Testimonianza, parresìa e verità

Parresìa è parlare con franchezza. Non con l’arroganza di chi, incurante degli effetti del proprio dire, spaccia per sincerità un parlare violento, spesso strategico e strumentale. Ma con l’umiltà di chi si sente in dovere di prendere la parola, per rendere giustizia a una verità che non è la sua, ma che anzi lo mette in una posizione scomoda. Una verità che ha toccato la sua vita, una verità conosciuta in un modo sempre parziale, una verità per comunicare la quale si è sempre inadeguati, ma che merita comunque di essere detta.
Quali siano i caratteri dell’autentica parresìa lo scriveva Foucault  richiamando il ruolo di questa virtù nel mondo classico (M. Foucault, Discorso e verità nella Grecia antica, Roma, Donzelli, 2005 (1983))
-    La parresìa esprime una relazione tra il parlante e ciò che viene detto: una relazione di sincerità  (“Il parresiastes è sincero nel dire la propria opinione”, p. 4)
-     Chi dice la verità si espone a un rischio:  “Se c’è una specie di ‘prova’ della sincerità del parresiastes, essa sta nel suo coraggio, nella disponibilità a correre un rischio e mettere a repentaglio la propria tranquillità o, in casi estremi, la propria incolumità”. “Il fatto che il parresiastes dica qualcisa di pericoloso – qualcosa di differente da ciò che la maggioranza crede – è una forte indicazione del fatto che egli sia un parresiastes” (p. 6).
-    Accettare di dire la verità significa tenere una specifica relazione con se stessi; essere disposti ad affrontare un rischio, una posizione scomoda, “invece di riposare sulla sicurezza di una vita in cui la verità resta inespressa”. Significa prendersi una responsabilità.
-    La parresìa è legata alla critica: la sua funzione non è dimostrare qualcosa a  qualcun altro, ma prima di tutto  “esercitare una critica: una critica dell’interlocutore, o anche di se stesso” (p. 8).
-    Per il parresiastes dire la verità è considerato un dovere, che egli sente anche quando è libero di stare zitto (sotto tortura non c’è parresia). La parresia ha a che fare insieme con la libertà e il dovere (che non si escludono di principio, come la cultura contemporanea tende a suggerire).
Il testimone non può che essere tale rispetto a una verità che lo ha toccato, che lo ha cambiato. Il testimone prende la parola per comunicare il modo unico e irripetibile in cui la verità gli si è manifestata, per condividere con altri ciò che ha potuto conoscere e sentire; per mettere in discussione i luoghi comuni che creano inerzie e spengono la libertà; per invitare gli altri a lasciarsi toccare dalla verità.

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6 Responses to “Testimonianza, parresìa e verità”

  1. pitie scrive:

    Mi sono permessa di segnalare questo suo post!
    Grazie :)

  2. eratestimone scrive:

    Grazie, mi fa piacere. Lo scopo è proprio quello di condividere e alimentare una riflessione, quindi ogni contributo in questo senso è utile e benvenuto!

  3. mr.magister scrive:

    Questo post mi ha toccato il cuore!!! Quante volte la parresia viene tacciata di “mania di protagonismo”?… Senza tener conto che invece si tratta di un esercizio di Umiltà e di un vero e proprio Servizio alla Verità. Chi parla è criticabile, si espone e può essere messo “alla berlina”; ma spesso piuttosto che valorizzare il coraggio, sostenere, orientare e guidare chi “ci mette la faccia”, anche con una critica costruttiva, si preferisce fermarsi all’apparenza… o addirittura incoraggiare, in maniera implicita o esplicita, la pretattica silente e passiva della diplomazia che opera “dietro le quinte” criticando tutto e tutti… senza costruire niente. Ma come è possibile tacere la “perla preziosa” che abbiamo trovato?

  4. eratestimone scrive:

    Quello del “dire la verità” è un punto delicato per i cristiani, perchè rischia, se non bene inteso, di legittimare la violenza e quindi tradire ciò che vuole affermare. La consapevolezza del proprio limite, della propria sproporzione rispetto a ciò di cui ci si fa testimoni, e il sapere che ciò che possiamo dire, dal nostro limitato punto di vista, non esaurisce il dicibile sono fondamentali per un’autentica parresìa, e per evitare il protagonismo di chi si serve della verità per affermare se stesso. Il tuo post coglie molto bene questo aspetto, così come il ruolo prezioso di una critica costruttiva coraggiosa. Ti ringrazio (uso il tu perchè, nell’ottica della fratellanza, approfitto del carattere “orizzontale” della rete, e ovviamente spero che chi mi scrive faccia lo stesso) anche di aver richiamato la metafora della perla preziosa: il testimone non dice la propria verità, ma quella che ha trovato, scoperto, riconosciuto. E’ un messaggero della buona notizia (un angelo, potremmo in questo senso dire). La verità ci rende capaci di annunciare e di comunicare. Grazie di essere entrato in dialogo in un modo così costruttivo.

  5. mr.magister scrive:

    In questo senso allora anche la critica sterile e passiva “dietro le quinte”…aiuta! Aiuta a restare umili, aiuta ad essere pazienti e può condurre momentaneamente anche alla parresia del silenzio: capace di parlare… senza parole!
    Si tratta certamente di un paradosso che possiamo non comprendere, ma che dobbiamo riuscire ad accettare, per essere testimoni credibili e coraggiosi di un’esperienza che è nostra, ma non ci appartiene mai completamente… perché ci trascende.
    Ma proprio dalla Verità possiamo e dobbiamo attingere la Forza per Testimoniare… se necessario… fino al Martirio!

  6. eratestimone scrive:

    Infatti “martire” significa prima di tutto “testimone” e io leggo questo significato, oggi, come capacità di assumersi le conseguenze del proprio dire, come responsabilità cui non ci si sottrae per quanto impegnativa, vincolante, scomoda. E, certamente, anche il silenzio può essere parresiastico, soprattutto in un mondo in cui tutti parlano e qualunque cosa può essere detta, così che tutto diventa equivalente. Piuttosto che far entrare la verità nel regime delle equivalenze è meglio rivestirla di silenzio, perchè non tutto può essere detto. Però la verità- che poi per me è la buona notizia di Dio Padre che ci ama e che ci chiede di amarlo attarverso e insieme ai nostri fratelli – va “fatta”. La testimonianza può essere operosa e silenziosa, può parlare attraverso le opere e i piccoli semi che, tante volte anche senza volerlo, si è in grado di spargere intorno.

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