Un testo che a me pare bellissimo sul rapporto tra rivelazione e testimonianza è l’introduzione dell’Apocalisse (che significa, appunto, “rivelazione”). Può essere un prezioso stimolo di meditazione per vivere questo periodo pasquale da testimoni:
“Rivelazione di Gesù Cristo, al quale Dio la consegnò per mostrare ai suoi servi le cose che dovranno accadere tra breve. Ed egli la manifestò, inviandola per mezzo del suo angelo al suo servo Giovanni, il quale attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto. Beato chi legge, e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e custodiscono le cose che vi sono scritte: il tempo infatti è vicino” (Ap 1, 1-3).
Perchè anche noi impariamo ad ascoltare, a custodire e ad attestare la parola di Dio e la testimonianza di Gesù. Questo è il mio augurio a tutti voi per questi giorni santi.
Archive for marzo, 2010
Rivelazione e testimonianza
mercoledì, marzo 31st, 2010Avversità e testimonianza
lunedì, marzo 29th, 2010E’ un momento triste, se lo si guarda con occhi concentrati sul presente: triste perchè una politica in crisi di credibilità su tutti i fronti scoraggia la partecipazione popolare e non è più in grado di generare speranza di cambiamento; triste perchè la Chiesa, l’unica voce dissonante rispetto alle retoriche e alle ideologie contemporanee (basta rileggere la Caritas in Veritate) è sotto un fuoco incrociato di accuse infamanti, e strumentalmente utilizzate per neutralizzare, o “addomesticare” un temibile interlocutore culturale: è a mio avviso molto significativo che, nell’epoca delle compatibilità totali, l’unica voce “incompatibile” con la libertà, secondo i maitre à penser che popolano la scena mediatica e culturale ( che ormai sono quasi la stessa cosa) sia proprio quella della Chiesa.
Io mi limito molto umilmente a due considerazioni. La prima: la Chiesa è fatta di uomini e l’uomo può sbagliare. L’errore dell’uomo, il tradimento della testimonianza, rivela la fragilità del testimone e non l’inconsistenza della verità testimoniata. E per gli errori commessi la Chiesa (basta ricordare Giovanni Paolo II, e ora Benedetto XVI) non ha esitato a chiedere pubblicamente perdono. Non era necessario. Lo ha fatto. Questo implica anche, ovviamente, non solo allontanare chi mette a rischio l’integrità di altre vite e la purezza della testimonianza, ma anche lavorare per ripensare una modalità educativa (anche all’interno dei propri percorsi di formazione) che sia adeguata ai tempi, alle domande e alle sfide. E questo lavoro è in corso.
La seconda: la testimonianza è tanto più difficile, ma proprio per questo più alta, quanto più le condizioni esterne sono avverse. E per quanto esseri fragili e limitati, “ambasciatori in catene” come scrive S. Paolo, i cristiani hanno la possibilità di vivere questo tempo secondo giustizia, impedendo che venga fatta di tutta l’erba un fascio, e della devianza la norma. E con ancora maggior forza desiderare, dal profondo, di saper essere testimoni credibili. E per chiudere con una nota di speranza, rimando a un intervista di Avvenire a Mons. Tonini, la cui lettura può fare bene a tutti e ricordarci che “la risposta è nella testimonianza” (http://www.avvenire.it/Mondo/Scandali+La+risposta+nella+testimonianza_201003290645069200000.htm).
Verso testimoni digitali
sabato, marzo 27th, 2010Questa mattina a Milano si è svolto un incontro di preparazione al convegno di aprile a Roma, che ormai si avvicina. E’ stato un momento molto denso di contributi, e fortemente partecipato: introdotto da una riflessione dell’arcivescovo di Milano, è proseguito con i contributi di Ruggero Eugeni, di Mons. Diego Coletti (vescovo di Como), della sottoscritta e di don Ivan Maffeis, il tutto coordinato da don Davide Milani. Abbiamo anche assistito a una videointervista realizzata da Gianni Riotta al Card. Martini sul tema del continente digitale. Una sintesi degli interventi, la relazione dell’arcivecovo di Milano e la videointervista si possono trovare sul sito della diocesi di Milano (http://www.chiesadimilano.it/), mentre qui vorrei riassumere alcuni spunti della relazione di Ruggero Eugeni (docente di semiotica dei media alla Cattolica di Milano, che sarà al convegno Testimoni Digitali) e del vescovo Coletti.
Eugeni ha sottolineato come il continente digitale sfugga alle mappe e alle cartografie sulle quali molto dello sviluppo occidentale (comprese le esplorazioni e le conquiste) si era basato: le nuove categorie di “rete” e di “globo” mettono in crisi i caposaldi della “cultura dela mappa” (il territorio della rete, per esempio, non è misurabile, ma è sempre mutevole e dinamico). Tre aspetti paiono particolarmente salienti nel nuovo territorio digitale: l’emergere di pratiche competenti; la priorità delle relazioni sugli spazi (è la relazione che costruisce gli spazi, non gli spazi che ospitano le relazioni), e in particolare l’emergere di forme potenzialmente interessanti di relazione, come l’incontrarsi, il fidarsi, il condividere; e infine, le nuove forme di affettività deterritorializzata (affettività diffusa, ma anche confusa..). Il nuovo territorio senza mappe della rete produce una cittadinanza paradossale, fatta di molteplici appartenenze che non corrispondono necessariamente a un territorio.
Diego Coletti ha invece sottolienato la necessità di “riabilitare” la parola, restituendola alla sua vera “patria” (la relazione tra le persone nella comunicazione) e liberandola dalla “terra straniera” della funzionalità tecnica e dell’informazione, degli slogan e dell’emotività superficiale. La parola che accade tra due individualità in relazione ha la forza generante tipica dell’educazione (che non è mai solo “maieutica”), ed è capace di far nascere nell’uomo ciò che lo rende pienamente umano: la capacità di significare e veicolare la verità dell’amore. Come scriveva Angelo Silesio già nel XVII seolo “Nulla esiste, tranne Io e Tu: e se noi due non fossimo, allora Dio non sarebbe più Dio e il cielo cadrebbe in rovina”. Solo l’educazione, fondata sulla reciprocità delle coscienze, può dare vita alla parola “giusta”. In Dio, parola e amore sono la stessa cosa: una parola amante si rivolge all’uomo facendolo diventre il proprio Tu, ed esige Amore non come comandamento estraneo, ma come invito all’esperienza libera dell’amore. Il fallimento educativo avviene quando questa parola viene ridotta a una “cosa”, quando il linguaggio oggettivante annulla la relazione dialogica. E senza l’incontro con la parola dell’amore, l’uomo non può avere piena coscienza della propria vita in quanto umana.
Quello che penso io della testimonianza ormai lo conoscete, e per oggi mi piace essere la testimone del pensiero di altri, grata di tante sollecitazioni e rinfrancata da tante risonanze.
La testimonianza tra protesta e attestazione
mercoledì, marzo 24th, 2010Mi piace molto, e desidero condividerla con voi, una sottolineatura che Paul Ricoeur proponeva rispetto al ruolo del testimone. Posto che il peccato, oggi, ha assunto un volto nuovo, ovvero la promozione del non-senso, dell’assurdo, il ruolo del testimone è innanzitutto quello di “protestare” (da “pro”, davanti e “testari”, testimoniare) ovvero esprimere pubblicamente il proprio diritto (alla verità, al senso, alla felicità) contro chi lo offende. Ma la finalità del testimone non è solo esprimere un dissenso, contrapporre parole ad altre parole. Il testimone può protestare solo se questo dissenso avviene attraverso una “attestazione”, cioè una capacità di mostrare, di rendere presente e visibile, di dare corpo a ciò che si afferma. E’ la capacità di testimoniare con la propria vita , e non la capacità di pronunciare parole convincenti, che “attesta” la verità di cui il testimone si fa portavoce. La parola, la verità e la vita non possono essere separate, pur dentro i limiti della nostra umanità fragile (una versione semplice di questa idea di attestazione si trova in un intervento di Ricoeur a Taizè ( http://www.taize.fr/it_article921.html)
Trovo bella la parola attestazione anche perchè contiene, insieme a quella di “testimone”, anche l’idea di “testo”, di un intreccio di racconti, percorsi, storie che rendono presente la ricchezza dei volti della verità e che danno permanenza alle testimonianze che ci hanno preceduti.
Il testimone e l’etica della responsabilità
lunedì, marzo 22nd, 2010Cercare di comprendere come interpretare oggi il ruolo di testimoni implica ripensare il rapporto con il tempo e abbandonare quella modalità ormai divenuta non problematica che Bauman chiama “memoria a videotape”, pronta a cancellare in ogni momento il passato, il “già visto”, per registare qualcosa di sempre nuovo, che a sua volta diventa presto obsoleto.
Il filosofo Remo Bodei, in un piccolo saggio intitolato Libro della memoria e della speranza, esprime bene quel nesso tra responsabilità e durata che è la condizione per l’esercizio della responsabilità, prima di tutto verso se stessi e verso la propria storia, e poi verso gli altri:
“Negli ultimi decenni l’etica della responsabilità è stata in genere diluita in favore di un mutamento endogeno del sistema delle preferenze e delle scelte (…) e di una concezione dell’identità personale non più strettamente legata alla propria coerente continuità psicologica. Ci si sente cioè meno solidali con le decisioni del proprio passato, quasi fossero state prese da un altro, e si affrontano quelle presenti con la riserva mentale della loro revisione, secondo il mutare delle circostanze e dei propri desideri”.
Questa critica non mira a escludere, naturalmente, la possibilità del cambiamento, ma lo àncora a una storia, che è fatta non solo di eventi e di scelte personali, ma di intrecci con altre storie, con le vite di altre persone; nella consapevolezza che ogni nostra scelta, nel bene come nel male, si ripercuote su chi è a noi legato in qualche modo. In una prospettiva relazionale e non individualistica, la nostra libertà non riguarda mai solo noi stessi: e questo non costituisce un limite, ma un criterio per orientare le scelte e le azioni verso un bene comune.
Autonomia e riconoscimento
sabato, marzo 20th, 2010Un elemento importante emerso nella discussione di oggi qui all’università di Kyoto riguarda due diverse concezioni di “autonomia”: una è procedurale, basata su un modello individualista e liberista, e si definisce come libertà dai vincoli e possibilità di disporre dei beni necessari a realizzare i propri progetti (da qui, una concezione “distributiva” della giustizia, preoccupata della simmetria di tale distribuzione). Una seconda accezione, meno astratta e individualista, ha piuttosto a che fare con la questione del riconoscimento: l’autonomia è, in questa prospettiva, intrinsecamente legata alla storia personale, e alle relazioni di cui tale storia è intrecciata. L’autononia si raggiunge attraverso il riconoscimento reciproco dei bisogni, delle qualità, dell’utilità collettiva delle nostre capacità, in una pluralità di contesti (familiare, amicale, lavorativo..).
Questa prospettiva si colloca in un regime di reciprocità, ma non necessariamente di simmetria; di intersoggettività, e non di individualismo; di concretezza esistenziale e non di astrazione; di valorizzazione di tutti i contesti e gli ambiti della società civile in cui il riconoscimento ha luogo (associazioni, chiesa, scuola…).
Grazie alla dinamica del riconoscimento, l’autonomia non è una “proprietà” dell’individuo, da difendere strenuamente contro le potenziali invasioni e ingerenze esterne, ma una condizione in continua trasformazione, che si raggiunge (mai definitivamente) solo attraverso il “giro lungo” che passa attraverso il riconoscimento degli altri. L’autonomia è qualcosa che dobbiamo perseguire, ma che insieme ci è donata dagli altri.
Pace e giustizia nel mondo globale
giovedì, marzo 18th, 2010In questi giorni mi trovo a Kyoto, dove sto partecipando a un convegno internazionale su un tema di grande rilevanza civile: il titolo è infatti “Legami e confini: nuove prospettive sul rapporto tra cultura e giustizia”(http://www.ritsumei.ac.jp/acd/gr/gsce/2009/20100318-e.htm).
Dal dibattito di oggi è emerso un aspetto a mio avviso molto importante, che vorrei condividere qui. A differenza di quanto si sente affermare (dai media, dai politici, dagli accademici), la soluzione alle tensioni create dalla contiguità tra culture diverse nel mondo globale non va cercata nel “secolarismo”, cioè nella posizione di neutralità rispetto alla dimensione religiosa, che tutt’al più la relega nella sfera del privato. Il secolarismo promuove, di fatto, la primazia di un individualismo disancorato e la legittimazione di un regime di equivalenze, in cui tutto ha diritto di esistere, purchè non avanzi una pretesa di verità.
Rispetto a questa posizione, il cattolicesimo ha un potenziale universalistico molto più alto. Mentre la solidarietà etnica e culturale è sempre tra i membri del gruppo contro chi non ne fa parte (e di solito è proprio l’esistenza di un nemico che consente al gruppo di ricompattarsi: è il meccanismo del “capro espiatorio”), la solidarietà che ci insegna il Vangelo (pensiamo alla parabola del Samaritano, Lc 10:25-37, o all’invito ad amare i nemici, Mt 5:43-45) è totalmente libera dalle appartenenze etniche e dalle affinità politiche e culturali: siamo liberi di decidere chi vogliamo che sia il nostro prossimo, senza alcun vincolo. L’etica è indipendente dall’etnia; e noi siamo liberi dai legami di sangue, di territorio e persino di fede. Liberi di comportarci secondo coscienza e di non rendere insormontabili i confini che ci separano; anzi, di abbatterli, trasferendo su chi prendiamo come nostro prossimo l’amore gratuito ( e quindi libero) con cui ci sentiamo amati da Dio Padre.
Questo potenziale di unversalismo (contro i tanti particolarismi che costruiscono barriere e scatenano conflitti) richiede però la capacità di superare l’orgoglio dell’appartenenza, e l’umiltà di riconoscere la pluralità dei cammini di salvezza, come scrive il profeta Micea (4:4-5): ” Siederanno ognuno tranquillo sotto la vite e sotto il fico e più nessuno li spaventerà (…) Tutti gli altri popoli camminino pure ognuno nel nome del suo dio, noi cammineremo nel nome del Signore Dio nostro, in eterno, sempre”.
Individualità e relazionalità del testimone
mercoledì, marzo 17th, 2010Il convegno si avvicina, e continuare a riflettere sulla centralità antropologica del testimone nell’era digitale, e sui significati e le implicazioni di questa affermazione può aiutare, speriamo, ad arrivare a questo appuntamento non come spettatori davanti a una vetrina più o meno attraente, ma come, appunto, testimoni capaci di condividere riflessioni ed esperienze, e assumere da questa condivisione un mandato di testimonianza. Una delle caratteristiche degli “eventi” nella contemporaneità è infatti il legame quasi paradossale tra intensità e durata: più le cose sono intense e prima finiscono, più coinvolgono al momento e meno sono capaci di durare nel tempo.
Il testimone, invece, sa ripristinare la dimensione della durata oltre a quella dell’evento, ritessendo, attraverso la relazione e la comunicazione, quell’unità e quella continuità che tendono sempre a frammentarsi e sfilacciarsi, sotto la spinta della velocità, dell’individualismo, della strumentalità..
Oggi, dal Giappone da dove vi sto scrivendo, vorrei sottolineare due caratteristiche della figura del testimone che, ciascuno nei modi che la sua libertà creativa gli suggerisce, dovremmo cercare di tenere sempre presenti: l’imprescindibile individualità e l’intrinseca relazionalità.
La scelta di testimoniare non può che essere individuale: nessuno può prenderla al nostro posto, nè siamo obbligati a prenderla. E’ una libera decisione, che si traduce nell’assunzione di una responsabilità: una volta presa (liberamente), questa scelta ci impone dei vincoli (di coerenza, di continuità, di coraggio, di umiltà…) che non possiamo non considerare. Ma è solo dentro questi vincoli che la libertà può esprimersi, se non vuole ridursi a capriccio e schiavitù rispetto alle contingenze. Quello del testimone è appunto un individualismo responsabile, e non un individualismo assoluto. E’ la responsabilità che ci rende soggetti, persone, che valorizza la nostra unicità.
Il testimone è poi per definizione in relazione: ad “altro” (ciò che ha conosciuto e che riferisce) e ad “altri” (coloro ai quali comunica ciò che ha conosciuto). In tutte la sue accezioni (quella giuridica, persino quella sportiva) il testimone è un soggetto-in-relazione, un tramite, un mediatore. E’ quindi anche un “tessitore”, perchè riconnette diverse dimensioni dello spazio (un “qui” e un “altrove” dove è accaduto ciò che racconta) e del tempo: un “prima”, un “ora” e anche un “poi”, perchè la testimonianza serve anche a orientare le scelte e a non ricommettere gli stessi errori, imparando dal passato per immaginare un futuro più umano.
Per un’antropologia della contemporaneità: lo spazio
sabato, marzo 13th, 2010Uno dei primi aspetti che gli antropologi osservano per comprendere le culture alle quali si avvicinano è lo spazio: il modo in cui è organizzato in funzione delle relazioni, il modo in cui traduce i valori di riferimento e ospita le pratiche quotidiane dei membri del gruppo.
Lo spazio non è un contenitore neutro. Da un lato esprime valori e significati, dall’altro orienta e spesso cerca di “disciplinare” i comportamenti. L’aula scolastica, per esempio, come scriveva McLuhan, è una sorta di “prigione” su modello della pagina stampata, in cui studenti cresciuti con il modello coinvolgente e partecipativo della televisione si trovano bloccati in file lineari, ad apprendere nozioni spazializzate su pagine prodotte in serie.
Le corsie delle autostrade, i marciapiedi, le scale mobili (solo per citare alcuni aspetti dello spazio pubblico) predispongono i codici di movimento nello spazio ai quali siamo tenuti a conformarci. Ma anche nelle nostre case lo spazio è codificato secondo i valori della nostra cultura: non un unico spazio multifunzionale (come in tante altre culture, in cui la disposizione e l’uso della stanza cambiano a seconda delle ore del giorno e delle circostanze), ma una stanza per ogni funzione, e, possibilmente, per ogni membro della famiglia: individualismo e funzionalismo, oltre che una rigorosa separazione tra dentro e fuori, sono i valori di cui le nostre case soprattutto parlano.
Lo spazio lo percepiamo attraverso i nostri sensi: non c’è solo uno spazio visivo, ma anche uno spazio acustico (i paesaggi sonori delle nostre città..), uno spazio olfattivo (dai mercati delle spezie mediorientali alle fragranze di pop corn diffuse nei cinema per incentivare l’acquisto: sul marketing olfattivo si può vedere per esempio http://www.quellidelnaso.it/), uno spazio tattile e così via…
Ma lo spazio non è solo quello che i nostri sensi ci comunicano, che “riceviamo” dall’esterno: è anche quello che organizziamo con le nostre attività, a partire dal modo in cui ci disponiamo nello spazio col nostro corpo (la postura dà informazioni sul nostro stato di salute, la nostra età, il nostro umore, il nostro status sociale), da come occupiamo lo spazio con i nostri gesti, da che distanza teniamo quando comunichiamo con le altre persone (in genere più elevata se sono estranei, o persone importanti), fino ad arrivare al modo in cui organizziamo lo spazio per poter svolgere le nostre attività e allo spazio domestico, urbano e, oggi, digitale.
Nella nostra vita quotidiana rivendichiamo sempre delle porzioni di spazio per svolgere le nostre attività (il “nostro” posto a tavola, la “nostra” scrivania, il posto sul mezzo pubblico o al cinema – che segnamo con un marcatore di possesso, cappotto o borsa, se lo abbandoniamo per un attimo), fino al telo sulla spiaggia e tanti altri territori temporanei, di cui rivendichiamo il diritto esclusivo d’uso, anche se temporaneamente.
I territori sono strumentali, servono a svolgere le nostre attività: sono dei prolungamento di noi stessi e dei nostri spazi funzionali.
I luoghi, invece, in senso antropologico, sono quelle porzioni di spazio significative per il soggetto perché legate alla sua identità, alla sua storia, alle relazioni significative (due libri importanti su questi aspetti sono La poetica dello spazio di Gaston Bachelard http://www.anobii.com/search?s=1&productType=0&keyword=bachelard+poetica+dello+spazio, e Non –luoghi di Marc Augé http://www.anobii.com/search?s=1&productType=0&keyword=aug%C3%A9+non+luoghi).
I non-luoghi, al contrario, sono quegli spazi di attraversamento o di vicinanza anonima in cui prevale la strumentalità e l’individualismo, e rispetto ai quali non c’è nessun investimento affettivo: le stazioni, gli aeroporti, i centri commerciali sono non-luoghi di contiguità senza relazione, di attraversamento o sosta temporanea senza investimento, senza passato e futuro.
Il continente digitale è certamente ricco di opportunità “territoriali” funzionali e strumentali, dal momento che offre possibilità molteplici di estendere il proprio sé (i sensi, la memoria, l’accessibilità a mondi e la capacità di raggiungere persone e informazioni a distanza..), ed è anche, potenzialmente, un non-luogo di contiguità senza storia e senza futuro. Ma, altrettanto certamente, può essere, ed è di fatto in tante sue manifestazioni, un luogo antropologico di condivisione e incontro, memoria e progettazione, identità e dialogo, dentro e fuori la rete.
Anche le pratiche con cui esploriamo, condividiamo e organizziamo questo spazio sono fondamentali per dare forma al continente digitale.
Per un’antropologia della contemporaneità: il tempo
venerdì, marzo 12th, 2010Ripensare le condizioni dell’umano nell’ambiente digitale è un passo imprescindibile, come ha ricordato Benedetto XVI nella Caritas in Veritate: “La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica” (75).
L’essere umano da un lato è adattivo, e quindi impara velocemente a conoscerlo e a muoversi in esso, dall’altro è creativo, e riesce a sfruttarne le opportunità, elaborando soluzioni individuali e collettive per abitare l’ambiente e renderlo vivibile. In fondo questa è la cultura: elaborare collettivamente un modo simbolico di rispondere alle sollecitazioni ambientali, evitando di trasformare questo nesso in un rapporto di causa-effetto ed esercitando, invece, la libertà, pur dentro i vincoli presenti.
L’umanità abita il mondo dando prima di tutto una forma alle due coordinate fondamentali dell’esperienza: il tempo e lo spazio, e ogni cultura si caratterizza per il suo rapporto peculiare con esse. Ci sono fasi della storia, o culture, in cui il passato e la tradizione sono il modello che deve orientare la valutazione del presente e la costruzione dell’avvenire (oggi i fondamentalismi hanno questo tipo di orientamento temporale); ci sono fasi in cui il mito del futuro, visto come progresso, alimenta un ottimismo rispetto al presente e un disinteresse per il passato (la fase della modernità e delle grandi scoperte tecniche); ci sono momenti in cui il futuro appare più come un rischio, e ci si rifugia in un presente assoluto, cercando di renderlo denso e intenso per evitare di pensare al dopo (come nella post-modernità).
Come poi ci ricordano gli antropologi (in particolare E. T. Hall: per un approfondimento si può vedere il mio volume Comunicazione Interculturale http://www.anobii.com/books/La_comunicazione_interculturale/9788815105714/010c3b456d7571c82d/) ci sono due modi principali di organizzare il tempo nelle diverse culture. Quello più caratteristico del modello occidentale è “monocronico” (da monos, uno e cronos, tempo: una cosa alla volta), che consiste nella scomposizione dei processi e nella concatenazione lineare dei segmenti, su modello della pagina stampata (come spiega bene McLuhan) o della catena di montaggio: gli effetti sono potenti in termini di efficienza, ma anche potenzialmente disumanizzanti, come ci ricordava Chaplin nelle memorabili scene di Tempi Moderni (http://www.youtube.com/watch?v=IjarLbD9r30).
E’ monocronico il tempo delle nostre agende, suddiviso in segmenti riempiti di attività, ciascuno orientato a uno scopo; il tempo della puntualità e della pianificazione, della velocità e dell’efficienza, alla quale viene sacrificata la relazione. E’ un tempo lineare, orientato all’obiettivo, individualizzato (il ritratto, direbbe McLuhan, dell’uomo gutengerghiano). Efficiente, ma potenzialmente disumano. Soprattutto quando questo schema temporale si svuota di senso, come nella postmodernità: un esempio interessante di uomo postmoderno totalmente individualista, che suddivide il tempo in unità per poterlo meglio maneggiare e avere l’illlusione di avere così tante cose da fare da non poter dare retta a nessuno è il personaggio di Hugh Grant nel film About a Boy (http://www.youtube.com/watch?v=-7FGpH8qFFA).
E’ invece policronico il tempo in cui si fanno tante cose alla volta (il tempo delle mamme, mi verrebbe da dire), in cui la pianificazione è sempre relativa perché l’interruzione e l’imprevisto sono la norma; un tempo sensibile al contesto e alle relazioni; flessibile e aperto alla condivisione, ma anche dispersivo e spesso inefficiente.
Qual è il modello del tempo nel continente digitale? Forse i modelli interpretativi vanno un po’ rivisti, perché da un lato il multitasking è ormai una competenza diffusa, e l’orientamento alla relazione la caratteristica principale del web 2.0; dall’altro la capacità di organizzare il tempo, rispettare le scadenze, porsi e raggiungere degli obiettivi resta fondamentale per il nostro vivere insieme.
Così come, persa la fiducia cieca nel progresso, ma anche stanchi di un presente frammentato e autoreferenziale, e giustamente timorosi di un passato che vuole farsi modello assoluto, si rivalutano quelle che Ricoeur chiamava “le tre estasi del tempo” (passato, presente e futuro) nel loro intrecciarsi e dare spessore alla nostra vita quotidiana: il passato come repertorio di esperienza, il futuro come orizzonte di attesa.
E’ importante quindi essere consapevoli di come, con le nostre pratiche e le nostre scelte, diamo forma al tempo nel continente digitale.