Credo che per tutte le persone che hanno partecipato, e spero che un po’ di sapore sia arrivato anche a chi si è collegato via web, “Testimoni digitali” sia stata una bellissima occasione per condividere saperi ed esperienze, per scambiarsi impegni di incontro e collaborazione, ma soprattutto per stare insieme, con gioia, nella fede che accomuna e rende ricchezza le nostre diversità.
Spero che voi, come è successo a me, abbiate ricevuto qualche spunto in più per progettare il vostro “abitare” il continente digitale. Vorrei richiamare la domanda molto semplice, ma fondamentale, che si è posto (con l’umiltà che è tipica del testimone) e ci ha indirettamente posto ieri Marco Tarquinio, il direttore di Avvenire, prima dell’udienza con Benedetto XVI: “Ma io che cosa ci faccio qui?”. E’ la domanda della responsabilità e della consapevolezza che nulla può essere dato per scontato, che non sono i nostri “ruoli” che ci consentono di abitare lo spazio e il tempo, ma il senso (come significato e come direzione) che sappiamo dare al nostro esserci. Un senso che va sempre ritrovato, rinnovato, rigenerato, anche e soprattutto con l’aiuto degli altri.
Per questo, momenti come quello del convegno che ieri si è concluso non sono solo riti (senza nulla togliere alla grandissima importanza del rito), ma occasioni di reciproco e fraterno richiamo alla responsabilità e alla testimonianza. Solo chiedendoci “che ci faccio qui?” possiamo poi passare alla domanda “operativa”: “che posso fare?”.
“Abitare” è molto più che “stare”, e molto diverso da “usare”. Abitare ha a che fare con “chi sono”, e “cosa posso fare” per dare senso, forma, bellezza e calore al luogo dove abito, dove sono le mie relazioni, dove si ancorano i miei ricordi e i miei vissuti. Come scriveva Illich: “In numerose lingue, ‘vivere’ è sinonimo di ‘abitare’. Chiedere ‘dove vivi?’ significa chiedere qual è il luogo dove la tua esistenza quotidiana forma il mondo. Dimmi come abiti e ti dirò chi sei”, e ancora “abitare significa essere presenti nelle proprie tracce, lasciare che la vita quotidiana iscriva la trama delle proprie biografie nel paesaggio”.
Il filosofo Heidegger citava poi spesso una frase di una poesia di Holderlin: “Poeticamente abita l’uomo”. Poesia è poiesis, fare. Ma un fare poetico, simbolico, creativo. E’ iscrivere i significati nel paesaggio, è allestire uno spazio propizio all’incontro, favorevole alla prossimità. Usando la leggerezza e la fantasia, l’originalità e la passione che abbiamo sperimentato in questi giorni, e che Mons. Domenico Pompili ci ha indicato come stile per umanizzare il continente digitale.
In questo spirito, un abbraccio grande a tutti, a Lucia, a Ruggiero, a mr. Magister, Francesca, i corsisti Anicec (che mi hanno salutato con l’annata, come il vino…), i nostri cari vescovi e tutte le persone che hanno partecipato, in tanti modi…
Buon abitare!
Ho partecipato a titolo personale (dalle mie parti c’è ancora un po’ di deserto e nessuna stella si è accesa) ad un convegno spumeggiante, ricco, armonioso, carico di segnali. Ho partecipato, pur in avanzata mezza età, perchè non vorrei lasciare a secco il pezzetto di “Parola” che mi è stato affidato. Non mi è immediato entrare nei meccanismi dei nuovi media, spesso mi trovo a “demonizzarli”. Alla fine mi è parso di aver capito, mi auguro per lo meno, che devo co-governarli. E poi ho scoperto che in rete c’è tanto, ma tanto di buono e di bello. E ce ne potrà essere sempre di più. Complimenti a tutti! Grazie a tutti! Un grazie particolare a papa Benedetto.
Ogni luogo è vivo e vivace se le persone che lo abitano ci mettono qualcosa di sè, anche solo la capacità di ascoltare, o l’entusiasmo… Ciò che ha reso questi giorni così intensi è stato il fatto che nessuno era lì come osservatore distaccato. Grazie di questa testimonianza calorosa e affettuosa: accogliamo volentieri il richiamo a coltivare il pezzetto di Parola che ci è stato affidato, per rendere bello e umano il continente digitale!
Carissima, gentilissima e dolcissima Prof. Chiara Giaccardi,
mi permetta innanzitutto un doveroso ringraziamento all’unica donna relatrice, mamma, “plurimamma”, testimone della grandezza della femminilità. Nel suo saluto al Papa c’era anche il mio, il nostro, di donne, mamme, mogli che sentono la bella responsabilità della testimonianza nel mondo, soprattutto nel mondo dei giovani, delle famiglie: il suo viaggio fra facebook, messanger e cellulare, al convegno, è stato un viaggio nella nostra più concreta realtà, di quanto vivono i nostri figli (anzi di come abitano) e di quanto noi adulti percepiamo (o meglio di come abitiamo).
La sua bella riflessione qui sopra mi ha immediatamente richiamato l’incontro dei primi discepoli Andrea e Giovanni con Gesù: “Maestro, dove abiti?” “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui. E, dopo essersi fermati con Gesù, dopo aver abitato con lui per un giorno intero, non possono contenere la gioia che diventa testimonianza, richiamo per gli altri. Abitare il continente digitale, anzi abitare il nostro tempo (essere cittadini del nostro tempo) come testimoni è prima di tutto una grande gioia!
Grazie Stefania, di questa solidarietà affettuosa e della tua riflessione. E’ proprio così: per testimoniare occorre vedere, e saper trasmettere la gioia per quanto si è conosciuto. Per me, una delle gioie più grandi è saper vedere insieme, e riuscire a condividere ciò che, dalla mia prospettiva parziale e limitata, sono riuscita a cogliere della bellezza della verità. Se questo messaggio è emerso, accanto a quelli più “ufficiali” legati al mio ruolo di studiosa, ne sono felice. E posso anche dire, sapendo che sei d’accordo con me, che se non fossi mamma, anzi, “plurimamma”, i miei occhi vedrebbero molto meno… Grazie della tua “prossimità digitale”!
Dolce prof.,
sentendola parlare, oltre all’interesse per una materia che dai tempi dell’università mi è stata cara, ho provato la piacevole sensazione del sentirsi a casa, di poter condividere con una persona di grande cultura come lei, la gioia della fede. Certo, i cammini sono diversi, ma quando si è sotto la stessa Luce l’orientamento è unico. Anche io mi sono chiesta “che cosa posso fare?”. Per ora c’è una grande e nuova motivazione (anche nella mia professione di giornalista che volevo accantonare), grazie alla sua riflessione che ho appena letto e soprattutto grazie al discorso di Papa Benedetto. Lei ha scritto che “abitare è molto più che stare” e mi ha suggerito un’altra riflessione: dall’abitare possiamo fare un altro passo; possiamo “rimanere nel Suo amore” e sarà questa la nostra forza per abitare questo mondo e per non estraniarsi da quello reale, da cui – sia i giovani sia molti adulti – tendono a fuggire.
Grazie ancora.
P.S. Anche dalla prospettiva di una zia si guarda la realtà con occhi diversi.
Certamente Stefania! ogni relazione significativa, ogni autentica apertura all’altro è uno squarcio nel limite angusto della nostra prospettiva. Uno dei concetti che mi sono rimasti più impressi dai miei studi di filosofia è proprio l’universalismo prospettico di Merleau-Ponty: solo stando in relazione e connettendo le prospettive, necessariamente limitate in quanto singole, si può avere qualche idea dell’universale, della verità. Grazie delle tue parole, e della riflessione, preziosissima, che aggiungi al tema dell’abitare. Spero che si riuscirà a mantenere vivo queto clima che si è creato, grazie all’incontro di tante persone reso possibile dal convegno. Mi sembra che l’espressione che usa Benedetto XVI, “reti di carità” (nel senso di reti di amore-dono) si faccia sempre più concreta!