I media come ambiente

Rileggendo alcuni vecchi testi di McLuhan, ho riscoperto la radice originaria dei termini che utilizziamo in modo ormai quasi automatico, utilissima per correggere le distorsioni semantiche, e prospettiche, che abbiamo impresso alle parole di uso più comune (a questo scopo trovo utilissimo ricorrere appena possibile al senso etimologico, e suggerisco allo scopo questo dizionario on-line, che consente scoperte molto interessanti: http://www.etimo.it/).

Il termine “medium”, per esempio, è una parola latina che non ha come primo significato quello di strumento, bensì quello di “mezzo” in senso spaziale (stare in mezzo a una piazza, la virtù sta nel mezzo), che poi acquisisce il senso di visibilità, di spazio pubblico (chi sta in mezzo è ben visibile). Quindi, originariamente, il medium è uno spazio centrale, uno spazio di grande visibilità.

Anche il termine “ambiente” è interessante, perchè nella sua accezione originaria latina (ambiens) indica la “materia fluida che gira intorno a una cosa, l’aria che la circonda”: e l’aria, lo sappiamo, è invisibile.

I media sono quindi degli ambienti che consentono una grande visibilità, ma tendono a essere “invisibili” nel loro modo di operare. Per questo McLuhan scriveva: “Il presente è sempre invisibile perché ambientale. Nessun ambiente è percettibile, semplicemente perché satura l’intero campo dell’attenzione”.

Solo la consapevolezza di come i media funzionano, estendendo in un certo modo la nostra sensorialità, e ci “massaggiano”, immergendoci in un ambiente di stimolazioni sensoriali intense, può renderci capaci di sfruttare le opportunità del continente digitale, senza rimanere “narcotizzati”. Perchè, sempre per citare McLuhan, “Quando il coinvolgimento è massimo, ne siamo quasi istupiditi”.

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