La ricerca che abbiamo presentato al convegno Testimoni Digitali (www.testimonidigitali.it/ricerca) ha fatto emergere una serie di spunti per riflettere su come sta cambiando il nostro modo di metterci in relazione nell’ambiente digitale. Diversamente da quanto i luoghi comuni, ormai consolidati, affermano (la rete è un mondo a parte, un surrogato della realtà, uno spazio di relazioni fittizie e di identità mascherate…) dall’indagine sui 18-24enni di tutta Italia, grandi frequentatori di social network, è emerso come la rete sia soprattutto uno spazio per “essere-con”. La dimensione strettamente comunicativa non è la più importante, e comunque occorre ripensare il concetto di comunicazione, abbandonando completamente l’idea di “trasmissione”. Comunicare, lo aveva già detto McLuhan, non è scambiarsi messaggi, ma modificare delle proporzioni (aumentare la sensibilità, avvicinare le persone). Tutto ciò che “avvicina” è un medium, e la rete, prima ancora che consentire di produrre e scambiare messaggi e materiali, serve per ridurre le distanze, per immergersi e lasciarsi coinvolgere da un ambiente di simili. McLuhan sosteneva infatti che è “medium” tutto ciò che produce cambiamento, e che i media modificano i rapporti e le proporzioni dentro il nostro ambiente.
Oggi comunicare è soprattutto avvicinare, ridurre le distanze: la comunicazione è sempre prima fàtica che referenziale, ovvero mira soprattutto ad alimentare il senso di contatto, a mantenere vivo l’”essere-con”, più che il “parlare di”. La comunicazione in rete ha quindi a che fare soprattutto con il desiderio di avvicinare le persone, di avvicinarci agli altri. Un “essere-con” che non solo non si contrappone, sostituendolo, al rapporto interpersonale nelle situazioni concrete, ma si pone in un certo senso al suo servizio, riconoscendone il primato.
Anche la rete, dunque, risente della svolta “tattile” della comunicazione, del tentativo di ridurre le distanze (il tatto è il senso dell’annullamento della distanza), di “immergersi” in un ambiente relazionale, lasciandosene coinvolgere. Ridurre la distanza non è ancora, però, realizzare una prossimità: ma esprime un bisogno, e può trasformarsi in un’opportunità.
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A proposito dell’ espressione di un bisogno di comunicare, mi ha colpito, nel rapporto, la riflessione sulla “capacità di parlare di sé con fiducia, costruendo, dal basso, uno spazio in cui la dimensione personale viene messa in comune”.
Mi ha dato la misura dei tempi che cambiano. Un tempo esisteva il diario per sfogarsi. Oggi c’è l’amico che non si vede, ma che ti risponde subito.
Credo che occorra approfondire questo bisogno dei giovani di oggi di “essere con” senza essere giudicati, osservati, ma accettati presentando se stessi senza non doversi confrontare con le aspettative degli altri.
La rete abbassa le difensive che nei rapporti interpersonali a volte prevalgono sulla disponibilità a dialogare. Molte volte anzichè ridurre le distanze, però, la rete funge da barriera fra sè e l’interlocutore, e allora torna ad essere un semplice diario.
Anche il rapporto sottolinea che tutte quelle che possono essere a ragione considerate premesse di un umanesimo digitale hanno in sè alcuni rischi. Ma ogni rischio è una sfida. Essere presenti, con offerte diverse, spunti riflessivi, in questo ambiente in continua evoluzione, è la sfida di chi fa comunicazione per professione e per missione. Lei scrive che quel bisogno può trasformarsi in un’opportunità. Sì, direi -forse più azzardatamente- che quel bisogno deve incontrare un’opportunità. E’ questa la sfida che abbiamo davanti a noi, come studiosi, come educatori, come utenti e soprattutto come “testimoni digitali”. Sono ancora perplessa sul “come” creare questa opportunità, sul ruolo non improvvisato che spessa a ciascuno di noi.
Grazie per l’attenzione.
Grazie a te Stefania di queste osservazioni, che condivido totalmente. Ogni rischio è una sfida, e, come giustamente scrivi, per rispondere adeguatamente non si può improvvisare. Dentro la Chiesa già da tempo è in corso un lavoro accurato, e anche appassionato, per poter leggere i segni dei tempi e cogliere le opportunità di comunicazione, annuncio, relazione e prossimità che il continente digitale offre. Partecipare alle occasioni di discussione, alimentare il dibattito e lo scambio di esperienze da parte dei laici è certamente più che qualcosa di opportuno: è un modo responsabile e irrinunciabile di stare dentro questo nostro tempo, di condividerne le bellezze, che a volte hanno del prodigioso, ma anche le fatiche e le difficoltà e i limiti; perchè senza il senso del limite, di ciò che nella rete non si può realizzare, non si riesce neppure a valorizzarne pienamente le possibilità. Dentro un’esperienza che non può che essere globale e intercorporea per essere pienamente umana, e che può esserlo solo lasciando aperta almeno una finestra attarverso la quale poter essere raggiunti da ciò che ci sovrasta, che non è delimitabile in un “profilo”, che ci sorprende e ci porta fuori dai nostri limiti, che ci libera dalla prigione dell’immanenza.
Tutto vero, ma guarda caso nessuno si sporca le mani testimoniando rischiando la faccia!
Sono così pochi i testimoni (e non i “blabla”) che per la maggior parte ci si testimonia a vicenda (davvero ridicolo) con l’illusione di fare del “bene”.
Perchè? Perchè testimoniare costa fatica, costa conversione vera!
Proposta: uscite per le “strade” del web invece di scrivere cosa gli altri devono fare!
D.
Cara Donatella, sono assolutamente d’accordo con te sul fatto che è necessario sporcarsi le mani, e che la testimonianza costa una gran fatica (e va continuamente rinnovata, non è qualcosa che si “conquista” una volta per tutte). Personalmente cerco di parlare di ciò che conosco, o perchè l’ho compreso in un modo talmente profondo che ha cambiato la mia vita, o perchè lo vivo nella concretezza e nella fatica del quotidiano. Ho imparato questa cosa attraverso l’esperienza della genitorialità: con tutte le parole, i discorsi, le sollecitazioni che i figli ( i miei vanno dai 12 ai 23 anni) sentono quotidianamente perchè mai dovrebbero ascoltare proprio le mie parole, che magari non sono nemmeno così seducenti? E quindi, come poter trasmettere loro ciò in cui credo, che ho capito attraverso la vita e l’esperienza, senza imporglielo naturalmente ma come un riferimento con cui misurarsi? L’unica risposta che ho trovato è la testimonianza. Se dico “siate attenti agli altri” e poi mi preoccupo solo delle mie cose, giustamente le parole scivolano come acqua sul marmo. Ma se questo messaggio arriva, magari anche senza parole, attraverso scelte che cambiano il modo stesso di organizzare la propria vita (ospitare stabilmente persone che per qualche ragione si trovano in difficoltà, per esempio), allora magari riesce a lasciare un segno, o almeno a sollevare una domanda. La testimonianza è parola che è vita. Questo non significa che non si debba parlare, là dove ci si trova ad essere (compreso il web), ma che la vita viene prima, e dice di più.
Questo è quello che mi sento di risponderti, ma se vorrai continuare questo dialogo a distanza (o magari anche in presenza, chissà…) ne sarò felice. Buona estate..
Intendevo dire che da quando sono in internet (almeno un decennio), i cattolici alla fine preferiscono riunirsi tra di loro in associazioni o siti tipo club privèe più che fare vera testimonianza sporcandosi le mani (nemmeno i preti lo fanno) tra la gente comune o rischiando la propria fede tra gli atei, per esempio.
Non solo, snobbano perfino quei fratelli nella fede che rischiano linciaggi virtuali. C’è una lobby anche tra di noi, non neghiamolo, l’esempio più lampante è stato il raduno dei Testimoni Digitali dove ho potuto ri-notare quanto snobbismo c’è, quanta poca sincera voglia di aiuto reciproco vibra tra di noi e quanta poca umiltà si respirava. Io qui, io là, io, io, io…e ancora IO.
I miei figli vanno dai 20 ai 32 anni, la fede l’hanno abbracciata oppure no con nostro dispiacere, ma come solo Dio vuole e può lasciando loro la libertà; a noi la proposta, a loro l’accoglimento o meno, chi in missione all’estero, chi scegliendo per l’ateismo più estremo. Il successo di un cristiano, ritengo non stia nel numero di chi converte, ma dal tipo di fede che suscita, se è di quella sincera o di quella più frequente dove un dio varrebbe l’altro, a questo punto.
Grazie per avermi risposto, avevo visto che avevi precedentemente rimosso il commento, te ne sono riconoscente.
Un abbraccio, seppur virtuale.
Dody
PS. non è il mio sito quello che cito ma uno dei pochi che stimo perchè alternativo ai soliti.
Cara Dody, non so se leggerai questa risposta che arriva tanto tempo dopo il tuo post, ma mi fa piacere ugualmente scriverti, e riprendere così il dialogo interrotto a causa di un’estate per me iniziata in modo difficile, con la perdita di una persona molto vicina e molto cara, seguita da un bisogno di disconnessione…
Quello che hai scritto è per certi versi condivisibile, ma forse le cose possono essere lette diversamente. Forse per la mia tendenziale attitudine positiva (che non impedisce la critica, anzi), non mi sento di dare una lettura negativa del clima del convegno: certo le “adunate oceaniche” non sono propizie a ritagliare spazi di relazione, ma forse non è questo il loro scopo. In quest’epoca individualista essere insieme, con intenti comuni pur nella diversità, è un elemento “rituale” con una sua funzione positiva e propulsiva (alimentare la fiducia e la speranza, sperimentare un senso di “essere-con”, conoscere ciò che fanno altri, ricevere qualche stimolo e spunto di riflessione e di confronto…). A volte, poi, dire “io” è inevitabile per condividere esperienze, cosa che non può che essere fatta a partire dal proprio personale, per quanto parziale, punto di vista e dalla propria esperienza. Nella mia visione dialogica, dire “io” significa nello stesso tempo evocare un “tu”… Sono però d’accordo con te sul fatto che non ci si può limitare ai grandi raduni, e soprattutto che non ci si può accontentare di stare con chi ci assomiglia, in un rassicurante gioco di rispecchiamento reciproco. Da questo punto di vista la rete è una grande opportunità, per uscire dai propri spazi rassicuranti e avvicinare “stranieri digitali”, persone che avremmo poche occasioni di incontrare nelle nostre vite organizzate a compartimenti quasi stagni e dalle quali, invece, possiamo avere molto da imparare, prima di tutto su noi stessi. Mi piace molto, poi, quello che dici sul “suscitare la fede”. Un teologo contemporaneo che trovo costruttivamente provocatore, C. Theobald, scirve che la fede è intrasmissibile, e che può solo essere generata (non a caso Gesù dice “figlio, figlia, la tua fede ti ha salvata”). Quello che si può cercare di fare è essere “suscitatori”: “E’ il contagio del nostro interesse per tutti e per ciascuno che – forse – ci meriterà l’interesse di alcuni verso la sorgente di vita che per noi è Cristo” (in Trasmettere un Vangelo di libertà).
Buon anno cara Dody, con le nostre fatiche e le nostre gioie invisibili di mamme e di mogli e con la tenacia di non arrendersi anche se i motivi di scoraggiamento sarebbero tanti!