Digito ergo sum: la cultura tattile del mondo digitale

“Le mie dita sono diventate parte del cervello. Se sono lontano dalla scrivania, uso il Blackberry. E’ una reazione fisica. Per trovare le informazioni che mi servono, devo cominciare a manipolare le informazioni con le dita. Quando sono alla scrivania, succede la stessa cosa: se allungo la mano verso il mouse, vuol dire che sto pensando. E’ una cosa che faccio inconsciamente. Succede e basta. Ma è così che ora mi accorgo di aver cominciato a pensare. Il mio rapporto con le informazioni è molto più tattile di prima”.

Questa è la dichiarazione di James O’Donnell, Rettore della Georgetown University,  riportata su Internazionale del 29/1-4/2 (www.internazionale.it).
Un’affermazione interessante, che fa riflettere sulla svolta tattile della nostra cultura (che McLuhan aveva previsto già negli anni ’60).
Ci sono tanti indicatori di questo carattere sempre più tattile del nostro modo di vivere, comunicare, pensare. Intanto le tecnologie sono sempre più miniaturizzate, portatili, user friendly e incorporate nella maggior parte delle nostre routines quotidiane: nel lavoro, nelle relazioni, nel tempo libero continuamente ci interfacciamo tattilmente con una serie di strumenti.
Poi il “bagno sensoriale” in cui ci piace tanto immergerci, e che ci dà il senso del mondo e soprattutto di noi stessi (come piacevolezza, emozione, intensità esperienziale) passa da quell’intreccio di tutti i sensi, non localizzato in un organo specifico ma coestensivo alla nostra persona, che è appunto il tatto.
Inoltre, dalla dichiarazione sopra riportata emerge un’altra svolta interessante: le mani non sono più principalmente lo strumento dell’homo faber che costruisce oggetti nel mondo, ma dei “sensori” che da un lato trasmettono impulsi direttamente al cervello, dall’altro consentono di esteriorizzare il circuito del pensiero e della riflessività, facendogli fare un ”giro lungo” che passa attraverso la corporeità e la manipolazione e non resta confinato nell’astrazione e nella pura interiorità.
Oggi per conoscere (noi stessi, il mondo, gli altri) dobbiamo toccare.

Tags: , ,

2 Responses to “Digito ergo sum: la cultura tattile del mondo digitale”

  1. [Se in molti post di questo blog c’è un accenno a McLuhan significa che non ha detto solo due parole, villaggio globale, come invece molti credono]
    Vorrei fare una considerazione sul carattere sempre più tattile della nostra società. Forse, nonostante le apparenze, la nostra società ha lasciato molto indietro il tatto a favore di altri sensi quali la vista e l’udito. La nostra è prevalentemente la società dell’immagine piuttosto che del contatto fisico. È vero che facciamo uso delle mani per interagire con tastiera, mouse e joystick, ma questo non rappresenta un cambiamento radicale rispetto al passato. Anche prima il rapporto con le informazioni era tattile, soltanto cambiava lo strumento da manipolare. Anche prima c’era un rapporto tattile con i libri, con i giornali, con la penna, e osservando come una persona li manipolava si potevano cogliere tanti aspetti della sua personalità. La differenza, piuttosto, è nel fatto che mentre prima la sequenzialità del libro e del giornale facevano girare pagina a intervalli costanti, oggi l’ipertesto invita ad un uso più veloce e irregolare del mouse. Discorso analogo si può fare per la penna, la quale costringeva a tenere chiusa e ferma la mano mentre oggi la tastiera fa danzare le nostre dita sempre più velocemente. Credo che non sia aumentata la tattilità, ma la frenesia, per non dire la nevrosi, con cui usiamo le mani. Non si tratta solo degli strumenti digitali: mi raccontava un italo-americano che ha dovuto comprare l’automobile col cambio manuale, pagandola di più in una nazione che usa prevalentemente il cambio automatico, perché da buon italiano nevrotico aveva bisogno di “giocare” con qualcosa.
    Credo, inoltre, che ci sembra di usare maggiormente il tatto perché è il senso meno estensibile attraverso le protesi. Abbiamo potenziato molto la vista e l’udito con le protesi tecnologiche, ma il tatto e gli altri sensi è difficile potenziarli per cui dobbiamo sforzarli maggiormente e forse ci sembra di usarli di più.
    R.D.

  2. eratestimone scrive:

    Caro Ruggiero, grazie delle tue preziose osservazioni. E’ vero, cambia la velocità, e questo modifica anche la relazione occhio-mano-pensiero: il tempo della scittura manuale è un tempo più vicino al ritmo del pensiero, e l’occhio non può staccarsi dal foglio; per scrivere sulla tastiera del cellulare o del computer, invece, non importa guardare, e la scrittura “assistita” consente di scrivere più veloce del pensiero.
    Quando poi McLuhan parlava di tattilità della cultura, in realtà, si riferiva proprio alla fine della supremazia della vista (e dell’udito) nella gerarchia sensoriale, e al coinvolgimento simultaneo e non gerarchizzato di tutti i canali sensoriali: per lui “tattilità” era sinonimo di “sinestesia”. Questa svolta tattile (a noi che da bambini si diceva “guardare e non toccare è una cosa da imparare”….) è chiara anche nell’arte contemporanea (penso a Burri, per esempio), dove la “matericità” dell’opera prevale sulla rappresentazione.
    Sono poi assolutamente d’accordo che la nostra è una società che abolisce la distanza in rete, ma ha poi paura del contatto fisico (e del “contagio” che ce ne potrebbe derivare: da pendolare sono sbalordiata dal numero di persone che si cospargono di gel disinfettanti sui mezzi pubblici) e, più in generale, teme di essere troppo coinvolta, e dunque vincolata, dalla prossimità fisica di altri. “Disconnettersi” dal contatto fisico è molto più difficile! Spero ci sentiremo ancora, e davvero grazie.

Leave a Reply