Archive for giugno, 2011

La Bibbia e twitter

giovedì, giugno 9th, 2011

La parola poetica e la narrazione sono ambiti straordinari di comprensione di sè e  del mondo e di apertura all’infinito; ambiti che nella Bibbia trovano espressione suprema.

E se la Bibbia non può stare nei 140 caratteri di un tweet, il cinguettio può accendere una curiosità che magari riesce a trasformarsi in desiderio. Come ha suggerito Mons. Ravasi in una recente intervista  (http://www.adnkronos.com/IGN/News/CyberNews/Chiesa-card-Ravasi-portero-la-Bibbia-su-blog-e-twitter_312107355894.html):

”E’ importante fare conoscere la Bibbia. Anche utilizzando gli strumenti comunicativi dei giovani: come Twitter, i siti Internet. Attraverso una frase o una parola dominante in un brano, come carita’, amore, dolore, perdono, s’invoglia a leggere tutto il passo”.   ”Leggere la Bibbia ha senso soprattutto oggi, anche per un non credente. Viviamo in tempi di superficialita’, approssimazione e, quel che e’ peggio, d’indifferenza, la grande malattia trionfante odierna. La Bibbia e’ la stella polare della nostra cultura”. ”Un grande testo etico ma anche estetico  perche’ e’ scritto benissimo. Ci sono le vicissitudini dell’uomo, l’amore, la guerra, la fratellanza, la poesie, il riso e le lacrime. Noi possiamo non osservarne gli insegnamenti, ma ci indica un senso, una storia. Aiuta a diradare la nebbia in cui viviamo”.

Solo attraverso la bellezza, che non esclude la rappresentazione del dramma della libertà, possiamo avvicinarci alla fede. Lo scriveva Flannery o’Connor, con parole che ancora ci provocano:

“Nulla garantirà il futuro della narrativa cattolica quanto la rinascita della tradizione biblica. Infatti la nostra reazione nei confronti della vita sarà ben diversa se ci hanno inoculato soltanto una definizione della fede, o se abbiamo tremato insieme ad Abramo che levava il coltello su Isacco” (in A. Spadaro, Flannery o’ Connor . Il volto incompiuto, Milano, Bur, 2011, p.17).

La neopolitica tra viralità e partecipazione

venerdì, giugno 3rd, 2011

Due premesse a quello che dirò: 1) credo si debba sempre diffidare delle realtà che si presentano come monocromatiche, nascondendo le sfumature; 2) non sono un’esperta di comunicazione politica, ma una studiosa della comunicazione e una cittadina a cui sta a cuore la questione del bene comune e la garanzia di spazi dentro i quali questa finalità possa essere elaborata, discussa e realizzata in modo partecipativo.

Entrambi questi motivi mi fanno prendere con cautela i risultati delle ultime elezioni amministrative, e credo che l’ubriacatura euforica dei primi momenti debba lasciare il posto a una riflessione capace di discernere, accanto ai semi di novità, anche gli elementi che vanno nella direzione di un’autentica partecipazione democratica, e quelli che invece, a dispetto delle apparenze, spingono nella direzione contraria.  Senza dimenticare la questione del “senso”, che per quanto rimossa dal dibattito è a mio avviso centrale.

Un contributo fondamentale a una diversa comprensione di quanto accaduto mi è venuta da una lunga conversazione con un gruppo di studiosi e intellettuali militanti di Bari, sostenitori attivi di Vendola nella prima campagna per il governo della regione Puglia, alcuni tuttora interni a SEL, ma profondamente delusi dalla piega che già in vista del secondo mandato, e ancor più nelle contingenze politiche attuali, la comunicazione del leader di Sinistra e Libertà ha assunto.

Provo a riassumere qualcuna di queste ragioni, offrendole come spunto alla riflessione per immaginare un percorso che è appena iniziato, e offrire un piccolo contributo di fronte a una potenziale capacità di cambiamento che non va sciupata. E a chi volesse approfondire consiglio il coraggioso e “parresiastico” saggio di Onofrio Romano, La fabbrica di Nichi. Comunità e politica nella postdemocrazia, Laterza Edizioni della Libreria, Bari 2011 (e dico”parresiastico” perchè gli effetti dell’aver espresso un parere dissonante e circostanziato su uno stile di fare politica che forse non è democratico come vuol sembrare si stanno già manifestando, rivelando un volto inedito della postdemocrazia digitale).

Sottolineo qui solo due delle tante questioni meritevoli di una riflessione seria.

La prima: il rapporto tra la rete e la realtà, senza la quale la politica diventa vuoto marketing delle idee e la partecipazione poco più che un “mi piace”. La rete funziona e dà il meglio di sè quando consente a mondi che esistono, o si formano, nei contesti dell’interazione e dell’impegno concreto di superare i limiti del proprio localismo, connettersi, elaborare anche nei luoghi smaterializzati del web discorsi e progetti da ritrasferire nei contesti reali, in una sinergia virtuosa tra materiale/immateriale, reale/virtuale, locale/globale, singolare/universale. In questo modo la rete può diventare veramente uno dei luoghi di elaborazione di una nuova politica della partecipazione. Peccato che questo richieda impegno e comporti lentezza. Molto più semplice cancellare i “corpi intermedi” e creare strutture leggere solo virtuali, che siano in realtà luoghi di comunicazione e non di elaborazione: luoghi di diffusione di una “viralità politica”  i cui contenuti sono decisi altrove, in modo non necessariamente democratico.

La seconda questione riguarda la personalizzazione estrema del leader, che è profondamente legata alla cancellazione efficientista dei corpi intermedi, e che apre uno scenario postdemocratico tutt’altro che attraente.

Siamo da troppo tempo abituati al leader maximo che parla direttamente al popolo attraverso i media, che sa usare benissimo. Non si vorrebbe che il passaggio di leadership fosse solo legato alla capacità di maneggiare meglio i nuovi media. E la viralità rischia di produrre, anzichè partecipazione contagiosa, solo “tecno-magie”, se “la rete non viene utilizzata per agevolare la sovranità del logos, bensì per amplificare a dismisura la forza del pathos” (Romano 2011:55).

Perchè nei contenuti è difficile, almeno per ora, vedere un cambiamento che vada al di là di un adattamento individualistico e improntato al “diritto al godimento” e che lascia intatta la cornice in cui le soluzioni vengono progettate. E non saranno le “fabbriche virtuali” a renderle democratiche.