e feticci di cui non si sa poi nemmeno rendere ragione) oppure su una trascendenza radicale e strumentalizzata a fini politici.
La questione dell’identità, per non produrre derive patologiche, va coniugata imprescindibilmente con quella dell’alterità, sia orizzontale (gli altri che mi costituiscono, che mi hanno lasciato delle tracce, che hanno fatto sì che io sia quello che sono) sia verticale (l’Altro che mi ama, il Dio Padre nel cui amore siamo fratelli).
Come cristiani nel continente digitale, dobbiamo ridefinire la questione dell’identità non come contrapposta, e quindi monolitica, piena, ottusa e difensiva, ma come intrinsecamente costituita dall’alterità e quindi aperta, accogliente, relazionale e dialogica. Il modello dell’identità ci è offerto dalla Trinità, che costituisce il nostro paradigma relazionale: unità nella diversità, unità dinamica in relazione e comunicazione.
La coscienza che l’alterità è costitutiva dell’identità è il contributo preziosissimo che i cristiani possono portare in un mondo segnato da sterili e ideologiche contrapposizioni, scontri di civiltà che sono in realtà scontri di inciviltà, fondamentalismi (religiosi e laici) disumanizzanti. Un contributo ad alimentare quella fraternità senza la quale la libertà diventa violenza e l’uguaglianza totalitarismo.
L’apertura all’alterità è sia orizzontale, e fonda la fraternità, che verticale, e fonda la fede in Dio Padre. Come scrive De Certeau: “Mai senza l’altro” (www.anobii.com/testimonidigit/books).
E non è un caso che in un mondo segnato dall’ossessione dell’identità e dal rifiuto dell’alterità anche Dio sia visto come una minaccia per la libertà dell’essere umano.
Come promuovere una costruzione relazionale dell’identità, che sia insieme consapevolezza di sé, fedeltà alla propria storia e apertura all’altro (con la “a” minuscola, e anche con quella maiuscola) è una delle sfide che il testimone, oggi, non può non raccogliere.
La forza debole del testimone
domenica, febbraio 21st, 2010Il testimone non è un eroe che trae da sé la propria forza, ma un essere pienamente umano, e dunque anche limitato e fragile, che riceve la forza per testimoniare proprio dall’affidarsi, che è il movimento contrario all’affermare se stessi. Solo in questo movimento può aver luogo la testimonianza, come ci insegnano le scritture.
“Quando vi porteranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi di come o di cosa discolparvi, o di che cosa dire, perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire” (Lc 12, 11-12).
“Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicchè tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere” (Lc 21, 14-15).
“Non spetta a voi conoscere tempi e momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1, 7-8).
“E pregate anche per me, affinchè quando apro la bocca mi sia data la parola, per far conoscere con franchezza il mistero del Vangelo, per il quale sono ambasciatore in catene, e affinchè io lo possa annunciare con quel coraggio con il quale devo parlare” (Ef 4, 19-20).
“Ed è lo spirito che dà testimonianza, poiché lo Spirito è la verità
E la testimonianza è questa: Dio ci ha donato la vita eterna, e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio, ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita” (1 Gv, 5,6; 5, 10-12).
Il testimone non è un supereroe: fragilità del testimone
sabato, febbraio 20th, 2010Il testimone, in quanto essere umano, è fragile: la tentazione di autoassolversi di fronte all’errore, alla mancanza, all’omissione o quella di usarle la testimonianza a proprio vantaggio, e quindi tradire il mandato è sempre presente. Per fortuna il Vangelo ci offre, accanto a tutto il resto, un repertorio così vasto di situazioni possibili e “sceneggiature” di momenti critici della vita quotidiana (a volte sotto forma di domande a Gesù, a volte sotto forma di racconto e parabola, a volte attraverso la vita stessa dei discepoli) che riusciamo sempre a identificare la situazione che assomiglia alla nostra, e a trovare una risposta alle nostre domande, alle nostre inquietudini e una possibile via di uscita ai nostri fallimenti.
Il testimone non è l’eroe immacolato immune dalla debolezza e dall’errore. Persino Pietro ha rinnegato Gesù, non una ma tre volte. E questo, nonostante fosse stato avvisato (al che il suo orgoglio aveva avuto il sopravvento: quante volte, a proposito del male che vediamo negli altri, diciamo di noi stessi “figurati se io…”).
Il testimone sa che deve vigilare per preservare la purezza della propria testimonianza. Il testimone sa anche chiedere perdono se è venuto meno a questo compito, e ciò lo rende di nuovo degno. Anzi, spesso i testimoni più grandi sono quelli che hanno conosciuto la sofferenza, la debolezza, il male (da san Paolo a S. Agostino a S.Francesco).
In ogni caso, l’errore del testimone non dimostra l’inautenticità della verità testimoniata, ma solo la fragilità di chi, pur volendola testimoniare, la tradisce.
Ma soprattutto, proprio perchè conosce prima di tutto la propria fragilità, il testimone non è un giudice, ma sa coltivare la generosità verso gli altri. Come scrive Ricoeur (“Dio non è onnipotente”, in La logica di Gesù, Testi scelti a cura di E. Bianchi) compito del testimone è alimentare la generosità nei confronti “di coloro che hanno fatto un’altra scelta, e anche nei confronti della condizione umana, che viene considerata con benevolenza anziché essere scrutata con sospetto. Direi che per me la testimonianza dell’evangelo è lo sguardo di benevolenza sugli sforzi e sui fallimenti delle società umane, lo stesso sguardo che ha avuto Cristo sulla peccatrice. Si, per me essere testimone dell’evangelo significa avere questa attitudine di compassione e di indulgenza per la fragilità umana”.
Testimonianza e discernimento
venerdì, febbraio 19th, 2010Il testimone è capace di discernimento, non è un “registratore”: il suo sguardo non è uno scanner, ma un canale di sollecitudine, un modo di avvicinarsi alla realtà e comprenderla, alle persone e farsi tramite delle loro storie.
Il testimone è critico (da krìno = distinguo). Non è soggetto al “dovere di informazione”, non soggiace al “diritto di cronaca”, nè seleziona per compiacere qualcuno.
L’indicazione per essere buoni testimoni ci viene da S. Paolo, quando dice : “esaminate ogni cosa e tenete ciò che è buono” (1 Tess, 5, 21)
La centralità antropologica del testimone
mercoledì, febbraio 17th, 2010In questo cammino di preparazione al convegno, oltre che riflettere sulle trasformazioni e le caratteristiche dell’ambiente digitale in cui siamo immersi, mi pare importante mettere a tema la ricchezza delle implicazioni che la figura del testimone suggerisce. Ve ne propongo alcune, in modo molto sintetico, come spunti per ulteriori elaborazioni e riflessioni comuni. Il ruolo del testimone ha infatti una ricchezza potenziale enorme e un valore programmatico che può essere culturalmente fondamentale, per credenti e non credenti, perchè a che fare:
- con la verità: il testimone prende la parola per dire ciò che sa essere vero (parresìa) , perchè lo ha conosciuto e vissuto
- con la responsabilità: il testimone si prende la responsabilità nei confronti del vero di cui si fa portavoce, e delle persone alle quali testimonia. Potrebbe tacere, ma parla, anche se non è nel suo interesse, anche se non ne trae alcun vantaggio, anzi…
- con la valutazione: il testimone sceglie ciò che ha valore da trasmettere, e lo interpreta; la sua testimonianza non è casuale, non “registra” i fatti, ma riconosce dei significati e dei valori
- coi sensi: il testimone ha visto, ha ascoltato, è stato presente; ha mangiato lo stesso cibo e respirato la stessa aria di coloro dei quali parla.
- con l’azione: il testimone decide di non tenere per sè quello che ha visto, ma di farne lo stimolo per un’azione comunicativa, per una narrazione, per un annuncio
- con la relazione: il testimone condivide, crea socialità attorno alla condivisione della conoscenza di quanto accade
- con la politica: il testimone può dare avvio a una mobilitazione collettiva che si interfacci con le istituzioni e offre il suo contributo di conoscenza e interpretazione
- con il tempo: il testimone è custode di ciò che ha visto e ascoltato, non lascia cadere nell’oblio ciò che accade, difende la memoria come luogo che ci impedisce di commettere sempre gli stessi errori; oggi, il testimone non soggiace alla voracità della rete, che nella velocità e nella sovrabbondanza non gerarchizzata di novità continue rischia di deformare il nostro rapporto col tempo
- con il riconoscimento: il testimone si espone col suo volto e consente a ciò che ha visto e ascoltato di uscire dall’invisibilità, dal regime delle equivalenze e dal senso di irrilevanza
- con la giustizia: il testimone sostiene ciò che è vero e quindi giusto sostenere, anche a costo di pagare un prezzo personale (“martire”, in greco, significa appunto “testimone”); il testimone si oppone all’ingiustizia e alla disuguaglianza, e la sua testimonianza è uno strumento per combatterle pacificamente
- con la libertà: il testimone è guidato solo dal desiderio di testimoniare la parte di verità a cui ha avuto accesso, non è schiavo di interessi di altro tipo, ha a cuore solo il bene comune e la dignità e felicità dell’essere umano. Ha un punto di vista non ingabbiato nel dato di fatto. Testimonia per gratuità e libera scelta, e non per dovere o per coercizione. La sua testimonianza è una “eccedenza” rispetto al dovuto.
Questo, e certamente altro ancora….
Digito ergo sum: la cultura tattile del mondo digitale
lunedì, febbraio 15th, 2010“Le mie dita sono diventate parte del cervello. Se sono lontano dalla scrivania, uso il Blackberry. E’ una reazione fisica. Per trovare le informazioni che mi servono, devo cominciare a manipolare le informazioni con le dita. Quando sono alla scrivania, succede la stessa cosa: se allungo la mano verso il mouse, vuol dire che sto pensando. E’ una cosa che faccio inconsciamente. Succede e basta. Ma è così che ora mi accorgo di aver cominciato a pensare. Il mio rapporto con le informazioni è molto più tattile di prima”.
Questa è la dichiarazione di James O’Donnell, Rettore della Georgetown University, riportata su Internazionale del 29/1-4/2 (www.internazionale.it).
Un’affermazione interessante, che fa riflettere sulla svolta tattile della nostra cultura (che McLuhan aveva previsto già negli anni ’60).
Ci sono tanti indicatori di questo carattere sempre più tattile del nostro modo di vivere, comunicare, pensare. Intanto le tecnologie sono sempre più miniaturizzate, portatili, user friendly e incorporate nella maggior parte delle nostre routines quotidiane: nel lavoro, nelle relazioni, nel tempo libero continuamente ci interfacciamo tattilmente con una serie di strumenti.
Poi il “bagno sensoriale” in cui ci piace tanto immergerci, e che ci dà il senso del mondo e soprattutto di noi stessi (come piacevolezza, emozione, intensità esperienziale) passa da quell’intreccio di tutti i sensi, non localizzato in un organo specifico ma coestensivo alla nostra persona, che è appunto il tatto.
Inoltre, dalla dichiarazione sopra riportata emerge un’altra svolta interessante: le mani non sono più principalmente lo strumento dell’homo faber che costruisce oggetti nel mondo, ma dei “sensori” che da un lato trasmettono impulsi direttamente al cervello, dall’altro consentono di esteriorizzare il circuito del pensiero e della riflessività, facendogli fare un ”giro lungo” che passa attraverso la corporeità e la manipolazione e non resta confinato nell’astrazione e nella pura interiorità.
Oggi per conoscere (noi stessi, il mondo, gli altri) dobbiamo toccare.