Ancora sull’abitare

Dopo qualche giorno di (molto relativa) vacanza, rieccoci qui a condividere le nostre riflessioni da cittadini del pianeta digitale. Nei prossimi giorni intendo tornare sui risultati della ricerca che abbiamo presentato al convegno (e che trovate all’indirizzo www.testimonidigitali.it/ricerca), ma oggi voglio prendere in prestito le parole, molto belle secondo me, di padre Antonio Spadaro, uno dei relatori al convegno Testimoni Digitali. E’ appena uscito un suo libro che vi raccomando, Svolta di respiro. Spiritualità della vita contemporanea (Milano, Vita e Pensiero 2010) da cui traggo questi pensieri sull’abitare.

“Un luogo diventa propriamente ambiente se è considerato nel suo essere per, in relazione a qualcuno o qualcosa. Altrimenti quel luogo resta anonimo, non significativo, irrelato, chiuso nel suo anonimato… Parlare di ambiente allora significa parlare di scambi, di relazioni, di significati tra noi, gli altri, le cose…. Per l’uomo l’ambiente può essere: casa, prigione, luogo  a cui adeguarsi, luogo da plasmare oppure addirittura da conquistare. La nostra relazione con l’ambiente è espressione del nostro modo di essere nel mondo… L’ambiente abitato diventa  habitus, abito, termine ricco delle connotazioni di ‘abito’ e ‘abitudine’. Che cosa accomuna il vestito e l’abitudine? Innanzi tutto il fatto di starci addosso, di essere adeguato a noi e modellato su di noi. E il primo abito/abitudine è quello radicale di essere… Qui il termine non significa meccanica e noiosa abitudine di essere a questo mondo, ma qualità essenziale, disposizione interiore a essere, a vivere. Questo è il vero e fondamentale sentirsi a casa. Allora la stessa esistenza diventa un ambiente di vita.

Riflettere sugli ambienti significa meditare su ciò che ci sta addosso, che ci modella, e che noi contribuiamo a modellare. Innanzitutto il fatto stesso di essere” (pagg. 207-208).

Tags: , , , ,

3 Responses to “Ancora sull’abitare”

  1. stefaniadb scrive:

    Sentirsi al posto giusto, come e dove Dio vuole, e cominciare con un rinnovato entusiasmo a fiutare intorno a sè, a scoprire quasi con un entusiasmo adolescenziale relazioni nuove, corrispondenze, un codice comune che non isola ma si apre agli altri. Il mio habitus di oggi, cara professoressa, è meno spavaldo di un tempo, più responsabile (e non solo per l’età) e … a caccia di volti. Sì, come ha detto il Papa. E’ importante conoscersi per non cominciare un soliloquio, ma per camminare insieme. In un altro testo di p. Antonio Spadaro (Web 2.0 Reti di relazioni) che sto leggendo in questi giorni mi è piaciuta la definizione “nel web 2.0 il senso della pubblicazione è la partecipazione. Pubblicare significa partecipare, cioè condividere”. Ed è l’ultimo verbo che mi piace sottolineare “condividere”. Questa deve essere, a mio avviso, la nostra nuova disposizione interiore. Mi sembra che le premesse ci siano. Forse il continente digitale potrebbe insegnarci ad abitare luoghi che non frequentiamo più, a dialogare come non si fa più.

  2. eratestimone scrive:

    Bello quello che scrivi cara Stefania, e vero: la spavalderia non serve, anzi acceca e anestetizza, perchè riempie di sè. Costruire, proteggere e alimentare il terreno comune, il luogo e il tempo dell’incontro è invece fondamentale. E dall’esperienza di questi mesi ti posso dire che veramente la rete può essere un terreno di incontro e di scambio, di vicinanza non banale, di condivisione di progetti e di speranze, di comunicazione su ciò che ci sta a cuore, di fiducia sul fatto che non si è soli a credere che qualcosa di bello possa esistere, già qui, in mezzo a tutte le cose tristi che ci circondano e alla tanta disumanità di cui ogni giorno siamo spettatori. Grazie quindi, e spero che la nostra comunicazione continui…

  3. stefaniadb scrive:

    …sarà bello poter continuare ad abitare questo nuovo ambiente dialogando e confrontandosi. Grazie

Leave a Reply