La neopolitica tra viralità e partecipazione

Due premesse a quello che dirò: 1) credo si debba sempre diffidare delle realtà che si presentano come monocromatiche, nascondendo le sfumature; 2) non sono un’esperta di comunicazione politica, ma una studiosa della comunicazione e una cittadina a cui sta a cuore la questione del bene comune e la garanzia di spazi dentro i quali questa finalità possa essere elaborata, discussa e realizzata in modo partecipativo.

Entrambi questi motivi mi fanno prendere con cautela i risultati delle ultime elezioni amministrative, e credo che l’ubriacatura euforica dei primi momenti debba lasciare il posto a una riflessione capace di discernere, accanto ai semi di novità, anche gli elementi che vanno nella direzione di un’autentica partecipazione democratica, e quelli che invece, a dispetto delle apparenze, spingono nella direzione contraria.  Senza dimenticare la questione del “senso”, che per quanto rimossa dal dibattito è a mio avviso centrale.

Un contributo fondamentale a una diversa comprensione di quanto accaduto mi è venuta da una lunga conversazione con un gruppo di studiosi e intellettuali militanti di Bari, sostenitori attivi di Vendola nella prima campagna per il governo della regione Puglia, alcuni tuttora interni a SEL, ma profondamente delusi dalla piega che già in vista del secondo mandato, e ancor più nelle contingenze politiche attuali, la comunicazione del leader di Sinistra e Libertà ha assunto.

Provo a riassumere qualcuna di queste ragioni, offrendole come spunto alla riflessione per immaginare un percorso che è appena iniziato, e offrire un piccolo contributo di fronte a una potenziale capacità di cambiamento che non va sciupata. E a chi volesse approfondire consiglio il coraggioso e “parresiastico” saggio di Onofrio Romano, La fabbrica di Nichi. Comunità e politica nella postdemocrazia, Laterza Edizioni della Libreria, Bari 2011 (e dico”parresiastico” perchè gli effetti dell’aver espresso un parere dissonante e circostanziato su uno stile di fare politica che forse non è democratico come vuol sembrare si stanno già manifestando, rivelando un volto inedito della postdemocrazia digitale).

Sottolineo qui solo due delle tante questioni meritevoli di una riflessione seria.

La prima: il rapporto tra la rete e la realtà, senza la quale la politica diventa vuoto marketing delle idee e la partecipazione poco più che un “mi piace”. La rete funziona e dà il meglio di sè quando consente a mondi che esistono, o si formano, nei contesti dell’interazione e dell’impegno concreto di superare i limiti del proprio localismo, connettersi, elaborare anche nei luoghi smaterializzati del web discorsi e progetti da ritrasferire nei contesti reali, in una sinergia virtuosa tra materiale/immateriale, reale/virtuale, locale/globale, singolare/universale. In questo modo la rete può diventare veramente uno dei luoghi di elaborazione di una nuova politica della partecipazione. Peccato che questo richieda impegno e comporti lentezza. Molto più semplice cancellare i “corpi intermedi” e creare strutture leggere solo virtuali, che siano in realtà luoghi di comunicazione e non di elaborazione: luoghi di diffusione di una “viralità politica”  i cui contenuti sono decisi altrove, in modo non necessariamente democratico.

La seconda questione riguarda la personalizzazione estrema del leader, che è profondamente legata alla cancellazione efficientista dei corpi intermedi, e che apre uno scenario postdemocratico tutt’altro che attraente.

Siamo da troppo tempo abituati al leader maximo che parla direttamente al popolo attraverso i media, che sa usare benissimo. Non si vorrebbe che il passaggio di leadership fosse solo legato alla capacità di maneggiare meglio i nuovi media. E la viralità rischia di produrre, anzichè partecipazione contagiosa, solo “tecno-magie”, se “la rete non viene utilizzata per agevolare la sovranità del logos, bensì per amplificare a dismisura la forza del pathos” (Romano 2011:55).

Perchè nei contenuti è difficile, almeno per ora, vedere un cambiamento che vada al di là di un adattamento individualistico e improntato al “diritto al godimento” e che lascia intatta la cornice in cui le soluzioni vengono progettate. E non saranno le “fabbriche virtuali” a renderle democratiche.

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3 Responses to “La neopolitica tra viralità e partecipazione”

  1. mr.magister scrive:

    Condivido al 100%! E aggiungo
    la politica contemporanea è sempre più “piena di niente e vuota di tutto” (quali idee forti rimangono dopo un qualsivoglia talk show politico?). La mentalità efficientista dei mezzi di comunicazione sta invadendo la politica e minaccia altri ambiti altrettanto fondamentali del bene comune (ad es. la scuola e la pastorale). Rischiamo d’investire la maggior parte delle energie fisiche e mentali per conseguire/gestire il consenso massimo, le decisione e le azioni non sono più prese soltanto (sic) sulla base della convenienza e del tornaconto personale (prima repubblica), ma dopo aver consultato i vari sondaggi ufficiali, ufficiosi, pubblici e privati, alla ricerca spasmodica del gradimento del pubblico. Sta anche qui, forse, la principale sfida educativa che dobbiamo affrontare con la nostra testimonianza: andare controcorrente, metterci la faccia parresiasticamente… “costi quel che costi”. Prima che la spirale del silenzio fagociti noi e pure gli ideali e i valori della nostra COSTITUZIONE.

  2. eratestimone scrive:

    La sfida è capire come, anche grazie al web, sia possibile liberarsi dalla logica del consenso, dal marketing delle idee, dalla persuasione travestita da partecipazione. E, a dispetto dei tecnoottimisti, che rifiutano il determinismo tecnologico per riproporlo in veste ideologica (internet ci renderà liberi), non è la rete che produce partecipazione politica di per sè. Occorre capire come utilizzare l’enorme potenziale di interazione e interconnessione della rete per dare voce, collegare, alimentare i mondi – fatti di relazione interumana – dove le questioni che alimentano la politica vengono identificate, elaborate, e dove soluzioni che abbiano a che fare con la realtà, e non con ricette copiate da chissà dove, possano essere immaginate. Questo non significa che la rete sia solo “strumento”: è piuttosto “luogo”, che si intreccia ai luoghi della quotidianità radicata, a prescindere dai quali la politica, anche dopo una “cosmetica digitale”, non è che uno strumento al servizio degli interessi di pochi.

  3. mr.magister scrive:

    Come scrive Antonio Spadaro nell’intervista pubblicata oggi su Avvenire “La Rete è un ambiente di conoscenza e di relazione chiamato a integrarsi sempre meglio e virtuosamente all’interno della nostra esistenza quotidiana. La sfida non è quella di usare bene la Rete ma di vivere bene al tempo della Rete.”
    Di citazione in citazione “Siamo nel Web, ma non del Web” (Mons. Domenico Pompili).
    BUONA GIORNATA DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI!

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