La centralità antropologica del testimone

In questo cammino di preparazione al convegno, oltre che riflettere sulle trasformazioni e le caratteristiche dell’ambiente digitale in cui siamo immersi, mi pare importante mettere a tema la ricchezza delle implicazioni che la figura del testimone suggerisce. Ve ne propongo alcune, in modo molto sintetico, come spunti per ulteriori elaborazioni e riflessioni comuni. Il ruolo del testimone ha infatti una ricchezza potenziale enorme e un valore programmatico che può essere culturalmente fondamentale, per credenti e non credenti, perchè a che fare:
- con la verità: il testimone prende la parola per dire  ciò che sa essere vero (parresìa) , perchè lo ha conosciuto e vissuto
- con la responsabilità: il testimone si prende la responsabilità nei confronti del vero di cui si fa portavoce, e delle persone alle quali testimonia. Potrebbe tacere, ma parla, anche se non è nel suo interesse, anche se non ne trae alcun vantaggio, anzi…
- con la valutazione: il testimone sceglie ciò che ha valore da trasmettere, e lo interpreta; la sua testimonianza non è casuale, non “registra” i fatti, ma riconosce dei significati e dei valori
- coi sensi: il testimone ha visto, ha ascoltato, è stato presente; ha mangiato lo stesso cibo e respirato la stessa aria di coloro dei quali parla.
- con l’azione: il testimone decide di non tenere per sè quello che ha visto, ma di farne lo stimolo per un’azione comunicativa, per una narrazione,  per un annuncio
- con la relazione: il testimone condivide, crea socialità attorno alla condivisione della conoscenza di quanto accade
- con la politica: il testimone può dare avvio a una mobilitazione collettiva che si interfacci con le istituzioni e offre il suo contributo di conoscenza e interpretazione
- con il tempo: il testimone è custode di ciò che ha visto e ascoltato, non lascia cadere nell’oblio ciò che accade, difende la memoria come luogo che ci impedisce di commettere sempre gli stessi errori; oggi, il testimone  non soggiace alla voracità della rete, che nella velocità e nella sovrabbondanza non gerarchizzata di novità continue rischia di deformare il nostro rapporto col tempo
- con il riconoscimento: il testimone si espone col suo volto e consente a ciò che ha visto e ascoltato di uscire dall’invisibilità, dal regime delle equivalenze e dal senso di irrilevanza
- con la giustizia: il testimone sostiene ciò che è vero e quindi giusto sostenere, anche a costo di pagare un prezzo personale (“martire”, in greco, significa appunto “testimone”); il testimone si oppone all’ingiustizia e alla disuguaglianza, e la sua testimonianza è uno strumento per combatterle pacificamente
- con la libertà: il testimone è guidato solo dal desiderio di testimoniare la parte di verità a cui ha avuto accesso, non è schiavo di interessi di altro tipo, ha a cuore solo il bene comune e la dignità e felicità dell’essere umano. Ha un punto di vista non ingabbiato nel dato di fatto. Testimonia per gratuità e libera scelta, e non per dovere o per coercizione. La sua testimonianza è una “eccedenza” rispetto al dovuto.

Questo, e certamente altro ancora….

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2 Responses to “La centralità antropologica del testimone”

  1. Il mio contributo alla riflessione comune sul testimone digitale.

    In questi giorni ho riflettuto sul fatto che san Tommaso d’Aquino può aiutarci a definire meglio la figura del testimone digitale.

    Nel mio libro “Chiesa e mezzi di comunicazione: un rapporto da approfondire” già suggerivo di guardare con attenzione alla prospettiva tomistica:

    «risulta necessario bilanciare la prospettiva che considera quasi esclusivamente l’importanza del messaggio, con un approccio più attento all’aspetto formale della comunicazione, per giungere correttamente a considerare quest’ultima come un insieme di contenuto e forma, entrambi importanti perché entrambi influenti. L’impianto teorico aristotelico, diventato attraverso il tomismo patrimonio teologico della Chiesa, che considera il reale come sinolo di sostanza e di forma, potrebbe tornare utile alla riflessione sui media e sulla comunicazione che essi generano. Considerare la comunicazione come sinolo darebbe alla riflessione della Chiesa una prospettiva più ampia e la porrebbe super partes rispetto alla dicotomica visione classica che contrappone “neutralità” a “determinismo”».

    Credo che possiamo attingere anche altri spunti dalle intuizioni del santo dottore. Nel famoso inno Pange lingua, e precisamente nelle due strofe più conosciute del Tantum ergo, c’è una frase molto significativa: Praestet fides supplementum sensuum defectui.

    La ricerca dell’estensione dei propri sensi è stata da sempre un assillo per l’essere umano. Avvertendo la limitatezza dei suoi sensi l’uomo ha escogitato la soluzione di utilizzare delle protesi, prima meccaniche e ora digitali. Nel passato, però, tali “estensioni” erano corpi esterni da utilizzare secondo il bisogno e poi lasciare. Oggi, grazie alla congiunzione tra digitale e microtecnologie, le moderne protesi sono sempre più invasive e invisibili, tanto da fondersi con l’essere umano fino al punto da porre una seria questione antropologica per individuare il confine tra l’umano e il post-umano.

    Il credente non può sfuggire a questo processo evolutivo, a meno che non preferisca la fuga mundi. Anche il credente sarà sempre più ibridato con le microtecnologie digitali. Che cosa lo differenzierà dagli altri esseri umani?

    Credo che la risposta sia nel praestet fides supplementum. L’aver indossato prima di tutto la “protesi” della fede, per estendere i propri sensi oltre il sensibile, lo aiuterà a gestire diversamente dagli altri la sua evoluzione tecnologica.

    L’affermazione paolina “se confesserai con la bocca e crederai con il cuore in Gesù Cristo sarai salvo” (cfr. Rm 10,9) rimarrà valida anche per Anthropos 2.0.

    In definitiva l’essere umano, cosciente dei propri “difetti” è impegnato tutta la vita in una gara contro il tempo per cercare di superarli, compreso il tentativo di sfuggire al limite estremo della morte. Tuttavia, il credente fa l’esperienza meravigliosa che la fede è l’estensione più pervasiva e illimitata dei sensi, sperimentando che praestet fides supplementum sensuum defectui.
    R. D.

    Post pubblicato su: http://ruggierodoronzo.myblog.it/archive/2010/02/22/tantum-ergo.html

  2. eratestimone scrive:

    Mi ritrovo molto nella centralità dell’idea di estendere i propri sensi oltre il sensibile attraverso la “protesi” (l’eccedenza) della fede: è il modo che abbiamo oggi di indicare una via diversa dall’immersività totale (che ci assorbe nell’ambiente rendendoci, se va bene, adattivi) che non sia però basata sulla rinuncia alla dimensione sensibile, così profondamente e autenticamente umana che anche il Figlio di Dio l’ha assunta pienamente.
    La questione, della quale possiamo essere testimoni, è precisamente questa: pienezza della presenza nel mondo, ma non come orizzonte assoluto. E proprio questo scarto consente un’immersione senza assorbimento, un partecipare senza essere fagocitati, una vicinanza profonda (più profonda, mi vien da dire), ma anche la capacità di distanza che rende possibile la critica e lo scegliere altrimenti.
    Mi piace poi, e la riprenderò, la citazione di S. Paolo sulla connessione intima cuore-bocca, sul pronunciare una parola che sia vera non perchè corrisponde a qualcosa là fuori, ma perchè esprime e manifesta ciò che il cuore, prima che l’intelletto, ha conosciuto come vero, perchè ne è stato toccato. Grazie di questa discreta, colta e preziosa collaborazione alla riflessione sul testimone, e della possibilità di formularla in modo dialogico. E’ una delle molte cose belle che possono accadere nel continente digitale…

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