Archive for febbraio, 2010

Digito, ergo sum: la cultura tattile del mondo digitale“Le mie dita sono diventate parte del cervello. Se sono lontano dalla scrivania, uso il Blackberry. E’ una reazione fisica. Per trovare le informazioni che mi servono, devo cominciare a manipolare le informazioni con le dita. Quando sono alla scrivania, succede la stessa cosa.: se allungo la mano verso il mouse, vuol dire che sto pensando. E’ una cosa che faccio inconsciamente. Succede e basta. Ma è così che ora mi accorgo di aver cominciato a pensare. Il mio rapporto con le informazioni è molto più tattile di prima” Questa è la dichiarazione di James O’Donnell, Rettore della Georgetown University, riportata su Internazionale del 29/1-4/2 (www.internazionale.it). Un’affermazione interessante, che fa riflettere sulla svolta tattile della nostra cultura (che McLuhan aveva previsto già negli anni ’60). Ci sono tanti indicatori di questo carattere sempre più tattile del nostro modo di vivere, comunicare, pensare. Intanto le tecnologie sono sempre più miniaturizzate, portatili, user friendly e incorporate nella maggior parte delle nostre routines quotidiane: nel lavoro, nelle relazioni, nel tempo libero continuamente ci interfacciamo tattilmente con una serie di strumenti. Poi il “bagno sensoriale” in cui ci piace tanto immergerci, e che ci dà il senso del mondo e soprattutto di noi stessi (come piacevolezza, emozione, intensità esperienziale) passa da quell’intreccio di tutti i sensi, non localizzato in un organo specifico ma coestensivo alla nostra persona, che è appunto il tatto. Inoltre, dalla dichiarazione sopra riportata emerge un’altra svolta interessante: le mani non sono più principalmente lo strumento dell’homo faber che costruisce oggetti nel mondo, ma dei “sensori” che da un lato trasmettono impulsi direttamente al cervello, dall’altro consentono di esteriorizzare il circuito del pensiero e della riflessività, facendogli fare un ”giro lungo” che passa attraverso la corporeità e la manipolazione e non resta confinato nell’astrazione e nella pura interiorità. Oggi per conoscere dobbiamo toccare.

lunedì, febbraio 15th, 2010

“Le mie dita sono diventate parte del cervello. Se sono lontano dalla scrivania, uso il Blackberry. E’ una reazione fisica. Per trovare le informazioni che mi servono, devo cominciare a manipolare le informazioni con le dita. Quando sono alla scrivania, succede la stessa cosa: se allungo la mano verso il mouse, vuol dire che sto pensando. E’ una cosa che faccio inconsciamente. Succede e basta. Ma è così che ora mi accorgo di aver cominciato a pensare. Il mio rapporto con le informazioni è molto più tattile di prima”.

Questa è la dichiarazione di James O’Donnell, Rettore della Georgetown University, riportata su Internazionale del 29/1-4/2 (www.internazionale.it).
Un’affermazione interessante, che fa riflettere sulla svolta tattile della nostra cultura (che McLuhan aveva previsto già negli anni ’60).
Ci sono tanti indicatori di questo carattere sempre più tattile del nostro modo di vivere, comunicare, pensare. Intanto le tecnologie sono sempre più miniaturizzate, portatili, user friendly e incorporate nella maggior parte delle nostre routines quotidiane: nel lavoro, nelle relazioni, nel tempo libero continuamente ci interfacciamo tattilmente con una serie di strumenti.
Poi il “bagno sensoriale” in cui ci piace tanto immergerci, e che ci dà il senso del mondo e soprattutto di noi stessi (come piacevolezza, emozione, intensità esperienziale) passa da quell’intreccio di tutti i sensi, non localizzato in un organo specifico ma coestensivo alla nostra persona, che è appunto il tatto.
Inoltre, dalla dichiarazione sopra riportata emerge un’altra svolta interessante: le mani non sono più principalmente lo strumento dell’homo faber che costruisce oggetti nel mondo, ma dei “sensori” che da un lato trasmettono impulsi direttamente al cervello, dall’altro consentono di esteriorizzare il circuito del pensiero e della riflessività, facendogli fare un ”giro lungo” che passa attraverso la corporeità e la manipolazione e non resta confinato nell’astrazione e nella pura interiorità.
Oggi per conoscere (noi stessi, il mondo, gli altri) dobbiamo toccare.

Il canto del testimone

domenica, febbraio 14th, 2010

La domenica preferisco lasciar parlare la Parola. E oggi ho scelto i salmi, che sono per me il canto del testimone, il modo in cui, individualmente ma pubblicamente e secondo un linguaggio condiviso, si racconta della propria fatica, delle proprie angosce, delle cadute e delle rinascite, delle gioie più grandi e, sempre, della presenza di Dio nella nostra vita per amarla e salvarla: è questa la buona notizia da cantare e condividere.
Dal Sal 65: “Voi fedeli, venite ad ascoltare; voglio raccontarvi quel che Dio ha fatto per me. Ho rivolto a lui il mio grido, ma già spuntava la mia lode sul suo labbro. Se il mio cuore avesse pensato al male, il Signore non mi avrebbe ascoltato; invece Dio mi ha ascoltato, ha accolto il mio grido e la mia supplica. Sia benedetto Dio: non ha respinto la mia preghiere, non mi ha rifiutato il suo amore”
Dal Sal 70: “Sarai per me roccia e dimora, dove posso sempre venire. Tu hai promesso di salvarmi. Sei tu la mia roccia e la mia difesa… Signore, sei tu la mia sola speranza, in te, dalla mia giovinezza, ho riposto fiducia. Dal seno materno sei stato il mio sostegno, tu mi hai raccolto dal grembo di mia madre: da sempre sale a te la mia lode. Sono sembrato a molti un segno misterioso, ma tu eri il mio sostegno sicuro. Delle tue lodi è piena la mia bocca, tutto il giorno canto la tua gloria…Fin dalla giovinezza, o Dio, mi hai istruito, e ancor oggi proclamo i tuoi prodigi. Ora sono anziano, con i capelli bianchi, o Dio, non mi abbandonare! Così annunzierò ai giovani la tua forza, la tua potenza ai figli che verranno…”

Testimoniare la buona notizia

sabato, febbraio 13th, 2010

In un mondo saturo di sollecitazioni come quello in cui siamo immersi, la condivisione delle buona notizia non può passare solo, né principalmente dalle parole, che rischiano di essere risucchiate nel vortice omogeneizzante delle “opinioni”. Se si vuole essere testimoni della buona notizia occorre prima di tutto sapersi mettere in ascolto: della Parola, senza pretendere di possederla o poterla piegare ai nostri fini, e del mondo, perché la prima condizione per comunicare è ascoltare le ragioni dell’altro, per quanto lontano possa sembrare. Solo se abbiamo ricevuto e ascoltato possiamo testimoniare.
Enzo Bianchi cita un episodio riguardo a Teofilo di Antiochia, un vescovo del II secolo il quale,  ai pagani che lo provocavano dicendo “mostrami il tuo Dio”, rispondeva in modo paradossale, ribaltando la richiesta: “mostrami il tuo uomo e io ti mostrerò il tuo Dio”.
Che Dio sappiamo mostrare al mondo attraverso noi stessi? Dovremmo porci ogni giorno questa domanda.
In La differenza cristiana (Torino, Einaudi 2006) (www.anobii.com:testimoni) Enzo Bianchi, anche attraverso le parole di Paolo VI, ci offre alcune preziose indicazioni per cercare una risposta, che mi piace condividere con voi:
“Paolo VI ha più volte chiesto alla chiesa, in vista dell’evangelizzazione, di ‘farsi dialogo, conversazione, di guardare con immensa simpatia al mondo perché, se anche il mondo sembra estraneo al cristianesimo, la chiesa non può sentirsi estranea al mondo, qualunque sia l’atteggiamento del mondo verso la chiesa’.
Ecco perché occorre innanzitutto che i cristiani siano loro stessi ‘evangelizzati’, discepoli alla sequela del Signore piuttosto che militanti improvvisati: così sapranno mostrare la ‘differenza’ cristiana. I cristiani non cerchino visibilità a ogni costo, non rincorrano la sovraesposizione per evangelizzare, non si servano di strumenti forti di potere ma, custodendo con la massima cura la Parola cristiana, sappiano innanzitutto essere testimoni di quel Gesù che ha raccontato Dio agli uomini con la sua vita umana.
Il primo mezzo di evangelizzazione resta la testimonianza quotidiana di una vita autenticamente cristiana, una vita fedele al Signore, una vita segnata da libertà, gratuità, giustizia, condivisione, pace, una vita giustificata dalle ragioni della speranza.
Questa vita improntata a quella di Gesù potrà suscitare interrogativi, far nascere domande, così che ai cristiani verrà chiesto di rendere conto della speranza che li abita”.

Verità dell’immagine e verità dello sguardo

venerdì, febbraio 12th, 2010

Nel linguaggio giuridico il testimone è colui o colei che non possiede la verità, ma ha sulla verità una prospettiva parziale e ciononostante attendibile, perché è stato/a presente all’evento, ne è stato toccato/a, e quindi può contribuire alla ricostruzione della verità dei fatti.
Se traduciamo questa figura nell’esperienza quotidiana, nella dimensione esistenziale, vediamo che la definizione tiene, anche se la verità cui ci riferiamo non è, o non è solo, quella dei fatti.
Ogni testimonianza della verità è insieme parziale e irrinunciabile: questo ci consente di rileggere la questione dell’unicità di ciascuna persona in chiave non individualistica, ma relazionale: è solo nella relazione, e nella comunicazione, che la nostra pur legittima – e assolutamente unica (nessuno vede e sente esattamente quello che vedo e che sento io) parzialità prospettica si può comporre con altre, e in questo modo può contribuire a ricomporre un’immagine, sempre incompleta, ma potenzialmente sempre più ricca, della verità.
Me le immagini, questi squarci prospettici sul reale che quotidianamente accompagnano le nostre vite, ci aiutano a ricomporre la verità? Forse non tanto, come acutamente suggerisce Georges Didi-Huberman, filosofo e storico dell’arte (“L’immagine brucia”, in Teorie dell’immagine, a cura di A. Pinotti e A. Somaini, Milano, Raffaello Cortina, 2009, pp. 258-259):
“Viviamo all’epoca dell’immaginazione lacerata. L’informazione ci dà troppo, moltiplicando le immagini, e noi siamo portati a non credere più a niente di quello che vediamo, e infine a non volere più guardare niente di ciò che abbiamo sotto gli occhi”.
Riusciamo a essere testimoni quando riusciamo a posare sulla realtà e sul volto dell’altro uno “sguardo senza immagine”, senza i filtri e le incrostazioni del “troppo” che abbiamo già visto. Solo così la realtà appare come nuova, e genera “meraviglia e stupore” (At 3, 10).
Il testimone si ostina a guardare oltre le immagini, e per questo, alla fine, riesce a vedere qualcosa di vero.

Non solo al presente

giovedì, febbraio 11th, 2010

Il mondo digitale non è un mondo di strumenti, che utilizziamo e poi mettiamo da parte quando hanno svolto la loro funzione. E’ un ambiente in cui siamo immersi, in cui sempre più persone vivono costantemente iperconnesse, E’ rispetto a questo contesto che la figura del testimone oggi si definisce, come un modello e come un compito che, da persone a cui questo mondo e chi lo abita stanno a cuore, ci poniamo.
Su queste pagine digitali vorrei provare, spero col vostro aiuto, a mettere a fuoco i caratteri e i compiti del testimone oggi. Intanto, come si è visto, il testimone ha a che fare con l’esperienza, coi sensi. Può annunciare solo ciò che lo ha toccato.
Oggi vorrei sottolineare un aspetto forse meno immediato, ma credo importante: il testimone capisce “dopo”. Non ha subito tutto chiaro. Anzi, spesso riconosce l’evento, e soprattutto il suo significato, solo quando è passato.
Michel De Certeau in Mai senza l’Altro, spiega bene questo punto, e mi pare bello prendere in prestito le sue parole:
“Vi sono nella storia personale e nella storia dell’umanità delle rotture, momenti privilegiati e che appaiono come tali. Avviene qualcosa che sorprende e che pone un inizio.
Nessuno di noi ignora questi momenti talora segreti, e che ci è dato di capire soltanto molto tempo dopo che sono accaduti. Siamo mossi da eventi che ci cambiano, e di cui ci rendiamo conto molto più tardi. Forse c’è qui uno degli aspetti più caratteristici dell’evangelo: i discepoli, gli apostoli, i testimoni non cessano di comprendere solo più tardi ciò che è successo loro. Il senso e l’intelligenza vengono dopo l’evento…. C’è un ritardo dell’intendere”.
Dio lo riconosciamo “di spalle”, perché eccede le nostre categorie e le nostre modalità di percezione. Ma per riconoscerlo dobbiamo ricordare. E’ nella memoria che rileggiamo certi eventi, certi incontri, certe gioie o sofferenze, come Suoi segni.
Per questo il testimone non può accontentarsi di vivere solo nell’immersione del presente.

Prossimità digitali

mercoledì, febbraio 10th, 2010

Oggi vorrei proporvi una voce più ottimista, perché aumentare la consapevolezza dei rischi che corriamo nell’era digitale non significa non poter cogliere le opportunità che ci si offrono. La voce è quella di McLuhan, che oltre a essere un grande studioso dei media era anche un cattolico praticante, e il testo a cui mi riferisco è La luce e il mezzo. Riflessioni sulla religione (www.anobii.com/testimoni#2558C0)
“Mai il potenziale dell’insegnamento e dell’apprendimento della Chiesa è stato grande come nella società elettronica. La ‘catena di Pietro’ può proiettarsi su tutto il mondo: non ha bisogno di stare a Roma. La nuova matrice è acustica, simultanea, elettrica: è in qualche modo in sintonia con la Chiesa, cioè ora l’umanità è veramente ‘totalizzata’. Adesso, ognuno simultaneamente nello stesso posto è coinvolto con qualcun altro”.
E ancora:
“E’ possibile che le nuove tecnologie oltrepassino la verbalizzazione. Non c’è niente di impossibile per il computer – o per quel tipo di tecnologia – che estende la coscienza stessa, come un ambiente universale. In un senso, l’immersione nell’informazione, che oggi stiamo sperimentando elettronicamente, è un’estensione della coscienza medesima. Quali effetti questo possa avere sull’individuo nella società è pura speculazione. Ma è accaduto: non è qualcosa che sta per accadere. Molte persone ritornano all’occulto, alla percezione extrasensoriale, e ad ogni forma di consapevolezza misteriosa, in risposta a questo accerchiamento dell’informazione elettronica. E così viviamo, in senso volgare, in un’era estremamente religiosa. Penso che i tempi che ci accingiamo a vivere sembreranno probabilmente i più religiosi di sempre. Noi siamo già lì”.

Questo tempo di interconnessione e reciproco coinvolgimento è, almeno potenzialmente, un tempo profondamente religioso, in cui possiamo “farci prossimo” (che vuol dire “più vicini”) e scambiarci una parola di speranza.

La tecnica: estensione o umiliazione dei sensi?

martedì, febbraio 9th, 2010

Per offrire qualche altro spunto per comprendere la “cultura dell’immersività” in cui abitiamo, e che i media, estensioni dei nostri sensi – come ci ricorda McLuhan, hanno contribuito a costruire, riporto oggi le parole di un importante e controverso intellettuale contemporaneo, Ivan Illich, che in diversi studi (in particolare La perdita dei sensi (www.anobii.com/testimoni#2558C0) ha messo in guardia contro l’ottimismo acritico nei confronti della tecnologia, denunciandone tutta l’ambivalenza. Sono parole forti, che ci interpellano e ci scuotono dal torpore del “dato di fatto”:
“L’esistenza, nella nostra società, mette fuori gioco i sensi con le macchine fabbricate per estenderli, ci impedisce di toccare e di incorporare il reale, e in più, ci integra in questo sistema. E’ questo radicale sovvertimento della sensazione che umilia e poi sostituisce la percezione.Ci abbandoniamo ad atroci depravazioni di consumo di immagini e suoni per anestetizzare il nostro senso della realtà perduta. E’ un’umiliazione dello sguardo, dell’odorato, del tatto e dell’udito (…). Strapparsi l’occhio quando l’occhio scandalizza è un mandato evangelico. Era un atto che ispirava orrore, ma era comprensibile in un regime dello sguardo nel quale gli occhi emettevano un cono visuale che, come organo luminoso, coglieva e abbracciava la realtà. Eppure simili occhi animati non esistono più oggi se non metaforicamente. Noi non ‘vediamo’ più abbracciando la realtà per mezzo di un cono di raggi emessi dalla nostra pupilla. Il regime dello sguardo oggi è una forma di registrazione analoga alle videocassette. Questi occhi che non abbracciano più la realtà non valgono la pena di essere strappati. Questi occhi iconofagi non servono:
- né a fondare la speranza sulla lettura biblica
- né a percepire l’orrore del velo tecnogenerato che mi separa dal reale
- nè, infine, a gioire del solo specchio nel quale potrei ritrovarmi, che è la pupilla dell’altro”

La verità dei cinque sensi

lunedì, febbraio 8th, 2010

“Vero è ciò che mi tocca”, scrive un filosofo francese contemporaneo, Jen-Luc Nancy. La cultura contemporanea è sempre più tattile, scriveva McLuhan, perché tutti i nostri sensi, e non soltanto la vista come nell’era “gutenberghiana” della stampa, sono continuamente sollecitati.
Che questo sia un contenuto della tecnologia (aggiorno il blog dal touch-screen del mio I-phone…), e insieme un messaggio che i media costantemente ci offrono, è evidente: basta guardarsi intorno, osservare i cartelloni pubblicitari (ne inserisco uno che ho fotografato a Malaga), gli spot televisivi o digitare su youtube  la voce “5 sensi”… Rumori, voci, volti e immagini, sapori e odori ci trasmettono quotidianamente il senso del mondo, anche se il rischio sempre presente di questa sovrabbondanza di stimoli è quello di “non riuscire più a sentire niente”, come cantava Jovanotti (www.youtube.com/watch?v=#254F4C).
Il “bagno sensoriale” in cui siamo immersi produce un’intensità che a sua volta ci dà emozioni “vere”, anche quando siamo consapevoli di essere dentro una finzione: il caso di film iper-realistici come Avatar è esemplare in questo senso (www.avatarmovie.com/inde#254FCE).
Valorizzare la nostra capacità di sentire con tutti noi stessi, e di essere sensibili all’intensità delle sensazioni che ci arrivano, è fondamentale anche per il testimone: non si può annunciare ciò che non ci ha toccato, e l’annuncio non può essere disincarnato: sarebbe un tradimento.
Le stesse scritture sono ricche di riferimenti ai nostri sensi, che sono il modo in cui noi entriamo in rapporto col mondo, con gli altri, e anche con la verità. Un laico sensibile come Erri de Luca, nel suo Almeno 5, ripercorre la poesia di questo rapporto tra Dio e l’uomo che non si realizza solo attraverso la parola, ma coinvolge tutti e cinque i sensi (per un “assaggio” si può vedere http://www.youtube.com/watch?v=WZ7mLBLojdg, mentre il riferimento bibliografico completo è su  www.anobii.com/testimoni#2558C0)
Come tuttavia ci ricorda McLuhan a proposito dei media, l’ipersollecitazione, se non è accompagnata dalla consapevolezza, produce alla fine un “massaggio” che anestetizza e neutralizza l’effetto di intensità, e impone di innalzare continuamente la soglia degli stimoli per ottenere qualche effetto… L’immersione totale genera intensità, ma se non riusciamo a essere insieme profondamente “dentro” e anche un po’ “fuori” il rischio di un massaggio narcotizzante è alto.
Non si può essere testimoni se non di ciò che ci ha toccato.
Ma la verità che ci tocca non si può ridurre all’intensità delle nostre sensazioni. E quello scarto (essere profondamente nel mondo, ma non totalmente del mondo) è lo spazio della critica e della libertà.

Testimonianza e Parola

domenica, febbraio 7th, 2010

“La Parola che dà la vita esisteva fin dal principio: noi l’abbiamo udita, l’abbiamo vista con i nostri occhi, l’abbiamo contemplata, l’abbiamo toccata con le nostre mani. La vita si è manifestata e noi l’abbiamo veduta. Siamo i suoi testimoni e perciò ve ne parliamo. Vi annunziamo la vita eterna che era accanto a Dio Padre, e che il Padre ci ha fatto conoscere. Perciò parliamo anche a voi di ciò che abbiamo visto e udito; così sarete uniti a noi nella comunione che abbiamo con il Padre e con Gesù Cristo suo Figlio. Vi scriviamo tutto questo perché la nostra gioia sia piena” (1 Gv 1, 1-4).
Poiché oggi è domenica, preferisco riportare la Parola, anzichè parole mie. Quello che ho aggiunto sono solo i corsivi, per sottolineare le dimensioni della testimonianza che ci vengono indicate: sentire (con tutto il corpo), meditare, parlare di ciò che si è conosciuto (comunicazione e comunione), gioire. Solo di ciò che ci ha toccato possiamo essere testimoni!

Il testimone e i media

sabato, febbraio 6th, 2010

La figura del testimone consente forse, finalmente, di superare il dilemma tra attività e passività nei confronti dei media.
Da un lato, infatti, siamo passivi e ricettivi: osserviamo, ascoltiamo, prestiamo attenzione; dall’altro siamo attivi, non solo perché sappiamo interfacciarci in modo più o meno sofisticato con le macchine, ma perché sappiamo interpretare, discernere, valutare, e ciò che abbiamo da dire non è tratto esclusivamente dal repertorio autoreferenziale e sempre “al presente” dei media, ma ha a che fare con tutto ciò che di importante, impegnativo, coinvolgente, sconcertante e comunque significativo ha toccato la nostra vita.
Il testimone non è quindi un ripetitore, o un amplificatore, e nemmeno un registratore, o uno scanner: ciò su cui prende la parola passa necessariamente attraverso il filtro irripetibile della sua soggettività, sensibilità, umanità.
Essere testimone è il modo che abbiamo oggi di essere cristiani nel continente digitale, dove la consistenza dei territori non è più data da confini fisici, ma dalle reti e dai flussi di comunicazione che creano spazi relazionali e interconnessioni globali. In questo continente non si può essere più soltanto spettatori, ma nemmeno semplici utenti (magari capaci di immettere qualche contenuto: i prosumers, produttori-consumatori di cui parlano tanti studi sui media).
Essere attivi non è dunque solo saper usare gli strumenti (competenza) ed entrare in relazione con altri (connessione) per poter parlare di sé (espressività): solo in questo modo difficilmente si produce comunicazione, e non si supera la frammentazione. C’è qualcosa di più. Essere attivi ha una componente “orizzontale” e relazionale (raccontare ciò che si è conosciuto ad altri) e una “verticale”: testimoniare una verità di cui vediamo solo una parte, che non si esaurisce in quello che possiamo dirne, che trascende sempre il detto e che ci impedisce anche di essere totalmente assorbiti dall’ambiente. Che ci lascia aperto, quindi, uno spazio di libertà.
Essere testimoni è il modo di abitare l’ambiente digitale che ci consente non solo di “esserci”, ma di “dare forma”.
Che ne pensate?