C’è un sostantivo che viene costantemente usato per neutralizzare la parola dei credenti nello spazio pubblico: “moralismo”. Per quanto esso sia un rischio, contro il quale restare sempre vigili, quella “credente = moralista” è una delle tante equazioni che la cultura contemporanea propone, per affermare il proprio regime di equivalenze: tutto si può dire, purchè non si sottragga al circolo delle “opinioni opinabili”. La testimonianza è invece agli antipodi del moralismo. Il moralismo è l’applicazione ottusa di una legge, per la quale il soggetto abdica alla propria capacità critica e alla propria libertà. La testimonianza va oltre la legge, la supera nell’amore, perchè “la legge è per l’uomo e non l’uomo per la legge”.
Per contribuire a rompere questo, che è uno dei tanti luoghi comuni che ingombrano e velano la nostra capacità di comprensione, userò le parole, bellissime, di un grande autore gesuita, Francois Varillon (Traversate di un credente, Milano, Jaca Book, 2008), grata all’amico gesuita che me lo ha fatto conoscere:
“Una decisione morale è quella che, provocata dai fatti, si propone di far trionfare i valori (giustizia, onestà, verità). Non si dà decisione morale che non sia un atteggiamento concreto della libertà, che si confronta con il temporale. (…) E’ a questo livello che si oppongono morale e moralismo. Vi è moralismo quando, per decidere, la coscienza si riferisce a una legge, data una volta per tutte, ideale irrigidito, somma di principi. A quel punto, non vi è alcun bisogno di cercare – parola chiave della Scrittura: ‘Cercate e troverete’ (Matteo 7,7) (…). Ci si accontenta di cogliere i punti di applicazione della legge.
All’opposto, in una vita autenticamente morale, la coscienza comprende la legge come una norma creatrice, che suscita decisioni personali sulla base di situazioni analizzate il più correttamente possibile. Sono queste decisioni che costituiscono l’impegno. I valori vengono colti nella decisione stessa, che modifica, in piccole o grandi dimensioni, nella vita privata e in quella pubblica, il corso della storia. In altri termini, moralismo significa sottometersi alla legge perchè ‘è legge’, obbedienza formale – che si deteriora facilmente in rispetto delle convenienze, di ‘ciò che si usa fare’, a scapito del coraggio, della responsabilità, del ‘carattere’. Morale significa fedeltà creativa, grazie alla mediazione della legge, assumendo la legge in decisioni che esprimono l’io profondo. (…) La vita di Gesù è tutto un tessuto di decisioni, provocate dalle circostanze e ispirate dallo Spirito. In lui coincidono obbedienza e libertà. Alla radice vi è l’umiltà. Invano cercheremmo nei suoi gesti la minima retro-intenzione di un ‘per me’. Per questo il suo discernimento è infallibile” (p. 95).
Forse queste parole ci possono aiutare a essere critici (da krìno, che significa distinguere, discernere), prima di tutto a proposito di noi stessi, quando l’invocazione della legge maschera in realtà un “per me”, e quando invece siamo capaci di essere autenticamente morali, creativi nella fedeltà.
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