Abitare il web

Oggi si è concluso il convegno “Abitanti Digitali”, che in realtà è stato molto più che un convegno: in una cornice di grande bellezza e in un clima di calda ospitalità, in una di quelle cittadine che sono il fiore all’occhiello dell’Italia per la loro configurazione “a misura d’uomo”, ci si è reincontrati a distanza di un anno da Testimoni Digitali per fare il punto della “situazione digitale”. Tante riflessioni sono emerse, ma soprattutto dei passi in avati nella comprensione del “nuovo contesto esistenziale”. Intanto i media sono ambienti perchè creano un luogo: dai media più antichi a quelli più recenti, abbiamo attraversato diversi “paesaggi mediali”, segnati da specifiche forme di abitare, per arrivare al paesaggio del web: che non è più, come i luoghi più tradizionali, segnato da un principio di intelligibilità, da un centro simbolicamente denso a cui tutte le strade conducono, ma da un’orizzontalità non gerarchizzata, dove l’unico principio di senso pare la navigazione individuale o, oggi in particolare, quella forma di “architettura dell’intimità” che sono i social network.
Per abitare questi spazi, cioè renderli umani, bisogna partire da questa orizzontalità e reciprocità, ma non fermarsi alle forme immediatamente disponibili. Come afferma Sherry Turkle, “meritiamo di più”. Il rapporto personale, la relazione, non è allora il “fine”, ma il “luogo” dove può accadere un incontro diverso, un incontro con una verticalità che buca la piattezza equivalente del web, e che fa risuonare una voce altra. La voce del testimone, in un rapporto che non può che essere personale, diventa l’invito a guardare oltre la relazione stessa, verso la verità che la fonda.
La tecnica, meraviglioso prodotto dell’ingegno umano che però, se assolutizzata, diventa un “dispositivo” che dispone di noi, può invece essere simbolo, eco di quella voce che continuamente ci parla della verità che ci costituisce. La tecnica può essere poesia.
Pieno di merito, ma poeticamente abita l’uomo, scriveva Holderlin.

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