Da prosumers a testimoni: ri-spostiamo la realtà

novembre 4th, 2010 by eratestimone

Una teoria molto in voga alla fine degli anni ‘70 relativamente agli effetti della televisione sul mondo sociale era la “teoria della coltivazione”: in estrema sintesi essa sosteneva che i forti consumatori di TV subivano una sorta di “processo di coltivazione”, ovvero erano portati ad “assorbire” i contenuti televisivi, che diventavano la fonte principale di conoscenza del mondo, promuovendo un vero e proprio “spostamento di realtà”. Nonostante il sapore un po’ determinista, c’è certamente del vero in questa ipotesi: in mancanza di altre risorse, e di esperienze dirette in una serie di ambiti, le “television answers” tendono ad assumere un ruolo cruciale nella percezione del mondo, ancora oggi, per tante persone (generando, per esempio, la paura per gli immigrati, dei quali fa notizia solo il gesto deviante).

Se non avessimo a disposizione anche altri ambienti informativi, in primis la rete, l’immagine che avremmo del mondo che ci circonda sarebbe veramente desolante (e non c’è bisogno di fare un elenco dettagliato, basta pensare alla scena politica dell’ultimo periodo). Se ci affidassimo soltanto alle immagini televisive e ai racconti della stampa, che ritengono “notiziabile” solo la violenza, la trasgressione e la rissa, la nostra percezione sarebbe saturata da rappresentazioni di una realtà che non lascia alcuno spiraglio per la speranza, nè tantomeno offre appigli e motivazioni per l’impegno.

Fortunatamente l’Italia non è l’Italia televisiva, o l’Italia dei giornali. Fortunatamente lo spostamento di realtà prodotto dai media tradizionali può essere bilanciato dalla percezione che la rete rende possibile, e che consente di diversificare le fonti, scambiarsi opinioni, attingere direttamente a documenti ufficiali, farsi un’idea di quanto dicono i media stranieri ma, soprattutto, far emergere quelle realtà che per definizione, malauguratamente, sfuggono ai criteri malati della notiziabilità dei media mainstream.

La rete non è nemmeno solo un palcoscenico di prosumers che creano materiali per la rete stessa: è  molto di più, è potenzialmente un luogo di visibilità, ascolto, connessione delle realtà sane, attive, innovative che in tanti settori diversi operano nel nostro Paese.

E’ ora di raccontare una storia diversa del mondo in cui viviamo: non una bella favola inventata tanto per consolarsi, ma una storia che prenda sul serio i tanti esempi di ingegno, creatività, risposte collettive alle questioni comuni e li intrecci a comporre una diversa immagine del Paese, non meno vera, anzi! di quella che ogni giorno ci deprime dal teleschermo. La rete può essere il luogo dei testimoni: non solo un ambito di “consumo produttivo” estemporaneo, ma un luogo di emersione e connessione di ciò che già esiste, nella concretezza delle vite di tanti, che cercano di valorizzare le eredità ricevute, le risorse a disposizione, le proprie capacità con e per gli altri.

Con la convinzione che la vocazione della rete possa essere potenziare la realtà concreta, anzichè costruire un mondo a parte, e che il potere connettivo vada valorizzato a beneficio del vivere insieme e del bene comune è nato da poco un sito che vi invito a visitare, dove un gruppo di lavoro (di cui faccio parte) cerca di “ascoltare” e “mettere in rete” le realtà belle, che sono tante, di questo nostro Paese, in questo nostro presente. Il sito è www.generativita.it e, con tutte le difficoltà di un cammino ai suoi primi passi, può già offrire una serie di esempi per ri-spostare la nostra immagine del mondo in cui viviamo: un compito a cui siamo tutti chiamati, e per il quale la rete è una grande risorsa.

Identità digitali

ottobre 29th, 2010 by eratestimone

Da oggi è in rete il nuovo sito di Testimoni Digitali, che documenta il percorso culminato nel convegno del 22-24 aprile 2010, ma che apre anche tanti spazi di riflessione, di dialogo e di progettualità sul presente e sul futuro.

Il Santo Padre nell’udienza finale del convegno ha parlato di continuità e discontinuità: in una cultura discontinua, dove persino le biografie rischiano di ridursi ad accumuli più o meno casuali di frammenti disconnessi, la continuità è un grande valore. Una continuità dinamica, che incorporando l’alterità – degli eventi ma soprattutto delle persone – riesce a produrre sintesi originali, a generare novità non effimere e a inaugurare forme inedite di fedeltà creatrice.

H. Arendt sosteneva che agire comporta due movimenti: dare inizio e far durare. Il primo è il più facile e anche il più eccitante: lo “splendore dei ricominciamenti”, come lo definisce Augé, esercita sempre una grande forza di attrazione; ma la sfida impegnativa – e comunque non meno esaltante, è far durare ciò a cui si è dato inizio. Opera tanto più realizzabile quanto meno si è soli a realizzarla, in un contesto in cui  tutto evapora rapidamente.

Vedo questa nuova edizione del sito come la testimonianza di un fare che non si accontenta del momento di gloria trascorso, della vetrina ben riuscita, ma che si impegna a dare stabilità e sostanza alle speranze sollevate e agli impegni rischiesti. Riflettere sull’accaduto a distanza di tempo, per distillarne e raccontarne i significati; tenere aperto lo spazio della riflessione su un presente che continuamente ci interpella; rilanciare le domande che hanno animato gli interventi e il dibattito durante il convegno, ma alle quali non si finisce mai di rispondere; usare la rete per mantenere vivo il contatto con chi si vuole avvicinare e per continuare a ridurre le distanze, fuori ma anche dentro la chiesa, sono solo alcuni dei significati che questa nuova testimonianza di impegno suggerisce.

Dentro questa logica parte anche la rilevazione “identità digitali”, che prosegue l’esplorazione del mondo dei “nativi digitali” (18-24 anni) cercando di estendere quantitativamente il campione (puntiamo a raggiungere e se possibile superare i 5000 questionari compilati), raggiungendo i giovani sul loro territorio, la rete appunto. Accanto alle domande relative alla composizione delle cerchie relazionali fuori e dentro la rete, agli stili di utilizzo delle diverse piattaforme a seconda dei bisogni relazionali, ai tempi e ai modi di “abitare” lo spazio digitale, abbiamo inserito anche, tra le altre, alcune domande relative alla dimensione spirituale, per cominciare a sondare quanto l’orizzontalità della rete possa lasciare spazio a, o almeno non escludere, una dimensione verticale. La rilevazione si concluderà a febbraio e a maggio renderemo pubblici i risultati, contando ne frattempo sull’aiuto di tutti per far circolare l’informazione e poter raccogliere così il maggior numero di dati possibii.

Tra online e offline

ottobre 25th, 2010 by eratestimone

Solitamente non uso lo spazio di questo blog per raccontare cosa mi capita nella vita, ma dopo alcuni giorni di silenzio, legati a una serie di trasferte per l’Italia, mi fa piacere condividere un episodio che mi pare illuminante sul rapporto tra relazioni digitali e relazioni in real life, e che tra l’altro è perfettamente in linea con i risultati della ricerca presentata al convegno Testimoni Digitali.

Proprio su questo blog mi era capitato, prima del convegno, di scambiare alcune considerazioni sulle trasformazioni della comunicazione con un insegnante, tra l’altro impegnato, anche al di fuori della sua missione educativa in senso proprio, in una serie di attività legate allo studio dei media nel contesto sociale ed ecclesiale (aiart, corsi anicec tanto per intenderci…). Dopo qualche scambio di idee sul blog, sulla base delle rispettive esperienze, ci è capitato di incontrarci e presentarci di persona (e dico “capitato”, dato che eravamo più di mille persone!) dentro la cappella Sistina, al termine della prima giornata del convegno. Da lì la richiesta, se mi fosse capitato di passare per il centro Italia, di dedicare una serata alla riflessione sui cambiamenti della comunicazione e sulle ricadute relazionali ed educative del nuovo ambiente mediale. La settimana scorsa questa promessa si è potuta realizzare, preceduta da un’allegra e gustosa  cena in famiglia con tanto di parroco, viceparroco e parroco “storico”, in un clima veramente accogliente e piacevole. Per di più, all’incontro “pubblico” anche il Vescovo si è unito a noi, restando per tutta la serata, durante la quale c’è stato un bello scambio di storie, esperienze, proccupazioni e speranze…

Questo per dire che, al di là degli inevitabili rischi che l’ambiente digitale presenta (come ogni ambiente sociale in generale peraltro…), le opportunità di estendere i territori delle nostre relazioni, alimentando un circuito virtuoso tra contatti online e comunicazione offline, tra scambio di esperienze in rete e incontri nei contesti concreti delle nostre esistenze, tra riduzione della distanza e costruzione di prossimità sono veramente ricche, e sta solo a noi saperle valorizzare.

Quando, troppo immersi nell’ambiente o in noi stessi, diventiamo “idioti”

ottobre 15th, 2010 by eratestimone

Per McLuhan l’ “idiota tecnologico” (dal greco idiotes, chi sta fuori dalla cosa pubblica ed è ripegato sul privato) rappresenta un’inversione paradossale della figura del greco sprovveduto, segnato però dalla stessa incapacità di vedere: se nell’antica grecia era incapace di vedere chi stava troppo “fuori” dalla polis, oggi è incapace di vedere chi sta troppo “dentro” l’ambiente ipermediale, e non si rende nemmeno conto di quali sono le opportunità e i rischi che, come ogni situazione, anche quella in cui è immerso gli presenta.

Mi piace citare a riguardo la storiella dei pesci:

“Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice:  – Salve ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa:  – Che cavolo è l’acqua?” (David Foster Wallace, Questa è l’acqua, Einaudi 2009).

Si rischia (soprattutto i “nativi digitali”) di sapersi muovere velocissimamente nelle acque digitali, senza rendersi però conto che di acque appunto si tratta, e che forse è meglio nuotare dove l’acqua è più pulita, o darsi da fare per migliorarne la qualità laddove non lo è….

Oppure si rischia, da pesci anziani (o “immigrati digitali”) di muoversi goffamente, sforzandosi  – faticosamente quanto invano -  di nuotare controcorrente.

Quanto al rischio dell’”idiozia” (nel senso mcluhaniano, naturalmente) ce n’è per tutti.

Che cosa mi insegna questa storiella, che come tutte le metafore è generativa? Personalmente, l’assurdità dell’idea dell’autosufficienza. Mai come oggi abbiamo bisogno gli uni degli altri, mai come oggi è evidente che solo l’altro ci libera dalla nostra “idiozia”. E se l’essere umano, come scrive Rahner in una bellissima espressione, è antropologicamente “l’essere dell’intercomunicazione”, mai come oggi – e lo dico consapevolmente, all’inizio del decennio dell’educazione -, solo attraverso il reciproco accogliersi ed educarsi può avere luogo, oltre che il “miracolo” della comunicazione, anche quello di una umanizzazione dell’ambiente postmediale in cui viviamo:

“Il dialogo è ciò che fa, ciò che deve fare di una necessaria informazione l’elemento di una formazione. Lo scambio tra chi educa e chi viene educato tende a essere il crogiolo dove si operano lentamente il mutamento della cultura e l’evoluzione del linguaggio: è lì, in modo privilegiato, che devono mescolarsi due correnti, quella di una tradizione e quella di una rivoluzione; è lì che si costituisce un ‘umanesimo in sviluppo’, e che si forma l’uomo moderno, che insegna a che impara, chiamato a imparare per tutta la vita” (M. De Certeau, Lo straniero o l’unione nella differenza, Milano, Vita e Pensiero 2010, p. 53)

Libertà è poter dire “no”

ottobre 7th, 2010 by eratestimone

Scrivo dopo un lungo silenzio, legato a un periodo difficile prima dell’estate e a una vacanza “disconnessa” e tardiva. Ma scrivo soprattutto, cogliendo l’occasione di un fatto di cronaca che non può lasciare indifferenti, per condividere una riflessione a margine dell’ennesimo caso di “morte in diretta”: quella di una ragazza di 15 anna, Sara, della cui morte violenta la madre ha avuto notizia nel corso di una trasmissione televisiva. Da mamma, posso immaginare quale violenza annichilente un fatto come questo può aggiungere allo strazio della perdita di un figlio. Da studiosa del mondo sociale e dei media mi vengono due tipi di considerazione.

La prima è una magra consolazione: non tutti i pericoli vengono da Facebook. Se in un primo momento si era pensato alle insidie della rete, e a possibili contatti pericolosi innescati da foto che mettevano in scena un personaggio apparentemente più grande e malizioso della sua età, il precipitare dei fatti ha svelato una ben più tremenda realtà, peraltro tristemente confermata dalle statistiche: la violenza più brutale, in particolare sui minori e sulle donne, si consuma proprio all’interno della famiglia, ristretta o allargata, che dovrebbe essere il luogo della sicurezza e della protezione, oltre che dell’amore e del rispetto reciproco. Questo dato allarmante parla di un degrado sociale diffuso, ma anche di un’istituzione in grave difficoltà, abbandonata dal punto di vista economico a tutti i venti della crisi e delle insicurezze, ma soprattutto disorientata culturalmente per la caduta dei riferimenti condivisi, l’individualismo esasperato, l’enfasi grottesca ma non meno efficace sul “diritto al godimento”, l’unico ormai ritenuto inalienabile (almeno stando alle battaglie e alle campagne di cui ci riferiscono i media…). Se il pericolo maggiore non viene dagli sconosciuti che bazzicano la rete con cattive intenzioni, nè dagli extracomunitari violenti, ma dai propri familiari, forse una riflessione sulla famiglia è necessaria, e così misure di accompagnamento adeguate per le situazioni fragili. Ma, più in generale, forse bisogna cominciare a dubitare della buona fede di tanta parte della cultura contemporanea che giustifica la violenza dell’eccesso, in tutte le sue forme, in nome della libertà.

Una seconda considerazione riguarda i media. Se è vero che viviamo in una condizione post-mediale e che i media sono ormai un ambiente dal quale non ci si può disconnettere, è anche vero che questo non può significare la “dittatura del dato di fatto”. Se vogliamo restare nella metafora ambientale, gli ambienti inquinati si possono non frequentare, oppure, se se ne ha la forza (certo la buona volontà individuale non è sufficiente) si possono cercare di bonificare, di risanare, di rendere abitabili: la Sardegna, che  è stata una terra paludosa e malarica, è ora un paradiso naturale. La televisione generalista è oggi un ambiente certamente malsano, e il fatto che sia ambiente non la rende meno malsana, anzi. Ma questo non può produrre, anche a fronte di vicende come quella di ieri, una rassegnazione al “così è” (che è molto ideologico, a mio parere).

La libertà non è, come ci raccontano, poter fare quello che ci pare: anche perchè, guardiamoci intorno, chi dice che fa quello che gli pare fa impressionantemente quello che tutti fanno, e allora forse qualche domanda dovrebbe porsela.

La libertà è poter dire “no” al dato di fatto, poter disattivare la pressione dell’inerzia ambientale trovando delle risposte non scontate e non preconfezionate all’interpellazione che la realtà ci rivolge. Solo così, lentamente (ma niente che ha valore accade in un secondo per magia, e magari solo altri potranno beneficiare dei nostri sforzi di oggi, ma ne vale comunque la pena) si può pensare di rendere abitabile l’ambiente in cui, volenti o nolenti, ci troviamo a vivere.

L’amicizia è un medium (per il messaggio della pubblicità…)

giugno 6th, 2010 by eratestimone

Nell’ultimo numero di Internazionale (http://www.internazionale.it/sommario/) si può leggere un lungo articolo, veramente interessante, dal titolo “Il mio amico Facebook”. Oltre a fornire una serie di dati che è sempre bene avere presente (in soli sei anni di esistenza FB sta per raggiungere i 500 milioni di iscritti, quindi se fosse uno stato sarebbe il terzo più popoloso del mondo; dal 2006 si possono iscrivere anche i ragazzi che hanno compiuto 13 anni, ma è noto che gli 11enni si iscrivono barando sull’età; nei primi tre mesi del 2010 FB ha mostrato ai suoi utenti 176 miliardi di annunci pubblicitari), l’articolo, che è tratto dal Time, è sconcertante per le dichiarazioni di Mark Zuckerberg, e di alcuni suoi collaboratori, che vengono riportate. Mi colpisce sempre l’ipersemplificazione del modo americano di ragionare, e la totale assenza di problematizzazione rispetto a una serie di questioni di fondamentale rilevanza antropologica e sociale. In questo articolo si trovano almeno due affermazioni, disarmanti nel loro candore, ma anche indicative del vuoto culturale del mondo occidentale contemporaneo. La prima è “stiamo costruendo una rete in cui il default è sociale”. Se uno dei guru della rete si pronuncia in questo modo, identificando in maniera aproblematica connessione e relazione, accesso ai profili e socialità e anzi, ancora più gravemente, definendo la socialità come un “effetto” automatico della connessione, credo ci siano gravi motivi di preoccupazione.

La seconda affermazione è di un manager del gruppo Facebook, ed è relativa alla possibilità di sfruttamento commerciale delle reti di contatti, viste come contesti da sfruttare per inserzioni pubblicitarie mirate. Cito: “Se tre dei nostri amici cliccano ‘mi piace’ sul sito di una certa marca di pizza, presto potremmo trovarci un annuncio con i loro nomi che ci consigliano di provarla. E’ un tipo di pubblicità basato sull’influenza del gruppo. Sandberg e gli altri manager di Facebook sanno bene quanto conta il contesto per vendere un prodotto, e pochi contesti funzionano come quello dell’amiciza” (Internazionale 849, 4 giugno 2010, p. 39).

Non è un problema, quindi, che l’amicizia diventi un medium su cui far passare il messaggio pubblicitario, nell’ottica della strumentalizzazione, a fini economici, di ogni dimensione dell’umano:  è la specialità del nostro tempo.

E’ giusto che i genitori si preoccupino degli eventuali contatti con sconosciuti pericolosi attraverso i social network, specie quando i figli sono minori; ma è estremanente pericolosa e distruttiva anche la pedagogia implicita che, con grande leggerezza e una punta di soddisfazione, passa attraverso la gestione della rete come ambiente di relazioni (strumentalizzabili): è il “nichilismo sorridente” che distrugge, sotto i nostri occhi miopi e con il nostro superficiale consenso, le condizioni di una vita umana.

I media al servizio della Parola

maggio 16th, 2010 by eratestimone

In occasione della quarantaquattresima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, vorrei offrire qualche piccolo spunto di riflessione, in relazione al messaggio del S. Padre. Innanzitutto mi colpisce la consapevolezza profonda che la Chiesa ha sviluppato sulla non neutralità e soprattutto sulla irrinunciabilità dei media. Si è preso atto ormai pienamente che i media sono l’ambiente in cui ci muoviamo, che non sono più semoplici canali di trasmissione di messaggi. Come scriveva McLuhan, i media prima di tutto estendono la nostra sensibilità (televisione vuol dire “vedere lontano”), riducono le distanze, traducono la nostra esperienza in forme nuove.

Mi pare che sulla riflessione dell’impatto sociale di nuovi ambienti comunicativi la Chiesa si addirittura più “avanti” di molti scienziati sociali, tutti preoccupati a difendere o attaccare la tecnologia e polarizzati tra tecno entusiasti o tecno apocalittici. Avendo la Chiesa l’essere umano come sua preoccupazione principale, non può che dare un contributo fondamentale alla riflessione ma anche all’orientamento delle scelte e delle pratiche relazionali nell’ambiente digitale, intensificando le occasioni di presenza a tutti i livelli, valorizzando la reticolarità  della ricchezza territoriale delle esperienze ecclesiali e incentivando la possibilità di condividere e scambiare esperienze, grazie alle possibilità offerte dalla rete.

Mi pare bello che il Pontefice sottolinei come dentro questo ambiente, plasmato dalla tecnica, è il sacerdote che deve essere “medium”: “compito del sacerdote è annunciare Cristo , la Parola di Dio fatta carne, e comunicare la multiforme grazia divina apportatrice di salvezza mediante i sacramenti”. Posto che il mediatore perfetto, nel quale verità e vita, medium e messaggio coincidono in modo perfetto, è Cristo, al sacerdote, nell’era digitale, spetta un compito delicato e fondamentale: ridurre la distanza tra la Chiesa  e le persone, anche quelle che si sentono lontane da Dio; “tradurre” la buona notizia in un linguaggio che la renda vicina a tutti, in una modalità comunicativa che sappia interpellare, coinvolgere e “toccare”, e non solo rivolgersi alla ragione; animare un ambiente che fa della “orizzontalità” decentrata la propria bandiera (con i rischi di dispersione e superficialità che ben si conoscono), aprendolo alla dimensione della verticalità, senza la quale anche la rete rischia di diventare autoreferenziale e vuota di senso. Se poi  la parola di Dio deve giungere “fino agli estremi confini della terra”, i territori smaterializzati ma così intensamente frequentati della rete non possono restare fuori da questo annuncio. Da qui il richiamo alla responsabilità dell’annuncio, e le indicazioni, preziosissime, su ciò che deve qualificarlo: fedeltà al messaggio evangelico, qualità del contato umano e attenzione alle persone e ai loro veri bisogni, testimonianza appassionata, irrinunciabilità della dimensione dell’incontro e della concretezza, anche attraverso i Sacramenti. Una concretezza di cui l’immensa folla che si è stretta oggi intorno al Papa è un bellissimo esempio e un segno.

Testimonianza, morale e moralismo

maggio 13th, 2010 by eratestimone

C’è un sostantivo che viene costantemente usato per neutralizzare la parola dei credenti nello spazio pubblico: “moralismo”. Per quanto esso sia un rischio, contro il quale restare sempre vigili, quella “credente = moralista” è una delle tante equazioni che la cultura contemporanea propone, per affermare il proprio regime di equivalenze: tutto si può dire, purchè non si sottragga al circolo delle “opinioni opinabili”. La testimonianza è invece agli antipodi del moralismo. Il moralismo è l’applicazione ottusa di una legge, per la quale il soggetto abdica alla propria capacità critica e alla propria libertà. La testimonianza va oltre la legge, la supera nell’amore, perchè “la legge è per l’uomo e non l’uomo per la legge”.

Per contribuire a rompere questo, che è uno dei tanti luoghi comuni che ingombrano e velano la nostra capacità di comprensione, userò le parole, bellissime, di un grande autore gesuita, Francois Varillon (Traversate di un credente, Milano, Jaca Book, 2008), grata all’amico gesuita che me lo ha fatto conoscere:

“Una decisione morale è quella che, provocata dai fatti, si propone di far trionfare i valori (giustizia, onestà, verità). Non si dà decisione morale che non sia un atteggiamento concreto della libertà, che si confronta con il temporale. (…) E’ a questo livello che si oppongono morale e moralismo. Vi è moralismo quando, per decidere, la coscienza si riferisce a una legge, data una volta per tutte, ideale irrigidito, somma di principi. A quel punto, non vi è alcun bisogno di cercare – parola chiave della Scrittura: ‘Cercate e troverete’ (Matteo 7,7) (…). Ci si accontenta di cogliere i punti di applicazione della legge.

All’opposto, in una vita autenticamente morale, la coscienza comprende la legge come una norma creatrice, che suscita decisioni personali sulla base di situazioni analizzate il più correttamente possibile. Sono queste decisioni che costituiscono l’impegno. I valori vengono colti nella decisione stessa, che modifica, in piccole o grandi dimensioni, nella vita privata e in quella pubblica, il corso della storia. In altri termini, moralismo significa sottometersi alla legge perchè ‘è legge’, obbedienza formale – che si deteriora facilmente in rispetto delle convenienze, di ‘ciò che si usa fare’, a scapito del coraggio, della responsabilità, del ‘carattere’. Morale significa fedeltà creativa, grazie alla mediazione della legge, assumendo la legge in decisioni che esprimono l’io profondo. (…) La vita di Gesù è tutto un tessuto di decisioni, provocate dalle circostanze e ispirate dallo Spirito. In lui coincidono obbedienza e libertà. Alla radice vi è l’umiltà. Invano cercheremmo nei suoi gesti la minima retro-intenzione di un ‘per me’. Per questo il suo discernimento è infallibile” (p. 95).

Forse queste parole ci possono aiutare a essere critici (da krìno, che significa distinguere, discernere), prima di tutto a proposito di noi stessi, quando l’invocazione della legge maschera in realtà un “per me”, e quando invece siamo capaci di essere autenticamente morali, creativi nella fedeltà.

Nel nome della madre

maggio 9th, 2010 by eratestimone

Oggi è la festa della mamma, e come regalo a tutte le mamme, anzi a tutte le donne, suggerisco un libro e una canzone. Il libro è In nome della madre di Erri De Luca, la storia dell’annunciazione, della gravidanza di Maria e della nascita di Gesù vista dalla parte di Maria. E’ un testo semplice e poetico, ed è bellissimo che ad averlo scritto sia un uomo, che per di più si definisce non credente. E’ il segno che la disposizione di apertura ci fa accogliere l’alterità e ce la fa comprendere, a dispetto delle differenze e dell’impossibilità di afferrarla e persino di conoscerla fino in fondo.

La canzone è Ave Maria di De Andrè,  altro testo poetico scritto da un uomo, certamente laico ma profondamente attento all’umano. Dalle sue parole viene per me un richiamo a ciò che di più vero c’è nella natura femminile, al di là dell’essere madre in senso biologico: la capacità di accogliere e non solo di attrarre, di sapersi lasciar attraversare dalla vita e non solo di cercare di fermare il tempo, di aprirsi all’ignoto (a partire da quell’essere assolutamente imprevedibile che ci “abita” prima ancora che riusciamo a vederlo, che è il figlio), senza avere l’ansia di prevederlo, organizzarlo, neutralizzarne la capacità di rivoluzionare le nostre vite: “Femmine un giorno, e poi madri per sempre, nella stagione che stagioni non sente”.

(http://www.youtube.com/watch?v=qLMBHuzR5nY)

Rete e comunicazione

maggio 8th, 2010 by eratestimone

La ricerca che  abbiamo presentato al convegno Testimoni Digitali (www.testimonidigitali.it/ricerca) ha fatto emergere una serie di spunti per riflettere su come sta cambiando il nostro modo di metterci in relazione nell’ambiente digitale. Diversamente da quanto i luoghi comuni, ormai consolidati, affermano (la rete è un mondo a parte, un surrogato della realtà, uno spazio di relazioni fittizie e di identità mascherate…) dall’indagine sui 18-24enni di tutta Italia, grandi frequentatori di social network, è emerso come la rete sia soprattutto uno spazio per “essere-con”. La dimensione strettamente comunicativa non è la più importante, e comunque  occorre ripensare il concetto di comunicazione,  abbandonando completamente l’idea di “trasmissione”. Comunicare, lo aveva già detto McLuhan, non è scambiarsi messaggi, ma modificare delle proporzioni (aumentare la sensibilità, avvicinare le persone). Tutto ciò che “avvicina” è un medium, e la rete, prima ancora che consentire di produrre e scambiare messaggi e materiali, serve per ridurre le distanze, per immergersi e lasciarsi coinvolgere da un ambiente di simili. McLuhan sosteneva infatti che è “medium” tutto ciò che produce cambiamento, e che i media modificano i rapporti e le proporzioni dentro il nostro ambiente.

Oggi comunicare è soprattutto avvicinare, ridurre le distanze: la comunicazione è sempre prima fàtica che referenziale, ovvero mira soprattutto ad alimentare il senso di contatto, a mantenere vivo l’”essere-con”, più che il “parlare di”. La comunicazione in rete ha quindi a che fare  soprattutto con il desiderio di avvicinare le persone, di avvicinarci agli altri. Un “essere-con” che non solo non si contrappone, sostituendolo, al rapporto interpersonale nelle situazioni concrete, ma si pone in un certo senso al suo servizio, riconoscendone il primato.

Anche la rete, dunque, risente della svolta “tattile” della comunicazione, del tentativo di ridurre le distanze (il tatto è il senso dell’annullamento della distanza), di “immergersi” in un ambiente relazionale, lasciandosene coinvolgere. Ridurre la distanza non è ancora, però, realizzare una prossimità: ma esprime un bisogno, e può trasformarsi in un’opportunità.