Testimonianza e desiderio

Cosa muove il testimone? Da un lato il dovere di dire la verità che lo ha toccato, anche a costo di pagare uno scotto, anche contro il suo interesse. Ci capita quando ci rendiamo conto di non poter fare altrimenti, quando l’atto di testimoniare ci si impone quasi contro la nostra volontà, o comunque contro il nostro interesse immediato.
Ma il testimone è mosso anche dalla forza del desiderio. Questa parola, così bistrattata e banalizzata nella nostra cultura, va riscoperta.
Senza il desiderio non ci si muove, non si rischia, si vive una vita rattrappita. Il desiderio, in particolare il desiderio di infinito, è iscritto nel cuore di ogni essere umano, e ogni comunicazione che voglia coinvolgere l’essere umano (compresa quella della Chiesa) non può prescindere da questa componente ineliminabile. Una comunicazione che non si indirizza al desiderio e non è in grado di risvegliarlo non ha (tanto meno oggi, dove il criterio di verità è l’intensità) nessun appeal.

Lo ha capito bene il mondo della pubblicità e della cultura di massa, che però riduce (per alimentare i propri scopi, cioè il consumo), il desiderio ai bisogni, da soddisfare con “cose”.

Il desiderio autentico è rivolto a fuori di sé, ad altro, a qualcosa di grande che è in grado di muoverci e attrarci (de-sidera: dalle stelle).

Il bisogno è  invece la miniaturizzazione del desiderio in piccole voglie relativamente facili da soddisfare, rivolte a oggetti (o anche persone viste come oggetti), ma, in ultima analisi, a sé. Il desiderio è e-statico, ci porta fuori di noi e ci fa partecipi di una grandezza; il bisogno è autoreferenziale, è un’implosione del desiderio.

E, come è evidente nella società del benessere, la soddisfazione dei bisogni non genera alcuna felicità, ma solo la moltiplicazione dei bisogni stessi: alla sete di infinito si risponde con forme di “infinitazione”, di ripetizione e riproposizione di oggetti e obiettivi da raggiungere nel mondo dell’immanenza.

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