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8 marzo

lunedì, marzo 7th, 2011

Ho letto in questi giorni una serie di interviste a Fabrice Hadjadj, un filosofo francese prima nichilista, poi convertitosi al cattolicesimo. Ho anche ordinato il suo Mistica della carne, perchè il suo approccio antidualista mi pare estremamente interessante, e capace di parlare a questo tempo.

In attesa di leggerlo, riporto un brano da un’intervista che mi pare appropriato alla giornata di oggi.

Maternità, l’immagine dell’etica

«C’è stata un’epoca in cui la maternità è stata concepita come qualcosa
che non atteneva alla libertà della donna. Ella era colei che portava in
sé l’erede dell’uomo, ovvero i futuri cittadini: Marianna madre in
affitto, incubatrice dei cittadini. La Francia ha conosciuto un intenso
natalismo dopo la sconfitta di Sedan nel 1870. Si diceva: “I tedeschi
sono più numerosi di noi, fate più figli per la Francia”. Che è come
dire: producete carne da cannone, fate figli per lo Stato, per la gloria
della nazione. Questo non è riconoscere la maternità come l’avvenimento
radicale di un’accoglienza nei confronti di una nuova persona che entra
nel mondo, da accogliere per se stessa. Il natalismo ha confiscatola
maternità, dunque per reazione la donna ha voluto emanciparsi. Ma
bisognava emanciparsi dalla confisca della maternità da parte dell’uomo
e dello Stato, non dalla maternità come tale, come è invece avvenuto.
Poiché la maternità è una possibilità propriamente femminile, pensare il
femminile in opposizione alla maternità come fanno certe femministe è
arrivare alla distruzione della donna. E di conseguenza alla distruzione
dell’uomo. Perché appunto noi uomini abbiamo bisogno della donna per
aprirci al mistero dell’interiorità, della gestazione, della pazienza,
del portare l’altro per metterlo al mondo. Quando cerca di definire che
cos’è la responsabilità verso l’altro, Emmanuel Levinas propone
un’espressione e un’immagine: portare l’altro. E dice: è il femminile
che manifesta questo. L’etica ha la sua immagine più forte nella
maternità, che è il luogo concreto della responsabilità.
L’accoglienza
del figlio per se stesso equivale all’espressione “fare dei figli per
Dio”. Perché la sessualità in ultima analisi mira a questo: aumentare il
numero degli Eletti; e il desiderio sessuale che ci trascina fuori da
noi stessi è ultimamente un’astuzia di Dio. È Dio che chiama, questo è
il senso profondo della sessualità. Non si fanno figli per lo Stato, o
per noi stessi, o per l’autorealizzazione della donna. Si fanno figli
per la vita eterna».

Frontiere, non luoghi e no man’s lands

giovedì, febbraio 24th, 2011

Sono appena tornata (da due ore) da un viaggio in Messico, fatto per motivi di studio (la famosa mobilità dei docenti, un importante canale di internazionalizzazione dell’università), ma anche per la passione di conoscere realtà diverse, che illuminano la propria e che rivelano altre facce dell’umanità, da cui sempre c’è da imparare. Tante cose mi hanno colpita, ma due più di tutte le altre: il grandissimo numero di bambini e famiglie giovani, che pur in un contesto complesso, di povertà e disuguaglianze, di violenza ma anche ospitalità e calore umano, fa sentire forte il senso della vita, del cambiamento, della speranza, di un dinamismo che muove tutto il mondo sociale. E, drammaticamente, l’ottusità del mondo occidentale avanzato, che, mentre invecchia e si inaridisce ripiegato sui propri egoismi, non riesce a evitare le contraddizioni palesi. Quella più visibile qui è la frontiera. Quei 3000 e passa chilometri sui quali Bush decise di far costruire un muro, per opporre una barriera al flusso di chi cerca lavoro, o un salario più decente per mantenere la propria famiglia. L’immigrazione è sempre stata una questione problematica per chi parte, per chi resta, per i paesi di destinazione e i problemi che solleva non si possono liquidare con poche frasi ispirate da buoni sentimenti, nè esistono soluzioni facili. Ma non si possono non vedere le contraddizioni di un mondo che si inebria delle retoriche della mobilità (quale? di chi? in che direzione?), che pensa di fermare i processi legati a una mondializzazione ormai in atto da tempo innalzando muri, che spende nella militarizzazione e fortificazione delle frontiere cifre che potrebbero essere destinate a programmi per incentivare l’economia locale, riducendo il bisogno della migrazione.

Con le missionarie che ci ospitavano a Città del Messico abbiamo visitato la estaciòn migratoria, un non-luogo dall’aspetto di carcere in cui viene rispedito, in attesa di accertamento,  chi viene preso mentre cerca di attraversare il confine (ma anche, ci dicevano, chi vive negli Stati Uniti da anni, ha figli e nipoti americani ma non i documenti in regola: pare che negli ultimi anni si siano intensificate le “retate” non solo nei luoghi pubblici, ma anche nelle abitazioni private, con famiglie drammaticamente divise).

Come in tutti i non luoghi, l’accesso per chi viene da fuori è subordinato a una procedura, qui particolarmente lunga e meticolosa, di identificazione (perquisizione, requisizione temporanea di tutti gli effetti personali, firme di registri e via dicendo). Mi ha colpito soprattutto la zona degli uomini, dove si trovavano ragazzi di 18 anni come uomini di 60 anni, di tutte le nazionalità, di tante etnie diverse. Un ragazzo, senza una gamba, ci ha raccontato di come l’aveva persa cercando di saltare su uno dei tanti treni della speranza. Le missionarie vanno lì tutti i sabati, portando dolci, libri di preghiera per chi lo desidera (e sono tanti: ho visto un ragazzo nigeriano piangere perchè non riusciva a farsi portare una bibbia in inglese), un microfono con il quale i diversi gruppi possono cantare agli altri le loro canzoni, raccontare le loro storie; e, soprattutto, orecchie per ascoltare chi , desideroso di darsi da fare per poter sperare in una vita nuova, è costretto in un’assurda posizione di inedia, aspettando di sapere qual è la sua sorte.

Mi ha colpito, in questa terra di nessuno popolata da uomini di tante terre, il grande numero di poliziotti intento a fare niente, e l’enorme numero di persone trattenute, a loro volta forzatamente inattive. In questo non-senso eletto a sistema, la cosa più toccante è che l’umanità degli esseri umani non può essere cancellata, che si afferma nonostante tutto; che, pur nella situazione umiliante in cui si trovavano, di inattività e fallimento dei progetti, questi uomini e queste donne non perdono la dignità, riescono ad aiutarsi tra di loro, ma soprattutto non perdono la speranza e la tenacia di fare tutto quanto è nelle loro possibilità per dare un futuro ai loro figli, e ricongiungersi ai loro cari.

Secondo uno degli ultimi numeri della Harvard Businness Review, da quando gli Stati Uniti hanno inasprito il controllo alla frontiera i prezzi della verdura sono saliti di molto in America: meno messicani che coltivano, prezzi più alti per tutti gli americani. Che ci piaccia o no, nessuno è fuori dall’interdipendenza globale. Tanto vale starci in modo responsabile.

wikirivoluzione?

sabato, febbraio 5th, 2011

Sull’ultimo numero di Internazionale ho trovato due articoli interessanti, che offrono una serie di spunti per riflettere, oltre che su ciò che sta accadendo nel mondo intorno a noi, anche sul ruolo delle nuove tecnologie nelle profonde trasformazioni cui stiamo assistendo. Il primo è del celebre sociologo Manuel Castells, autore tra l’altro del recente Potere e comunicazione (2009), e riguarda il ruolo delle nuove tecnologie nelle rivoluzioni del presente, come la rivolta di Tunisi che ha portato alla deposizione del presidente Ben Ali, o quella che sta infiammando l’Egitto. (http://www.internazionale.it/i-gelsomini-tunisini-viaggiano-in-rete/ ).

Il secondo è di un giornalista del New Yorker, Malcolm Gladwell, e si intitola “Twitter non fa la rivoluzione” (http://www.internazionale.it/sommario/).

I due articoli sostengono due tesi aparentemente opposte, ma che in realtà convivono perfettamente.

Secondo Castells la vera rivoluzione comunicativa non è quella di Wikileaks (che rivela ciò che in fondo già tutti sapevano e che in realtà ha un approccio molto poco “wiki”, dato che è centralizzato e personalizzato), ma quella del nuovo sistema di cominicazione “costruito come un mix interattivo tra tv, internet, redio e sistemi di comunicazione mobile”.  La televisione satellitare Al Jazeera ha raccolto le informazioni diffuse su internet dai cittadini, organizzando poi gruppi su Facebook e ritrasmettendo le notizie gratuitamente sui cellulari. In un Paese dove la metà della popolazione ha meno di 25 anni, e dunque popolato da nativi web 2.0, questo tipo di sistema comunicativo può funzionare perfettamente (forse nella vecchia Europa un po’ meno).

Castells sottolinea giustamente due aspetti: 1) non è la comunicazione a far nascere la rivolta, ma la situazione di miseria, esclusione sociale, democrazia di cartapesta, informazione oscurata; è la realtà, la vita delle persone e la loro iniziativa il motore della rivoluzione; 2) senza i nuovi media la ricoluzione non avrebbe avuto le stesse caratteristiche: “la spontaneità, l’assenza di leader, il protagonismo di studenti e professionisti”.

Più cauto nel giudizio è l’articolo del New Yorker, che giustamente sottolinea come da un lato la massiccia mobilitazione politica, come quella studentesca contro la discriminazione dei neri in America negli anni ‘60, precede di gran lunga l’avvento delle nuove tecnologie della comunicazione; ma, soprattutto, che la partecipazione e condivisione resa possibile dai social network non si traduce di per sè in mobilitazione. Anzi, in assenza di condizioni materiali reali che rendono intollerabile l’esistenza delle persone, la partecipazione tende ad esaurirsi su un piano superficiale, che esclude la dimensione del rischio e del sacrificio tipica della mobilitazione. Questo perchè i “legami deboli” che caratterizzano la socialità in rete (i “contatti” che sono chiamati “amici”, ma con i quali, appunto, il legame è debole) sono perfetti per la circolazione di informazioni, e anche per la costruzione cooperativa del sapere, ma difficilmente possono fornire la motivazione per una mobilitazione che comporti anche rischi personali.

Due posizioni dunque che rispecchiano due modi del sentire comune (i nuovi media come strumento di libertà e democrazia/i nuovi media come ambiente in cui la comunicazione è prevalentemente leggera e i legami sono deboli) ma concordano su un aspetto fondamentale: non è la rete che fa la rivoluzione, non è la connessione che fa la relazione. L’ambiente digitale ha potenzialità straordinarie, ma il senso e la libertà si trovano e si costruiscono fuori di esso.

Quale autenticità nell’era digitale?

lunedì, gennaio 24th, 2011

Oggi è un giorno importante: è la festa di S. Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, che mai come  in questo momento forse hanno bisogno di essere illuminati,  risvegliati al senso della loro professione e alla grande responsabilità che richiede e soprattutto liberati dalle pastoie in cui sono avviluppati con le loro stesse mani (le linee editoriali, i criteri di notiziabilità, il mimetismo professionale, la rincorsa del pubblico, la rinuncia al giudizio, la strumentalizzazione e si potrebbe continuare a lungo). Un po’ più di coraggio, un po’ più di libertà e tanta responsabilità in più è quello che auspico, per questa categoria così importante ma anche così spesso deludente (per non dire irritante) in questa giornata, che tanti dibattiti sta sollecitando in tutta Italia (per un calendario si può vedere www.chiesacattolica.it/pls/cci_new_v3/V3_S2EW_CONSULTAZIONE.mostra_pagina?id_pagina=17226.).

Ma oggi è un giorno importante anche perchè, come consuetudine, è stato reso pubblico il testo del Santo Padre per la 45esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali: “Verità, annuncio e autenticità di vita nell’era digitale” (per il testo completo http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/communications/documents/hf_ben-xvi_mes_20110124_45th-world-communications-day_it.html).

E’ un testo lucido, chiaro e pieno di passione per l’umano. Un testo veramente prezioso per chi considera la “sfida digitale” non come una questione puramente tecnologica, ma come una questione prima di tutto antropologica.

La riflessione si apre con un’analogia illuminante; la rivoluzione digitale è paragonabile, per la sua portata economica, sociale e culturale, alla rivoluzione industriale. Essa inaugura infatti non solo un cambiamento nel modo di comunicare, ma un cambiamento della comunicazione in se stessa: Bauman lo definirebbe un “metacambiamento”, un mutamento del modo in cui le cose cambiano, una matrice di nuove prospettive sul mondo. E questo mutamento profondo investe prima di tutto l’idea stessa della comunicazione, ridefinendone le potenzialità: dal modello della “trasmissione” dei media tradizionali (che rappresenta in realtà una “cattiva sineddoche” della comunicazione, un caso particolare e marginale elevato a modello generale) a quello della cooperazione, dello scambio, della reciprocità, del coinvolgimento. Si tratta di uno stimolo potente a rigenerare la comunicazione come luogo dell’incontro, dell’accoglienza, della ricerca comune di un senso, della costruzione cooperativa di un bene comune. Ma per realizzare questa potenzialità occorre saper vedere i rischi: il coinvolgimento può diventare apertura verso l’altro, ma anche immersione totale in un ambiente autoreferenziale, che impedisce la riflessività; la presentazione di sè può diventare (ma lo stesso rischio lo si corre nella vita “offline”) costruzione di un personaggio che maschera più che svelare la persona; la riduzione della distanza può limitarsi a un contatto superficiale anzichè favorire la prossimità, che richiede comunque l’incontro intercorporeo.

Il messaggio va letto, ma due passaggi vorrei richiamare qui: lo “stile” con cui abitare la rete, e l’ambiente mediale in generale: “testimoniare con coerenza, nel proprio profilo digitale e nel modo di comunicare, scelte, preferenze, giudizi che siano profondamente coerenti con il Vangelo” ; e la necessità di mantenere vive le domande profonde dell’essere umano, “che testimoniano il suo desiderio di trascendenza e la nostalgia per forme di vita autentica, degna di essere vissuta”.

Bussole in rete

giovedì, gennaio 13th, 2011

Una delle legittime preoccupazioni dei genitori, specie di chi non ha tanta dimestichezza con i nuovi linguaggi della comunicazione, è quella dei pericoli e delle insidie che la rete può nascondere per i figli, soprattutto quando minori.  Per la sua natura “virtuale”, di contenitore di possibilità pressoché illimitate, la rete può essere un ambiente salubre o inquinato.  Ma oggi, soprattutto, è importante che passi l’idea che non ci sono “dati di fatto” immutabili, e che questo ambiente può essere “abitato” e reso più umano grazie alla collaborazione di tutti. In questo senso, è importante da parte degli adulti modificare l’approccio: è impossibile garantire a priori le condizioni di un ambiente sicuro, ma è possibile cercare di coinvolgere tutti nel mantenere e potenziare le condizioni di “abitabilità” della rete. Come della natura (in quanto creato, e non insieme di risorse da sfruttare a vantaggio di pochi), così anche dell’ambiente digitale siamo tutti corresponsabili: ha senso preoccuparsi dei pericoli, ma solo se ai timori si accompagnano assunzioni di responsabilità. E la logica cooperativa e collaborativa della rete aiuta in questo sforzo, ogii indispensabile. Per questo è apprezzabile e oppportuna l’iniziativa promossa dalla Polizia Postale e da Google, “Non perdere la bussola” già alla sua seconda edizione, che promuove un uso responsabile della rete con un lavoro di sensibilizzazione nelle scuole e materiali visionabili e scaricabili. Del progetto fa parte anche un centro di sicurezza on-line per la famiglia  (www.google.it/sicurezzafamiglia) che mira a coinvolgere direttamente giovani e adulti nell’opera di prevenzione, oltre che offrire suggerimenti e spunti per una navigazione sicura.

Non sono naturalmente le “ricette” che possono salvarci, ma è importante il cambiamento di mentalità: la rete non è solo un grande magazzino di materiali da consumare, dove si prende quello che c’è, ma è un ambiente che prende forma dal modo in cui lo si abita, dove tutti sono (almeno potenzialmente, “virtualmente”) corresponsabili della forma che questo ambiente prende, dei contenuti che lo popolano, delle forme di relazione che si instaurano anche grazie a esso.

Non c’è nessun determinismo, nessun destino: solo l’urgenza di esercitare responsabilmente, pensando anche agli altri e in vista di un bene comune, la nostra libertà.

Natale

mercoledì, dicembre 22nd, 2010

In un mondo come il nostro, dove il vero problema non è l’ateismo ma l’idolatria (padre Tauran su Osservatore Romano http://www.vatican.va/news_services/or/index.htm, del 18/12, p. 11), accogliamo l’invito di Benedetto XVI a lasciare spazio al sacro.

Sacro, separato; non equivalente, non disponibile. Quell’oltre sulla base del quale ciò che è visibile e accessibile si definisce, distinguendosi, ma anche acquistando senso: il “profano”, pro-fanum, davanti al tempio, esterno al sacro ma confinante e comunicante con esso.

Sacro e profano: non due principi contrapposti, due ideologie tra cui scegliere, ma due dimensioni della vita umana, complementari e tanto meno “patologiche” quanto più restano in relazione tra loro. L’assolutizzazione del sacro rischia di generare fondamentalismo, quella del profano idolatria. In ogni caso, una riduzione e un impoverimento della nostra umanità.

Il sacro non lo si cerca, lo si accoglie; mettendosi in ascolto, facendo spazio, stando in silenzio.

Lasciandosi raggiungere, stupire, scuotere, sconvolgere.

Nella notte delle nostre vite, così buie se chiudiamo gli orizzonti.

Per gli auguri di Natale faccio allora mie le parole di Turoldo, e l’arte sacra di Rupnik.

Vieni di Notte

Vieni di notte,                                           

ma nel nostro cuore è sempre notte:

e dunque vieni sempre, Signore.

Vieni in silenzio,

noi non sappiamo più cosa dirci:

e dunque vieni sempre, Signore.

Vieni in solitudine,

ma ognuno di noi è sempre più solo:

e dunque vieni sempre, Signore.

Vieni, Figlio della pace,

noi ignoriamo cosa sia la pace:

e dunque vieni sempre, Signore.

Vieni a liberarci,

noi siamo sempre più schiavi:

E dunque vieni sempre, Signore.

Vieni a consolarci,

noi siamo sempre più tristi:

e dunque vieni sempre, Signore.

Vieni a cercarci,

noi siamo sempre più perduti:

e dunque vieni sempre, Signore.        

Vieni, tu che ci ami:

nessuno è in comunione col fratello

se prima non è con te, o Signore.

Noi siamo tutti lontani, smarriti,

né sappiamo chi siamo, cosa vogliamo.

Vieni, Signore.

Vieni sempre, Signore.

David Maria Turoldo

Gli uomini e gli dei: a volte i laici insegnano a guardare

domenica, dicembre 12th, 2010

Nel monastero dell’Atlante si vive quotidianamente la poesia dell’essenzialità, ritmata sui tempi della natura, del lavoro quotidiano, dell’accoglienza, dell’attenzione a chi chiede di essere ascoltato. Nessuna retorica, nessuna agiografia, niente di idilliaco, solo una trasparente semplicità. E’ la quotidianità del bene che non fa rumore né notizia, ma rende la vita degna di essere vissuta. Su questo sfondo apparentemente ripetitivo e sempre identico a se stesso si stagliano le vicende personali, sociali e politiche di una piccola comunità di monaci in Algeria, in un momento storico (la seconda metà degli anni ’90) che vede affacciarsi i fondamentalismi religiosi, a fronte di una difesa sempre più strenua della “laicità dello stato” nel film “Gli uomini di Dio” (per una bella riflessione sul film si veda l’intervista video a Enzo Bianchi, http://www.monasterodibose.it/content/view/3766/466/lang,it/ ).

Semplicità e silenzi consentono al complesso alternarsi delle emozioni, pur senza nessuna concezione all’eccesso, (anzi in una sobrietà che risulta direttamente proporzionale all’intensità) di emergere nella loro forza drammatica. Quella che traspare dai volti dei monaci, dai loro sguardi, dalle loro invocazioni e dai loro silenzi riflessivi è un’antropologia sfaccettata e sensibile alle sfumature dell’umano, così come alle sue emozioni profonde: paura, incertezza, dubbio, compassione, gioia, riconoscenza, condivisione, stupore di fronte alla natura, incoraggiamento reciproco, attenzione e sollecitudine per il prossimo: in piccole scene di grande delicatezza, come quella del frate-medico Luc che si accorge delle scarpe sfondate di una giovane mamma del villaggio e provvede a trovargliene un paio in migliori condizioni, o l’anziano frate Amédé che massaggia le spalle del giovane Michel, traumatizzato dopo la prima incursione dei terroristi al monastero. O, ancora, nella sollecitudine con cui il superiore chiede all’anziano confratello Luc, mentre salgono a piedi nella neve sul monte del martirio “ce la fai?”, dandogli il braccio: neppure le circostanze più drammatiche privano della dignità, e ciascuno puo’ aiutare gli altri in difficoltà a non perdere la propria.

Il film affronta in modo sobrio e misurato, ma non per questo meno incisivo, anche la questione dell’identità. Un’identità che non è né data una volta per tutte, né da affermare e tantomeno da difendere dalle possibili “contaminazioni”: un essere umano ferito è un essere umano che soffre, non un nemico che si merita quello che ha ricevuto. E’ questa logica di libertà e di amore per l’umano, al di là anche della sua disumanità, anche in assenza di reciprocità che, molto semplicemente, caratterizza la vita dei monaci.

Una identità che può essere custodita proprio grazie al fatto che altri aiutano a mantenere fede alle proprie promesse: come nel caso della donna musulmana che, al superiore ormai quasi convinto dell’opportunità di abbandonare il paese coi confratelli, si rivolge con un richiamo che produce un cambiamento di rotta: “noi siamo gli uccelli e voi il ramo; se il ramo non c’è più, dove ci poseremo?”.

“La nostra identità è nascere continuamente”, afferma il superiore, Christian: una frase che sembra contrastare con l’immobilismo che si attribuisce alla vita religiosa, e che è ben lontana, parimenti,  da quello “splendore dei ricominciamenti” che per Augé caratterizza la cultura della contemporaneità: è un cambiamento nella continuità e nel dialogo con le circostanze le persone.

I monaci dell’atlante non sono eroi né martiri. Sono uomini che hanno paura, che si interrogano continuamente sul da farsi, che a un certo punto sembrano decidere di lasciare un luogo ormai divenuto troppo pericoloso, che a volte, persino, mettono in dubbio la loro scelta (come il più giovane di loro, che dichiara al suo superiore “io prego, ma non sento più niente”). Tutto questo è profondamente umano; non c’è nessuna vergogna in tutto ciò. Il dubbio, la crisi fanno parte del percorso di ciascuno. E’ però affatto scontato il modo in cui questi sentimenti ed emozioni ambivalenti vengono affrontati: non con un atto volontaristico (rinuncia o affermazione eroica di sé), ma con l’ascolto, il dialogo, la preghiera. La verità si riceve sempre da altri: dai confratelli, ascoltandosi e sostenendosi a vicenda; dalle persone con cui si condivide la vita quotidiana; da Dio nella preghiera. E, nello stesso tempo, è chiaro come nessuno può scegliere al nostro posto: è questo il paradosso e l’eccedenza della libertà, che il film mostra senza inutili retoriche.

Così come mostra anche che si possono amare gli altri che non abbiamo scelto (i confratelli sono tutti diversi tra loro, per età, sensibilità, temperamento, interessi), e i “fratelli musulmani” sono diversi per fede, usanze, cultura. Ciò non impedisce la benevolenza, il dialogo, l’affetto.

E’ significativo che il regista, Xavier Beauvois, 43 anni, sia un laico, che dichiara di se stesso “Ho metà cervello che non crede in niente e l’altra che crede in tutto” (in una bella intervista su Vita del 10 dicembre). Forse un regista cattolico non avrebbe resistito alla tentazione agiografica, mentre un “fondamentalista laico” avrebbe cercato di suggerire le “vere” ragioni (pienamente umane) dietro un comportamento così eroico.

Con grande rispetto, sensibilità e poesia il laico Beauvois ci invita invece a porci la domanda fondamentale: ci sono uomini e ci sono dei (il titolo originale è “Les hommes et les dieux”). Comunque gli uomini si votano a qualche dio, sia esso il potere, l’affermazione di sé, la ricchezza: che uomini siamo dunque, e chi vogliamo che sia il nostro dio?

La deriva dell’informazione

domenica, dicembre 5th, 2010

Ancora un altro caso certamente drammatico, la scomparsa di una tredicenne della quale da giorni si sono perse le tracce, e ancora un esempio di come l’informazione disperatamente insegue le formule (come  il “caso Scazzi”) che sembrano poter  frenare l’emorragia di spettatori che colpisce i TG nazionali (su questo si può vedere “Non notizie: fuga amara” di Umberto Folena, http://www.avvenire.it/Commenti/fugatg_201012040811435600000.htm).

Lo diceva già Beniamin all’inizio del ‘900: l’informazione avrebbe ucciso la capacità di raccontare, e con essa la possibilità di scambiare e condividere esperienze, e di nutrire la capacità di azione.

L’effetto dell’informazione, così come ha preso forma in modo sempre più netto negli ultimi 20 anni, è al contrario paralizzante: disorientamento e paura sono i sentimenti dominanti che l’esposizione quotidiana produce.

Dovendo sintetizzare, l’informazione italiana è sempre più provinciale – il che è paradossale nell’era della globalizzazione e del world wide web – e sempre più organizzata attorno a tre capitoli principali:

- una politica interna affrontata in forma di gossip, riportando le dichiarazioni, le minacce, le battaglie a colpi di dossier di una classe politica sempre più autoreferenziale;

- una cronaca nera domestica, che da un lato sollecita le nostre curiosità morbose, dall’altro stigmatizza la morbosità. Essa fa leva sul meccanismo “potrebbe capitare anche a me/per fortuna non è capitato a me” e sul bisogno di vedere messo in scena ed “esternalizzato” il senso di ansia e inquietudine che oggi più che mai ci assale (la stessa funzione che assolvono, secondo Bettelheim, le scene cruente – il lupo che si mangia la nonna in Cappuccetto Rosso per esempio, o la sorte delle mogli di Barbablù, nelle favole per bambini);

- infine, a conclusione del tutto, un “pacchetto” fisso di soft-news, non notizie (queste sì, internazionali) per alleggerire la tensione e intrattenere il pubblico.

Non che l’informazione on-line, almeno quella delle principali testate, sia molto meglio: qui la soft news trionfa, accostata alle immagini drammatiche che in TV non si possono mostrare, con un effetto quasi grottesco di equivalenza generalizzata e di neutralizzazione della realtà.

L’effetto-intrattenimento, subordinato ai meccanismi di mercato, è ormai generalizzato. Un effetto che non è solo discutibile dal punto di vista della deontologia professionale, ma che alimenta rassegnazione e apatia (come sostiene anche De Rita, commentando i dati del 44esimo rapporto Censis).

Su uno degli ultimi numeri di Internazionale (26/11-2/12, pp.98-100), Zizek constata come, in questo clima ormai generalizzato,  la relazione tra possibile e impossibile si articoli in maniera estremamente contraddittoria: da un lato la tecnica ci dice che  “nulla è impossibile”, che tutto può essere fatto, che tutto è alla nostra portata. Dall’altro, sul piano culturale e socioeconomico, sembra valere la “dittatura del dato di fatto” (l’espressione è di Benedetto XVI) e il comandamento del “non puoi”, che diventa segno del “realismo pragmatico” successivo alla caduta delle utopie.

Così Zizek: “Oggi l’ideologia dominate cerca in tutti i modi di farci accettare l’impossibilità del cambiamento radicale, della fine del capitalismo, di una democrazia che non sia ridotta a un gioco parlamentare corrotto”.

Davanti a questo messaggio subliminale della non-informazione dei media, tradizionali ma non solo, il Vangelo rappresenta uno straordinario, paradossale e per questo veramente rivoluzionario invito alla libertà responsabile e creatrice, che è il contrario dell’apatia e della rassegnazione.

The Social Network

domenica, novembre 21st, 2010

The Social Network ( www.thesocialnetwork-movie.com) è uno di quei film che non sostengono una testi precisa, che non dividono il mondo in buoni e cattivi, ma che mostrano in maniera molto lucida la complessià e le derive del nostro tempo, forse anche al di là delle intenzioni degli autori. Lo stesso Marc Zuckenberg, l’inventore di Facebook, è piuttosto presentato come un antieroe, con i suoi sandali di plastica in tutte le stagioni e la sua “idiozia emozionale” (certamente non tecnologica!).

Uno degli aspetti che emergono chiaramente dalla storia (evidentemente una narrazione “dall’interno”, poichè Ben Mezrich, l’autore del romanzo dal quale il film è tratto, era stato a sua volta studente ad Harvard) è la relazione strettissima tra la socialità in rete e quella nella vita concreta dei ragazzi. Una relazione che è molto intricata da dipanare, dato che gli aspetti in gioco sono molteplici. Per esempio, appare evidente nel film la natura gerarchica e socialmente stratificata della società americana: anche tra gli studenti brillanti di una università prestigiosa come Harvard, quale era lo stesso Zuckenberg, le differenze sono marcate dalla possibilità di accesso ai club univeristari più esclusivi (come il Phoenix:  Mark Zuckenberg, per incontare i gemelli Winklevoss e valutare la loro proposta di  costruire un social network per gli studenti di Harvard, deve fermarsi alla “stanza delle biciclette”). Una delle motivazioni che spingono Zuckenberg a violare i confini virtuali dei college esclusivi per rendere accessibili gli studenti che ne sono membri è certamente il senso di esclusione sociale, che emerge anche, ingiustificatamente ma a segnalare un disagio personale, nella conversazione iniziale con Erica, la sua ex-ragazza. Grazie a Facebook ragazzi e ragazze altrimenti inavvicinabili possono diventare “amici”.

Un secondo motivo che conferma il ruolo del mondo sociale rispetto a quello virtuale riguarda proprio il fatto che Facebook nasce per mettere in relazione mondi sociali già esistenti e fortemente strutturati, quali le università americane di prestigio: infatti dopo Harvard la rete si allarga a Stanford, Palo Alto, e quando inizia ad estendersi in Europa, comincia da Cambridge e Oxford. Il social network non crea dunque mondi sociali virtuali, ma presuppone mondi sociali reali. Evidentemente il fatto di metterli in connessione e farne saltare i confini li modifica, ma si tratta di  ambienti che hanno solide fondamenta in una realtà estremamente concreta: tra gli obiettivi dichiarati da Zuckenberg, che emergono in una battuta del film, c’è appunto quello di “prendere l’esperienza sociale del college e metterla in rete”.

Le difficoltà relazionali personali e il desiderio di accedere a mondi relazionali che nella vita reale sono preclusi rappresentano due motivazioni forti per la creazione del social network, ma anche per l’accesso: questo è un aspetto importante per evitare di leggere il trionfo di Facebook come il trionfo dell’irreale e del fittizio sul sociale. Non si va in rete per rifugiarsi in un mondo fantastico, ma per avere relazioni con persone reali, per poterle finalmente incontrare.

I rischi naturalmente ci sono: anche la televisione, che era nata come una “finestra sul mondo”, è poi diventata un sistema autoreferenziale che si parla tendenzialmente addosso. Ma, almeno per ora, i social network continuano a mantenere fede alla loro vocazione relazionale. Il problema casomai sono i contenuti condivisi e i tipi di relazione: ma quelli, come il film mette spietatamente in evidenza, non sono certamente poveri per colpa dei social network…

The Social Network è un film che gli adulti dovrebbero vedere, magari con i loro figli, per capire meglio quali sono i rischi, e soprattutto i bisogni reali, dei nativi digitali.

Per i nativi digitali dai 18 ai 24 anni l’invito, oltre a vedere e commentare il film, è a compilare il questionario “Identità digitali” su www.testimonidigitali.it.

L’internet delle cose e gli oggetti che comunicano tra loro: jeans 2.0

lunedì, novembre 15th, 2010

Leggo sulla free-press che mi tiene compagnia nelle mie trasferte da pendolare che una nota marca italiana di Jeans, che per non fare pubblicità occulta chiamerò “tutto e il contrario di tutto”, ha immesso sul mercato dei jeans dotati di dispositivo USB nella taschina frontale, che comunica con chi, dotato dello stesso dispositivo, crea una connessione attraverso il contatto. Grazie allo sfioramento, i due sistemi si scambiano informazioni tramite tecnologia Rfid (Radio Frequency Identification, per saperne di più http://rfid.thebizloft.com). Con lo slogan “metti in contatto i dispositivi”, la suddetta marca si inserisce a pieno titolo nel cosiddetto IoT (Internet of Things, o Internet delle cose):  un neologismo riferito all’estensione di internet al mondo degli oggetti e dei luoghi, che alimenta l’equivoco tecnoimmanentista secondo il quale connessione = comunicazione (e che in realtà promuove la tracciabilità delle persone, oltre che delle cose, facilmente sfruttabile e fini commerciali, con buona pace della privacy). Qui si tratta ovviamente  di trasmissione di informazioni, e non di comunicazione, che è qualcosa che nessun dispositivo è in grado di generare. La cosa un po’ triste è che persino la comunicazione non verbale attraverso il contatto corporeo (quella studiata dall’aptica, ma che soprattutto è fondamentale nell’espressione dell’affetto e della vicinanza) diventa un “mezzo” per far entrare in contatto i dispositivi; e che, sempre citando la suddetta pubblicità, è il meccanismo di funzionamento del dispositivo a generare una “nuova gestualità”: “Cerca chi li indossa. Metti in contatto i dispositivi: nasce una nuova gestualità”.

Alla favola del “felici e connessi” e alla magia del dispositivo che passa dal corporeo per arrivare al virtuale contrapponiamo una comunicazione autentica, che passi anche dal virtuale ma per arrivare a una comunione nella prossimità, che nessun dispositivo può generare.