Archive for the ‘Senza categoria’ Category

Solitudine di gruppo?

venerdì, aprile 29th, 2011

Sherry Turkle, l’autrice di importanti studi sul rapporto tra nuove tecnologie e identità, come The Second Self e Life on the Screen, ha appena pubblicato un nuovo saggio dal titolo emblematico: Alone Together, “Soli insieme” (New York, Basic Books 2011).

La Turkle, che è di formazione una psicologa clinica, enfatizza un aspetto da non sottovalutare rispetto ai sempre più diffusi social media: la loro capacità di diventare “architetti della nostra intimità”: la tecnologia ridisegna i confini tra intimità e solitudine (p. 11) e ci seduce quando le sue offerte incontrano le nostre vulnerabilità (p. 1).

Un rischio analogo lo corriamo con le nostre abitazioni e le nostre città: noi le plasmiamo, ed esse a loro volta ci plasmano.

Preoccupazioni simili sono espresse da Bauman nella sua relazione al festival filosofico e musicale HowTheLightGetsIn (Hay-onWye, 4 giugno 20101), intitolata “On Facebook, intimacy and extimacy”. Extimacy è un ossimoro, dato che “intimo” viene da in (dentro) e -tumus (che significa anch’esso ‘dentro’), e quindi indica un accesso all’interiorità. Ex-timacy esprime una “esteriorizzazione dell’interiorità” che è però “risk free”, priva di rischi (e su questo Turkle e Bauman sono d’accordo) e quindi incapace di costruire relazione autentica e in grado, invece, di “drenare” tempo ed energie da forme più impegnative di coinvolgimento reciproco.

La rete diventerebbe così l’ennesimo non-luogo (come i centri commerciali, gli stadi, le discoteche…) dove la situazione “orchestra” un’apparenza di socialità, che però non sarebbe che la somma di tante solitudini, che alla fine restano tali.

Non si tratta, a mio avviso, di dover scegliere tra queste ipotesi “apocalittiche” e altre più ottimistiche, ma di riconoscere questi come rischi reali rispetto ai quali vigilare, nella consapevolezza che non è l’accesso all’ambiente “per se” che produce socialità: in questo i critici hanno ragione.

Dalla connessione si passa alla relazione solo se non ci si limita a interfacciarsi col “dispositivo”, ma si colgono le nuove opportunità come occasioni di esercizio della libertà, dell’intenzionalità, della responsabilità.

Per abitare non basta il progetto dell’architetto, nè il lavoro del muratore, ma occorre sapere quali significati, e che tipo di relazioni, si vogliono iscrivere nell’ambiente.

E questo non può che essere il frutto della libertà e della responsabilità di ciascuno.

Pasqua

sabato, aprile 23rd, 2011

Pasqua significa ‘passaggio’. Dalla morte alla vita, dal peccato alla grazia, dal buio alla luce. Che sia davvero, per noi e per il mondo, un passaggio alla luce.

E unisco a questo mio augurio le parole, bellissime, che ho ricevuto da un’amica e che penso possano illuminare tutti, e un brano che ho trovato,  dai Canti Spirituali di Novalis, che accende la luce della speranza.

Pasqua, memoriale vivente del passaggio in cui tutta l’umanità  in noi  viene raggiunta là dove spesso si trova, all’ultimo gradino, raccolta e riplasmata: un brivido di novità autentica che spacca la scorza e rivela la vita salvata, quella vita che nessun sistema di vuoto e di morte può comprimere.
La vittoria della vita, nella Pasqua, è una vittoria di chi non vuol vincere, ma si lascia vincere da qualcosa di più grande, dall’Amore, e mentre non possiede niente si trova signore di tutto. Ci auguriamo di partecipare a questa vita e libertà mentre insieme camminiamo e condividiamo tensioni e ricerche per un presente e un futuro meno insensati.


Lo dico a tutti che è vivo

Ed è risorto,

Che in mezzo a noi si libra

E ci è per sempre accanto.

Lo dico a tutti, e ciascuno

Subito lo ripete agli amici,

Che dovunque in un’alba improvvisa

Spunta il nuovo regno dei cieli.

Egli vive, e per sempre

al nostro fianco rimane,

Anche se tutto ci abbandona!

Così sarà per noi

L’alba di questo giorno

Una festa che rinnova il mondo

Buona Pasqua, buon passaggio


Il paradosso del testimone

giovedì, aprile 21st, 2011

Purtroppo il linguaggio è insidioso, soprattutto nel suo uso pubblico, e le parole rischiano continuamente di trasformarsi, da “finestre” che aprono sulla realtà illuminandone la comprensione, in “trappole” che imprigionano il pensiero trasformandosi in slogan.

Anche la parola “testimone” non è immune da questo rischio: per quanto ci apra una serie di prospettive, che non dobbiamo stancarci di esplorare, su come vivere e comunicare in modo sensato in questo mondo oggi, tuttavia rischia di trasformarsi in una parola-bandiera, in un velo che appanna la comprensione anzichè in un’occasione di disvelamento e comprensione. Per scongiurare questo rischio, accogliendo l’invito di Francois Varillon a “spezzare” e rigenerare continuamente le parole con cui ci esprimiamo, un aiuto fondamentale viene da Michel De Certeau, che in un brano raccolto in un volume di recente pubblicazione (Sulla mistica, Morcelliana 2010) richiama in modo tanto chiaro quanto opportuno il “dramma” del testimone e l’umiltà che non può non conseguirne. E lo dico prima di tutto a me stessa, interpellata dalle parole con cui inizia la citazione:

Non è possibile parlare da professore, quando si tratta di esperienza. Non oserei nemmeno parlare da testimone. Che cosa è infatti il testimone? Colui che altri designano in questo modo. Quando si tratta di Dio, il testimone, pur designato da chi lo invia, rimane sempre mentitore; sa bene che, senza poter parlare diversamente da come fa, nondimeno tradisce colui di cui parla. E’ continuamente superato e condannato da quanto attesta e non potrebbe negare. Mancherebbe dunque alla verità se si presentasse immediatamente come testimone.

Non si può non parlare, ma mentre si parla si è consapevoli dell’inadeguatezza e quindi del tradimento. Questo paradosso ci consegna alla parola di cui ci facciamo indegni portavoce, e ci consente di esserne il sito e non l’emittente, e ci consegna agli altri, i soli che sapranno attestare, al di là delle nostre dichiarazioni e della nostra volontà, la nostra capacità di testimoniare. Solo la relazione (con la Parola, con gli altri e con l’Altro) e dunque l’umiltà giustificano il testimone.


Giornalismo, infrastruttura della democrazia?

venerdì, aprile 15th, 2011

Dal 13 al 17 aprile Perugia ospita il Festival del Giornalismo. Nel suo discorso di apertura, Carlo De Benedetti ha ribadito il ruolo cruciale del giornalismo di qualità nel panorama sempre più complesso e caotico dell’informazione dell’era ipermediale: un ruolo che contribuisce all’esercizio della democrazia. Ne riporto un passaggio che mi pare significativo (per il testo completo (http://www.festivaldelgiornalismo.com/):

E’ un’evoluzione del problema che evidenziava Popper in relazione alla televisione. La democrazia – diceva Popper – ha sempre inteso far crescere il livello dell’educazione. È questa una sua vecchia aspirazione. Con “la televisione però -  aggiungeva – questo non conta più, ma conta solo la quantità abbondante di sale e pepe che rende l’offerta ricca di sapori, rappresentati il più delle volte dal sensazionalismo o dall’estremismo dei concetti espressi”.

E’ un problema denunciato recentemente anche da Papa Benedetto XVI. Lo cito perché mi ha colpito per efficacia: ogni giorno – ha detto il Pontefice – attraverso i media “il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare più insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci”.

Anche questo è il problema che oggi abbiamo davanti. Ed è per questo che c’è un urgente bisogno di uno sforzo comune nella difesa di una informazione più critica e consapevole, un’informazione che aiuti a distinguere, a capire, a giudicare. Finanche educare.

L’informazione non può ridursi a istantanee giustapposte della realtà. Moises Naim, l’animatore di Foreign Policy, ha parlato della necessità di sherpa informativi. Ecco, i giornali sono degli sherpa informativi. Ma anche su internet servono gli sherpa. Anzi, nell’oceano di frammenti informativi di cui è costituita la rete è assolutamente necessaria la presenza di isole fatte di informazione di qualità, magari in collegamento e sinergia con i quotidiani, che possano costituire approdi sicuri per una cittadinanza consapevole.

Questa informazione va assolutamente sostenuta e fatta crescere. Perché, lo ripeto, è un’infrastruttura fondamentale della democrazia. Che sia su carta, che sia sul web, che sia in televisione o in radio.

Un’infomazione che fornisca, responsabilmente, bussole per orientarsi; che operi in sinergia tra media tradizionali e nuovi;  che aiuti a distinguere e valutare, educando alla consapevolezza e al confronto è dunque possibile?


I giorni degli sciacalli

domenica, aprile 3rd, 2011

Ci risiamo. I media nelle loro peggiori performances, ovvero il cinismo come strumento di rincorsa dell’audience. Ma per capire il delirio del presente facciamo un passo indietro.

Negli anni ‘70 un grande studioso inglese, Raymond Williams, in un libro importante sulla televisione (Television: Technology and cultural form, 1974) aveva coniato l’idea di “flusso” televisivo: una sorta di riassemblaggio di frammenti incastrati tra loro (segmenti di programma, pubblicità, trailer) e senza soluzione di continuità, in un’emissione continua che cancella i programmi, i testi e, come direbbe McLuhan, “massaggia” lo spettatore.

Cosa succede allora quando il film Cenerentola di Walt Disney (destinato evidentemente a un’audience di piccoli) è interrotto da uno spot di Porta a Porta (programma auspicabilmente non per bambini) che trasmette immagini non autorizzate dai genitori di una bambina scomparsa e tragicamente uccisa? Segmenti eterogenei, destinati a fruitori differenti (alcuni dei quali, pergiunta, privati) vanno a comporre una sorta di macromessaggio che non può che generare effetti negativi: confusione, senso di smarrimento, paura; o, peggio, senso di equivalenza (è tutto finzione…).

Il diritto di cronaca deve misurarsi con altri diritti: di tutela dei minori, di rispetto del dolore (prima ancora che della privacy), di rispetto della dignità delle persone. E di fronte a questi non può avere la meglio.

Il giornalista che non sa discernere, che non riconosce un limite, che non esercita la responsabilità del suo importantissimo ruolo tradisce il proprio mandato e contribuisce all’inquinamento del clima culturale e morale di un Paese già molto provato.

L’inverno demografico

lunedì, marzo 28th, 2011

Sabato scorso, in oltre 30 città europee, è stato mostrato e discusso un documentario sul declino demografico, visionabile in inglese all’indirizzo http://vodpod.com/watch/1326930-demographic-winter-decline-of-the-human-family.

Nonostante i toni un po’ apocalittici, i dati riportati (sull’invecchiamento della popolazione, il declino delle nascite e gli effetti a medio e lungo termine di questa tendenza che investe tutto il pianeta) disegnano uno scenario che è realmente inquietante (per saperne di più si può visitare il sito http://www.demographicwinter.com/index.html).

Tra le cause del declino demografico vengono menzionati l’aumento del benessere, la rivoluzione sessuale, l’aumento nel numero delle donne lavoratrici, il divorzio facile, la diffusione di idee errate sulla “bomba demografica” e la crisi di cibo.

Certamente tutti questi elementi hanno un loro peso, ma nessuno sembra veramente in grado di spiegare il fenomeno. In occidente pesano certamente da un lato una idea riduttiva e distorta di libertà come assenza di vincoli, e dall’altro un conformismo sociale che fa aumentare a dismisura la quantità di beni ritenuti necessari per sposarsi prima e avere figli poi. Ma gli effetti miopi di questo egoismo culturale si stanno già osservando.

Dato che il problema è già a uno stadio avanzato (nella piccola città del nord Italia in cui vivo, per esempio, il 60% dei nuclei familiari è composto da 1 o massimo 2 membri!), occorre urgentemente porre rimedio, lavorando su più fronti.

Prima di tutto dal lato della cultura, rompendo l’equazione libertà=assenza di vincoli (e quindi di figli, che sono il vincolo più vincolante di tutti). La libertà non è poter fare qualsiasi cosa (che significa, di fatto, non poter fare niente), ma scegliere a cosa dedicare la propria vita, a cosa legarsi, a quale senso fare spazio.

E la libertà non la si raggiunge mai da soli: l’ideologia del “tutto intorno a te” va giusto bene per vendere prodotti, certo non per costruire vite sensate e felici. E’ sempre l’altro che ci libera, che ci risveglia, che mette in moto le energie che da soli rischiamo di lasciare spegnere.

Ma oltre al cambiamento di mentalità è necessario un cambiamento di politiche sulla famiglia, a cominciare da quella cosa semplicissima che sono i quozienti familiari: se io che, da lavoratrice dipendente, con 5 figli pago le stesse tasse di colleghi senza figli, o pago le stesse rette del nido di chi di figli ne ha uno solo, c’è qualcosa che non va. E’ una questione di buon senso.

Aiutare la famiglia è investire in un ammortizzatore sociale insostituibile, in un luogo educativo fondamentale, in un ambito di cura e di alleanza intergenerazionale che va sostenuto e tutelato, nell’interesse del bene comune.

Solo l’incontro cambia la vita

domenica, marzo 27th, 2011

“Solo l’incontro cambia la vita, non la legge. In principio è l’incontro”.

Lo scrive Ermes Ronchi, commentando l’episodio del Vangelo di oggi, l’incontro di Gesù al pozzo con la samaritana.

(www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=46).

Nessuna comunicazione può avere luogo senza questa condizione preliminare, di compresenza e accoglienza reciproca.

R. Panikkar, in un bellissimo libro dal titolo Lo spirito della parola, scriveva che la parola è “la casa dell’essere” (secondo la famosa espressione di Heidegger), o, nella sua lingua, la “vivienda del ser”; “dove vivienda non è solo la casa che ogni parola offre, ma la sua vita stessa” (p. 115).

Solo lasciandoci incontrare potremo prima di tutto ascoltare, e poi, se ci riusciamo, cercare di testimoniare, la Parola che è vita.

Il silenzio di Giuseppe

venerdì, marzo 18th, 2011

C’era una volta la legge, e il padre che la incarnava. Oggi che ciascuno sembra voler essere legge di se stesso, cosa resta del padre?

E’ la domanda che dà il titolo all’ultimo libro dello psicanalista lacaniano Massimo Recalcati (Cosa resta del padre? La paternità in epoca ipermoderna, Raffaello Cortina Editore).

Una frase di Recalcati mi ha colpito: “La funzione paterna autentica è quella di stabilire un limite attraverso la donazione”.

Il limite oggi non è più stabilito attraverso un riferimento esterno (la legge), ma attraverso quanto il padre è in grado di mostrare con la propria azione, di testimoniare. Non principalmente per mezzo della parola, ma grazie a quanto riesce a trasmettere attraverso di sè. Attraverso “l’ordine singolare etico della testimonianza” (chi vuole approfondire può leggere qui: www.generativita.it/blogs/entry/La-Testimonianza-del-Desiderio).

Questo insegnamento, l’unico che può funzionare oggi, è in realtà molto antico. San Giuseppe è forse la figura più schiva e silenziosa del vangelo: non dice una parola, non sappiamo quasi niente di lui.

Ma il silenzio di Giuseppe è la condizione che gli permette l’ascolto. Proprio perché tace, Giuseppe è disponibile a lasciarsi guidare.

La sua è una “buona passività”, che trasforma la capacità ricettiva in forza per il bene; una forza che lo rende capace di custodire e proteggere la sua famiglia, di far in modo che le scritture si avverino.

Caravaggio nella Fuga in Egitto dipinge in maniera sublime il silenzio di Giuseppe.

Maria e il bambino possono dormire tranquilli perché lui veglia. Ma, benché silenzioso, non veglia inattivo: regge per l’angelo suonatore lo spartito del Cantico dei Cantici; non è colui che compone, né colui che suona, ma colui che umilmente dà se stesso perché le cose accadano.

Il silenzio di Giuseppe è condizione di una disponibilità operosa anche se invisibile, di un protagonismo debole e nascosto ma fondamentale per la storia della salvezza.

E’ una testimonianza da cui oggi abbiamo tanto da imparare.

Unità

giovedì, marzo 17th, 2011

150 anni di storia non sarebbero stati possibili senza ciò che li ha preceduti, e il loro significato va continuamente riscritto, rispondendo alle sfide che ci interpellano. Come la sfida di un mondo sempre più piccolo e interdipendente, nel quale le identità non possono semplicemente essere giocate in chiave difensiva e nel quale il locale non può sperare di proteggersi facendo finta che la mondializzazione non esista.

Le identità, personali come nazionali, non possono che essere relazionali; e ripensare il legame nel nuovo contesto (globale e policentrico) è la sfida alla quale siamo chiamati oggi a rispondere. Come scrive il card. Bagnasco in una bella intervista pubblicata oggi dal Corriere della Sera: “Il futuro del Paese dipende dalla capacità del Paese di trovare una sua collocazione nello scenario globale. E rispetto a questo punto la Chiesa, che è una rete globale per vocazione, ma anche nei fatti, può dare un contributo importante”.

Le radici (nella storia, nel territorio) non solo non sono un ostacolo al legame, ma ne sono la condizione e il nutrimento.

Buon compleanno Italia.

La quaresima non è un rito del passato

lunedì, marzo 14th, 2011

Ho letto un bellissimo articolo di Pierangelo Sequeri sulla Quaresima, e voglio riportarne un brano (per la versione completa http://www.avvenire.it/Commenti/OLTRE+OBESIT+E+DELUSIONI_201103090814439130000.htm)

“Non è il rito della malinconia, la Quaresima. Il detto proverbiale sui toni e sulle facce ‘quaresimali’ sbaglia di grosso: dobbiamo fare di tutto per restituirlo alla sua futilità. La Quaresima, oggi, è anche rito dell’ironia: che sorride in faccia ai gufi della fine della storia. È la riapertura della storia, in favore di una civiltà che segna il passo e si scava la fossa.

Le facce quaresimali, ormai, stanno impresse sulle maschere del godimento. Non è più una tesi filosofica: ce lo si legge proprio addosso. L’obesità delle nostre abitudini pigre e insaziabili ci rende insensibili a tutto. Il nostro tono di voce è perennemente alterato, il nostro gesto isterico, il buco nero della nostra rassegnazione è pieno di rughe sotto gli occhi. Il naso è spiaccicato sul cellulare, non vediamo più niente. L’ambiente è totalmente sonorizzato: non sentiamo più niente. La riflessività della vita non ha più neanche un varco piccolo così per arrivare al cervello.

Il digiuno affila la mente. La rinuncia rende acuto lo sguardo. L’esercizio dello spirito ingentilisce il gesto. L’eleganza del distacco ridona sensibilità all’essenziale. La silenziosa lotta con il male rende affidabili. Il credente transita così, con gesto sobrio e discreto, attraverso le anime flaccide e sepolcrali delle nuove divinità d’Occidente. Impara ad abitare coraggiosamente la disperazione della vita che vive per niente. Insegna a morire per qualcosa di enorme che riguarda tutti.

Segna la soglia del mistero. E ci rende capaci di varcarla. Perché la generazione che viene esca dall’incantamento che l’istupidisce preventivamente: a caro prezzo. E ritorni sveglia per l’attrazione della vita che sta oltre la barriera. Deve finire questo paese dei balocchi: e deve ritornare, infine, il senso della vita come storia. Altroché, se deve”.

La quaresima è un’occasione per liberarci dalla nostra bulimia, dall’ossessione del riempimento (del tempo, degli armadi, delle rubriche dei contatti…) per fare spazio a ciò che possiamo incontrare solo se siamo liberi e leggeri, e per poter essere riempiti non da ciò che troviamo sui cataloghi di vario tipo o negli scaffali del supermercato delle esperienze, ma dall’inaudito che ci sorprende, ci fa perdere senza perdizione e ci porta oltre noi stessi, liberandoci.