Cercare di comprendere come interpretare oggi il ruolo di testimoni implica ripensare il rapporto con il tempo e abbandonare quella modalità ormai divenuta non problematica che Bauman chiama “memoria a videotape”, pronta a cancellare in ogni momento il passato, il “già visto”, per registare qualcosa di sempre nuovo, che a sua volta diventa presto obsoleto.
Il filosofo Remo Bodei, in un piccolo saggio intitolato Libro della memoria e della speranza, esprime bene quel nesso tra responsabilità e durata che è la condizione per l’esercizio della responsabilità, prima di tutto verso se stessi e verso la propria storia, e poi verso gli altri:
“Negli ultimi decenni l’etica della responsabilità è stata in genere diluita in favore di un mutamento endogeno del sistema delle preferenze e delle scelte (…) e di una concezione dell’identità personale non più strettamente legata alla propria coerente continuità psicologica. Ci si sente cioè meno solidali con le decisioni del proprio passato, quasi fossero state prese da un altro, e si affrontano quelle presenti con la riserva mentale della loro revisione, secondo il mutare delle circostanze e dei propri desideri”.
Questa critica non mira a escludere, naturalmente, la possibilità del cambiamento, ma lo àncora a una storia, che è fatta non solo di eventi e di scelte personali, ma di intrecci con altre storie, con le vite di altre persone; nella consapevolezza che ogni nostra scelta, nel bene come nel male, si ripercuote su chi è a noi legato in qualche modo. In una prospettiva relazionale e non individualistica, la nostra libertà non riguarda mai solo noi stessi: e questo non costituisce un limite, ma un criterio per orientare le scelte e le azioni verso un bene comune.
Tags: continuità, durata, individualismo, relazionalità, responsabilità
Sul tema del cambiamento (preferenze, scelte, identità, continuità psicologica ecc.) credo che sarà sempre più difficile liberarsi dal “peso” del passato. Attraverso il digitale noi lasciamo una quantità innumerevole di tracce (questo post ad esempio) che rimarranno indelebili forse fino alla fine del mondo. Ogni opinione, ogni scelta, ogni clik viene memorizzato e, anche se uno volesse cambiare vita, il suo passato verrebbe subito a galla, ripescato dai vari gugol o feisbuk ecc. (in un “villaggio” tutti sanno e ricordano tutto di tutti).
Circa un argomento affine, il cambiamento antropologico in atto, mi sembra interessante un editoriale di Sartori cul Corriere:
http://www.corriere.it/editoriali/10_marzo_22/giovanni_sartori_sconnessi_e_somari_1cbe80ba-3579-11df-bb49-00144f02aabe.shtml
R.D.
Grazie Ruggiero, e felice di conoscerti “de visu” (abiti una bellissima terra, a proposito di luoghi antropologici…). Ho letto l’articolo di Sartori, e ti ringrazio della segnalazione, ma non sono del tutto d’accordo sul pessimismo radicale che esprime, anche se è certamente utile avere ben chiari i rischi e le derive possibili dei comportamenti che ci sembrano “normali”. Grazie anche della tua nota sulla “traccia”: è certamente un tema cruciale, sul quale ti segnalo la prossima uscita di un numero monografico della nostra rivista Comunicazioni Sociali, curato da Francesco Casetti. A presto e grazie della tua collaborazione.
A proposito di responsabilità, proprio venerdì scorso (26 marzo) ho partecipato ad un incontro, nell’ambito di una “Scuola per genitori”, dal titolo “Identità e autostima: due conquiste difficili oggi”. La relatrice ha sottolineato, tra l’altro, il nesso tra identità/autostima e responsabilità, o meglio educazione alla responsabilità; io credo nella responsabilità educativa da parte degli adulti e nel valore dell’educazione alla responsabilità, da stimolare fin da piccoli. Credo anche che la responsabilità pensata, educata ed acquisita nell’ambito di un cammino di fede cristiana sia intrinsecamente coerente (solidale con le decisioni del proprio passato ) e rivolta al bene comune (ogni nostra scelta…si ripercuote su chi è a noi legato in qualche modo). Per noi genitori, ma anche per noi cristiani è inevitabile l’”esercizio” della testimonianza alla coerenza responsabile, in ogni ambito ed in ogni momento della nostra vita.
Sono assolutamente d’accordo, cara Stefania, e so, da madre di molti figli, come se c’è una parola che arriva all’orecchio di ragazzi ipersollecitati da ogni sorta di messaggi seduttivi è quella che affonda le radici nella vita: io, almeno, ho imparato che se mi preme che qualcosa che è importante per me arrivi a loro, devo innanzitutto mostrare che è importante nella mia vita, e non solo nei miei discorsi. Questo costringe a un lavoro di sobrietà della parola e di impegno nelle scelte quotidiane che è un esercizio utile prima di tutto per chi lo fa. E se riusciamo a rendere visibile ciò che dà senso (come significato, ma anche come direzione e, aggiungerei, come “sapore”) alla nostra vita riusciamo a essere testimoni credibili, pur con le nostre fragilità e i nostri limiti.