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L’amicizia è un medium (per il messaggio della pubblicità…)

domenica, giugno 6th, 2010

Nell’ultimo numero di Internazionale (http://www.internazionale.it/sommario/) si può leggere un lungo articolo, veramente interessante, dal titolo “Il mio amico Facebook”. Oltre a fornire una serie di dati che è sempre bene avere presente (in soli sei anni di esistenza FB sta per raggiungere i 500 milioni di iscritti, quindi se fosse uno stato sarebbe il terzo più popoloso del mondo; dal 2006 si possono iscrivere anche i ragazzi che hanno compiuto 13 anni, ma è noto che gli 11enni si iscrivono barando sull’età; nei primi tre mesi del 2010 FB ha mostrato ai suoi utenti 176 miliardi di annunci pubblicitari), l’articolo, che è tratto dal Time, è sconcertante per le dichiarazioni di Mark Zuckerberg, e di alcuni suoi collaboratori, che vengono riportate. Mi colpisce sempre l’ipersemplificazione del modo americano di ragionare, e la totale assenza di problematizzazione rispetto a una serie di questioni di fondamentale rilevanza antropologica e sociale. In questo articolo si trovano almeno due affermazioni, disarmanti nel loro candore, ma anche indicative del vuoto culturale del mondo occidentale contemporaneo. La prima è “stiamo costruendo una rete in cui il default è sociale”. Se uno dei guru della rete si pronuncia in questo modo, identificando in maniera aproblematica connessione e relazione, accesso ai profili e socialità e anzi, ancora più gravemente, definendo la socialità come un “effetto” automatico della connessione, credo ci siano gravi motivi di preoccupazione.

La seconda affermazione è di un manager del gruppo Facebook, ed è relativa alla possibilità di sfruttamento commerciale delle reti di contatti, viste come contesti da sfruttare per inserzioni pubblicitarie mirate. Cito: “Se tre dei nostri amici cliccano ‘mi piace’ sul sito di una certa marca di pizza, presto potremmo trovarci un annuncio con i loro nomi che ci consigliano di provarla. E’ un tipo di pubblicità basato sull’influenza del gruppo. Sandberg e gli altri manager di Facebook sanno bene quanto conta il contesto per vendere un prodotto, e pochi contesti funzionano come quello dell’amiciza” (Internazionale 849, 4 giugno 2010, p. 39).

Non è un problema, quindi, che l’amicizia diventi un medium su cui far passare il messaggio pubblicitario, nell’ottica della strumentalizzazione, a fini economici, di ogni dimensione dell’umano:  è la specialità del nostro tempo.

E’ giusto che i genitori si preoccupino degli eventuali contatti con sconosciuti pericolosi attraverso i social network, specie quando i figli sono minori; ma è estremanente pericolosa e distruttiva anche la pedagogia implicita che, con grande leggerezza e una punta di soddisfazione, passa attraverso la gestione della rete come ambiente di relazioni (strumentalizzabili): è il “nichilismo sorridente” che distrugge, sotto i nostri occhi miopi e con il nostro superficiale consenso, le condizioni di una vita umana.

I media al servizio della Parola

domenica, maggio 16th, 2010

In occasione della quarantaquattresima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, vorrei offrire qualche piccolo spunto di riflessione, in relazione al messaggio del S. Padre. Innanzitutto mi colpisce la consapevolezza profonda che la Chiesa ha sviluppato sulla non neutralità e soprattutto sulla irrinunciabilità dei media. Si è preso atto ormai pienamente che i media sono l’ambiente in cui ci muoviamo, che non sono più semoplici canali di trasmissione di messaggi. Come scriveva McLuhan, i media prima di tutto estendono la nostra sensibilità (televisione vuol dire “vedere lontano”), riducono le distanze, traducono la nostra esperienza in forme nuove.

Mi pare che sulla riflessione dell’impatto sociale di nuovi ambienti comunicativi la Chiesa si addirittura più “avanti” di molti scienziati sociali, tutti preoccupati a difendere o attaccare la tecnologia e polarizzati tra tecno entusiasti o tecno apocalittici. Avendo la Chiesa l’essere umano come sua preoccupazione principale, non può che dare un contributo fondamentale alla riflessione ma anche all’orientamento delle scelte e delle pratiche relazionali nell’ambiente digitale, intensificando le occasioni di presenza a tutti i livelli, valorizzando la reticolarità  della ricchezza territoriale delle esperienze ecclesiali e incentivando la possibilità di condividere e scambiare esperienze, grazie alle possibilità offerte dalla rete.

Mi pare bello che il Pontefice sottolinei come dentro questo ambiente, plasmato dalla tecnica, è il sacerdote che deve essere “medium”: “compito del sacerdote è annunciare Cristo , la Parola di Dio fatta carne, e comunicare la multiforme grazia divina apportatrice di salvezza mediante i sacramenti”. Posto che il mediatore perfetto, nel quale verità e vita, medium e messaggio coincidono in modo perfetto, è Cristo, al sacerdote, nell’era digitale, spetta un compito delicato e fondamentale: ridurre la distanza tra la Chiesa  e le persone, anche quelle che si sentono lontane da Dio; “tradurre” la buona notizia in un linguaggio che la renda vicina a tutti, in una modalità comunicativa che sappia interpellare, coinvolgere e “toccare”, e non solo rivolgersi alla ragione; animare un ambiente che fa della “orizzontalità” decentrata la propria bandiera (con i rischi di dispersione e superficialità che ben si conoscono), aprendolo alla dimensione della verticalità, senza la quale anche la rete rischia di diventare autoreferenziale e vuota di senso. Se poi  la parola di Dio deve giungere “fino agli estremi confini della terra”, i territori smaterializzati ma così intensamente frequentati della rete non possono restare fuori da questo annuncio. Da qui il richiamo alla responsabilità dell’annuncio, e le indicazioni, preziosissime, su ciò che deve qualificarlo: fedeltà al messaggio evangelico, qualità del contato umano e attenzione alle persone e ai loro veri bisogni, testimonianza appassionata, irrinunciabilità della dimensione dell’incontro e della concretezza, anche attraverso i Sacramenti. Una concretezza di cui l’immensa folla che si è stretta oggi intorno al Papa è un bellissimo esempio e un segno.

Testimonianza, morale e moralismo

giovedì, maggio 13th, 2010

C’è un sostantivo che viene costantemente usato per neutralizzare la parola dei credenti nello spazio pubblico: “moralismo”. Per quanto esso sia un rischio, contro il quale restare sempre vigili, quella “credente = moralista” è una delle tante equazioni che la cultura contemporanea propone, per affermare il proprio regime di equivalenze: tutto si può dire, purchè non si sottragga al circolo delle “opinioni opinabili”. La testimonianza è invece agli antipodi del moralismo. Il moralismo è l’applicazione ottusa di una legge, per la quale il soggetto abdica alla propria capacità critica e alla propria libertà. La testimonianza va oltre la legge, la supera nell’amore, perchè “la legge è per l’uomo e non l’uomo per la legge”.

Per contribuire a rompere questo, che è uno dei tanti luoghi comuni che ingombrano e velano la nostra capacità di comprensione, userò le parole, bellissime, di un grande autore gesuita, Francois Varillon (Traversate di un credente, Milano, Jaca Book, 2008), grata all’amico gesuita che me lo ha fatto conoscere:

“Una decisione morale è quella che, provocata dai fatti, si propone di far trionfare i valori (giustizia, onestà, verità). Non si dà decisione morale che non sia un atteggiamento concreto della libertà, che si confronta con il temporale. (…) E’ a questo livello che si oppongono morale e moralismo. Vi è moralismo quando, per decidere, la coscienza si riferisce a una legge, data una volta per tutte, ideale irrigidito, somma di principi. A quel punto, non vi è alcun bisogno di cercare – parola chiave della Scrittura: ‘Cercate e troverete’ (Matteo 7,7) (…). Ci si accontenta di cogliere i punti di applicazione della legge.

All’opposto, in una vita autenticamente morale, la coscienza comprende la legge come una norma creatrice, che suscita decisioni personali sulla base di situazioni analizzate il più correttamente possibile. Sono queste decisioni che costituiscono l’impegno. I valori vengono colti nella decisione stessa, che modifica, in piccole o grandi dimensioni, nella vita privata e in quella pubblica, il corso della storia. In altri termini, moralismo significa sottometersi alla legge perchè ‘è legge’, obbedienza formale – che si deteriora facilmente in rispetto delle convenienze, di ‘ciò che si usa fare’, a scapito del coraggio, della responsabilità, del ‘carattere’. Morale significa fedeltà creativa, grazie alla mediazione della legge, assumendo la legge in decisioni che esprimono l’io profondo. (…) La vita di Gesù è tutto un tessuto di decisioni, provocate dalle circostanze e ispirate dallo Spirito. In lui coincidono obbedienza e libertà. Alla radice vi è l’umiltà. Invano cercheremmo nei suoi gesti la minima retro-intenzione di un ‘per me’. Per questo il suo discernimento è infallibile” (p. 95).

Forse queste parole ci possono aiutare a essere critici (da krìno, che significa distinguere, discernere), prima di tutto a proposito di noi stessi, quando l’invocazione della legge maschera in realtà un “per me”, e quando invece siamo capaci di essere autenticamente morali, creativi nella fedeltà.

Nel nome della madre

domenica, maggio 9th, 2010

Oggi è la festa della mamma, e come regalo a tutte le mamme, anzi a tutte le donne, suggerisco un libro e una canzone. Il libro è In nome della madre di Erri De Luca, la storia dell’annunciazione, della gravidanza di Maria e della nascita di Gesù vista dalla parte di Maria. E’ un testo semplice e poetico, ed è bellissimo che ad averlo scritto sia un uomo, che per di più si definisce non credente. E’ il segno che la disposizione di apertura ci fa accogliere l’alterità e ce la fa comprendere, a dispetto delle differenze e dell’impossibilità di afferrarla e persino di conoscerla fino in fondo.

La canzone è Ave Maria di De Andrè,  altro testo poetico scritto da un uomo, certamente laico ma profondamente attento all’umano. Dalle sue parole viene per me un richiamo a ciò che di più vero c’è nella natura femminile, al di là dell’essere madre in senso biologico: la capacità di accogliere e non solo di attrarre, di sapersi lasciar attraversare dalla vita e non solo di cercare di fermare il tempo, di aprirsi all’ignoto (a partire da quell’essere assolutamente imprevedibile che ci “abita” prima ancora che riusciamo a vederlo, che è il figlio), senza avere l’ansia di prevederlo, organizzarlo, neutralizzarne la capacità di rivoluzionare le nostre vite: “Femmine un giorno, e poi madri per sempre, nella stagione che stagioni non sente”.

(http://www.youtube.com/watch?v=qLMBHuzR5nY)

Rete e comunicazione

sabato, maggio 8th, 2010

La ricerca che  abbiamo presentato al convegno Testimoni Digitali (www.testimonidigitali.it/ricerca) ha fatto emergere una serie di spunti per riflettere su come sta cambiando il nostro modo di metterci in relazione nell’ambiente digitale. Diversamente da quanto i luoghi comuni, ormai consolidati, affermano (la rete è un mondo a parte, un surrogato della realtà, uno spazio di relazioni fittizie e di identità mascherate…) dall’indagine sui 18-24enni di tutta Italia, grandi frequentatori di social network, è emerso come la rete sia soprattutto uno spazio per “essere-con”. La dimensione strettamente comunicativa non è la più importante, e comunque  occorre ripensare il concetto di comunicazione,  abbandonando completamente l’idea di “trasmissione”. Comunicare, lo aveva già detto McLuhan, non è scambiarsi messaggi, ma modificare delle proporzioni (aumentare la sensibilità, avvicinare le persone). Tutto ciò che “avvicina” è un medium, e la rete, prima ancora che consentire di produrre e scambiare messaggi e materiali, serve per ridurre le distanze, per immergersi e lasciarsi coinvolgere da un ambiente di simili. McLuhan sosteneva infatti che è “medium” tutto ciò che produce cambiamento, e che i media modificano i rapporti e le proporzioni dentro il nostro ambiente.

Oggi comunicare è soprattutto avvicinare, ridurre le distanze: la comunicazione è sempre prima fàtica che referenziale, ovvero mira soprattutto ad alimentare il senso di contatto, a mantenere vivo l’”essere-con”, più che il “parlare di”. La comunicazione in rete ha quindi a che fare  soprattutto con il desiderio di avvicinare le persone, di avvicinarci agli altri. Un “essere-con” che non solo non si contrappone, sostituendolo, al rapporto interpersonale nelle situazioni concrete, ma si pone in un certo senso al suo servizio, riconoscendone il primato.

Anche la rete, dunque, risente della svolta “tattile” della comunicazione, del tentativo di ridurre le distanze (il tatto è il senso dell’annullamento della distanza), di “immergersi” in un ambiente relazionale, lasciandosene coinvolgere. Ridurre la distanza non è ancora, però, realizzare una prossimità: ma esprime un bisogno, e può trasformarsi in un’opportunità.

Ancora sull’abitare

martedì, maggio 4th, 2010

Dopo qualche giorno di (molto relativa) vacanza, rieccoci qui a condividere le nostre riflessioni da cittadini del pianeta digitale. Nei prossimi giorni intendo tornare sui risultati della ricerca che abbiamo presentato al convegno (e che trovate all’indirizzo www.testimonidigitali.it/ricerca), ma oggi voglio prendere in prestito le parole, molto belle secondo me, di padre Antonio Spadaro, uno dei relatori al convegno Testimoni Digitali. E’ appena uscito un suo libro che vi raccomando, Svolta di respiro. Spiritualità della vita contemporanea (Milano, Vita e Pensiero 2010) da cui traggo questi pensieri sull’abitare.

“Un luogo diventa propriamente ambiente se è considerato nel suo essere per, in relazione a qualcuno o qualcosa. Altrimenti quel luogo resta anonimo, non significativo, irrelato, chiuso nel suo anonimato… Parlare di ambiente allora significa parlare di scambi, di relazioni, di significati tra noi, gli altri, le cose…. Per l’uomo l’ambiente può essere: casa, prigione, luogo  a cui adeguarsi, luogo da plasmare oppure addirittura da conquistare. La nostra relazione con l’ambiente è espressione del nostro modo di essere nel mondo… L’ambiente abitato diventa  habitus, abito, termine ricco delle connotazioni di ‘abito’ e ‘abitudine’. Che cosa accomuna il vestito e l’abitudine? Innanzi tutto il fatto di starci addosso, di essere adeguato a noi e modellato su di noi. E il primo abito/abitudine è quello radicale di essere… Qui il termine non significa meccanica e noiosa abitudine di essere a questo mondo, ma qualità essenziale, disposizione interiore a essere, a vivere. Questo è il vero e fondamentale sentirsi a casa. Allora la stessa esistenza diventa un ambiente di vita.

Riflettere sugli ambienti significa meditare su ciò che ci sta addosso, che ci modella, e che noi contribuiamo a modellare. Innanzitutto il fatto stesso di essere” (pagg. 207-208).

Il testimone abita…

domenica, aprile 25th, 2010

Credo che per tutte le persone che hanno partecipato, e spero che un po’ di sapore sia arrivato anche a chi si è collegato via web, “Testimoni digitali” sia stata una bellissima occasione per condividere saperi ed esperienze, per scambiarsi impegni di incontro e collaborazione, ma soprattutto per stare insieme, con gioia, nella fede che accomuna e rende ricchezza le nostre diversità.

Spero che voi, come è successo a me, abbiate ricevuto qualche spunto in più per progettare il vostro “abitare” il continente digitale. Vorrei richiamare la domanda molto semplice, ma fondamentale, che si è posto (con l’umiltà che è tipica del testimone) e ci ha indirettamente posto ieri Marco Tarquinio, il direttore di Avvenire, prima dell’udienza con Benedetto XVI: “Ma io che cosa ci faccio qui?”. E’ la domanda della responsabilità e della consapevolezza che nulla può essere dato per scontato, che non sono i nostri “ruoli” che ci consentono di abitare lo spazio e il tempo, ma il senso (come significato e come direzione) che sappiamo dare al nostro esserci. Un senso che va sempre ritrovato, rinnovato, rigenerato, anche e soprattutto con l’aiuto degli altri.

Per questo, momenti come quello del convegno che ieri si è concluso non sono solo riti (senza nulla togliere alla grandissima importanza del rito), ma occasioni di reciproco e fraterno richiamo alla responsabilità e alla testimonianza. Solo chiedendoci “che ci faccio qui?” possiamo poi passare alla domanda “operativa”: “che posso fare?”.

“Abitare” è molto più che “stare”, e molto diverso da “usare”. Abitare ha a che fare con “chi sono”, e “cosa posso fare” per dare senso, forma, bellezza e calore al luogo dove abito, dove sono le mie relazioni, dove si ancorano i miei ricordi e i miei vissuti. Come scriveva Illich: “In numerose lingue, ‘vivere’ è sinonimo di ‘abitare’. Chiedere ‘dove vivi?’ significa chiedere qual è il luogo dove la tua esistenza quotidiana forma il mondo. Dimmi come abiti e ti dirò chi sei”, e ancora “abitare significa essere presenti nelle proprie tracce, lasciare che la vita quotidiana iscriva la trama delle proprie biografie nel paesaggio”.

Il filosofo Heidegger citava poi spesso una frase di una poesia di Holderlin: “Poeticamente abita l’uomo”. Poesia è poiesis, fare. Ma un fare poetico, simbolico, creativo. E’ iscrivere i significati nel paesaggio, è allestire uno spazio propizio all’incontro, favorevole alla prossimità. Usando la leggerezza e la fantasia, l’originalità e la passione che abbiamo sperimentato in questi giorni, e che Mons. Domenico Pompili ci ha indicato come stile per umanizzare il continente digitale.

In questo spirito, un abbraccio grande a tutti, a Lucia, a Ruggiero, a mr. Magister, Francesca, i corsisti Anicec (che mi hanno salutato con l’annata, come il vino…), i nostri cari vescovi e tutte le persone che hanno partecipato, in tanti modi…

Buon abitare!

Cosa mi aspetto dal convegno

martedì, aprile 20th, 2010

Meno un giorno e ci siamo. Sono stati mesi molto impegnativi e posso testimoniare dall’interno che tutto è stato preparato e pensato con grande attenzione e cura, per rendere il convegno non solo un happening dei “nostri”, ma un momento di incontro e di scambio con tutte le persone, credenti e non credenti, che hanno a cuore l’essere umano in questo tempo di grandi sfide e grandi opportunità. Io mi aspetto di poter condividere e discutere i risultati della nostra ricerca in un clima costruttivo, raccogliendo le testimonianze di chi, a diverso titolo, popola gli spazi digitali o sente l’urgenza di capire meglio quello che sta accadendo, per poter incontrare chi in questi territori vive molte ore della propria giornata, e per poter dare una forma degna dell’essere umano al continente digitale. Mi aspetto di poter ascoltare parole e testimonianze che gettino luce sul presente e alimentino la speranza di poterlo vivere da testimoni, da “protagonisti deboli”, ma soprattutto da fratelli. Mi aspetto un clima di accoglienza reciproca, di amicizia e anche di festa, e soprattutto mi aspetto di incontrare faccia a faccia, nella concretezza di uno spazio e di un tempo abitato insieme, tante persone con le quali immaginare il futuro. Spero che sapremo ascoltare con le orecchie e il cuore aperti le parole del Papa e fargli sentire la nostra affettuosa presenza. Spero di conoscere di persona tutti voi, che ci avete letti in questi mesi e che avete aspettato, con fiducia e con impegno, questo momento con noi: arrivederci a Roma!

Conto alla rovescia

lunedì, aprile 12th, 2010

Si avvicina il convegno Testimoni Digitali, e questo spiega la mia latitanza dal blog degli ultimi giorni, poichè le energie sono tutte concentrate, oltre che sulle attività ordinarie (famiglia, insegnamento etc.), sulla preparazione dei materiali per le giornate del convegno, ma anche per il nuovo sito, che ospiterà  una sezione dedicata alla ricerca su “Relazioni comunicative e affettive dei giovani nello scenario digitale” che abbiamo svolto come Università Cattolica.

Non posso anticipare nulla, ma posso dire, anche se con cautela, che emergono  buone notizie dal continente digitale, e premesse per guardare con speranza al futuro…

La socialità va in rete

martedì, aprile 6th, 2010

Secondo una mappa stilata dal Global Web Index, sulla base di un questionario somministrato a 32 mila utenti web, le abitudini in rete dal 2009 al 2010 hanno già subito una serie di trasformazioni. Per restare all’Italia, per esempio, Twitter cala, e si verifica anche una lieve flessione dei blog, mentre aumenta moltissimo la quantità di persone che gestiscono un profilo personale (il 5,3% in più dello scorso anno).(global Map of Social Web Involvement – Global Web Index 2009-1

Come ogni dato, anche questo è ambivalente. Da un lato, si potrebbe pensare che la socialità si trasferisce in rete, a scapito delle relazioni faccia a faccia nella quotidianità “offline”; dall’altro è anche vero che in un mondo complesso come quello in cui viviamo, la “manutenzione delle relazioni” può trarre grandissimo giovamento dai nuovi ambienti digitali, che consentono di mantenere contatti, organizzare incontri, rintracciare persone, mettere in relazione gruppi, costruire spazi comuni da abitare…

L’esplosione dei social network è in fondo una buona notizia, se riesce a costruire un terreno in cui esprimere e coltivare questo tratto antropologico fondamentale. Come scrive il Papa nella Caritas in Veritate, al n. 55, “La rivelazione cristiana sull’unità del genere umano presuppone un’interpretazione metafisica dell’humanum in cui la relazionalità è un elemento essenziale”.