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	<title>L&#039;era dei Testimoni &#187; abitare</title>
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	<description>Abitare il continente digitale - Chiara Giaccardi</description>
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		<title>Abitare il web</title>
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		<pubDate>Sat, 21 May 2011 20:08:53 +0000</pubDate>
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Oggi si è concluso il convegno &#8220;Abitanti Digitali&#8221;, che in realtà è stato molto più che un convegno: in una cornice di grande bellezza e in un clima di calda ospitalità, in una di quelle cittadine che sono il fiore all&#8217;occhiello dell&#8217;Italia per la loro configurazione &#8220;a misura d&#8217;uomo&#8221;, ci si è reincontrati a distanza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><a href="http://eradeltestimone.blog.testimonidigitali.it/wordpress-mu/files/2011/05/images-32.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-749" title="images-32" src="http://eradeltestimone.blog.testimonidigitali.it/wordpress-mu/files/2011/05/images-32.jpg" alt="" width="160" height="113" /></a></div>
<div>Oggi si è concluso il convegno &#8220;Abitanti Digitali&#8221;, che in realtà è stato molto più che un convegno: in una cornice di grande bellezza e in un clima di calda ospitalità, in una di quelle cittadine che sono il fiore all&#8217;occhiello dell&#8217;Italia per la loro configurazione &#8220;a misura d&#8217;uomo&#8221;, ci si è reincontrati a distanza di un anno da Testimoni Digitali per fare il punto della &#8220;situazione digitale&#8221;. Tante riflessioni sono emerse, ma soprattutto dei passi in avati nella comprensione del &#8220;nuovo contesto esistenziale&#8221;. Intanto i media sono ambienti perchè creano un luogo: dai media più antichi a quelli più recenti, abbiamo attraversato diversi &#8220;paesaggi mediali&#8221;, segnati da specifiche forme di abitare, per arrivare al paesaggio del web: che non è più, come i luoghi più tradizionali, segnato da un principio di intelligibilità, da un centro simbolicamente denso a cui tutte le strade conducono, ma da un&#8217;orizzontalità non gerarchizzata, dove l&#8217;unico principio di senso pare la navigazione individuale o, oggi in particolare, quella forma di &#8220;architettura dell&#8217;intimità&#8221; che sono i social network.</div>
<div>Per abitare questi spazi, cioè renderli umani, bisogna partire da questa orizzontalità e reciprocità, ma non fermarsi alle forme immediatamente disponibili. Come afferma Sherry Turkle, &#8220;meritiamo di più&#8221;. Il rapporto personale, la relazione, non è allora il &#8220;fine&#8221;, ma il &#8220;luogo&#8221; dove può accadere un incontro diverso, un incontro con una verticalità che buca la piattezza equivalente del web, e che fa risuonare una voce altra. La voce del testimone, in un rapporto che non può che essere personale, diventa l&#8217;invito a guardare oltre la relazione stessa, verso la verità che la fonda.</div>
<div>La tecnica, meraviglioso prodotto dell&#8217;ingegno umano che però, se assolutizzata, diventa un &#8220;dispositivo&#8221; che dispone di noi, può invece essere simbolo, eco di quella voce che continuamente ci parla della verità che ci costituisce. La tecnica può essere poesia.</div>
<div><em>Pieno di merito, ma poeticamente abita l&#8217;uomo</em>, scriveva Holderlin.</div>
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		<title>Solitudine di gruppo?</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Apr 2011 08:21:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eratestimone</dc:creator>
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Sherry Turkle, l&#8217;autrice di importanti studi sul rapporto tra nuove tecnologie e identità, come The Second Self e Life on the Screen, ha appena pubblicato un nuovo saggio dal titolo emblematico: Alone Together, &#8220;Soli insieme&#8221; (New York, Basic Books 2011).
La Turkle, che è di formazione una psicologa clinica, enfatizza un aspetto da non sottovalutare rispetto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://eradeltestimone.blog.testimonidigitali.it/wordpress-mu/files/2011/04/images-27.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-655" title="images-27" src="http://eradeltestimone.blog.testimonidigitali.it/wordpress-mu/files/2011/04/images-27.jpg" alt="" width="217" height="232" /></a></p>
<p>Sherry Turkle, l&#8217;autrice di importanti studi sul rapporto tra nuove tecnologie e identità, come <em>The Second Self </em>e <em>Life on the Screen, </em>ha appena pubblicato un nuovo saggio dal titolo emblematico: <em>Alone Together</em>, &#8220;Soli insieme&#8221; (New York, Basic Books 2011).</p>
<p>La Turkle, che è di formazione una psicologa clinica, enfatizza un aspetto da non sottovalutare rispetto ai sempre più diffusi <em>social media: </em>la loro capacità di diventare &#8220;architetti della nostra intimità&#8221;: la tecnologia ridisegna i confini tra intimità e solitudine (p. 11) e ci seduce quando le sue offerte incontrano le nostre vulnerabilità (p. 1).</p>
<p>Un rischio analogo lo corriamo con le nostre abitazioni e le nostre città: noi le plasmiamo, ed esse a loro volta ci plasmano.</p>
<p>Preoccupazioni simili sono espresse da Bauman nella sua relazione al festival filosofico e musicale HowTheLightGetsIn (Hay-onWye, 4 giugno 20101), intitolata &#8220;On Facebook, intimacy and extimacy&#8221;. Extimacy è un ossimoro, dato che &#8220;intimo&#8221; viene da in (dentro) e -<em>tumu</em>s (che significa anch&#8217;esso &#8216;dentro&#8217;), e quindi indica un accesso all&#8217;interiorità. Ex-timacy esprime una &#8220;esteriorizzazione dell&#8217;interiorità&#8221; che è però &#8220;risk free&#8221;, priva di rischi (e su questo Turkle e Bauman sono d&#8217;accordo) e quindi incapace di costruire relazione autentica e in grado, invece, di &#8220;drenare&#8221; tempo ed energie da forme più impegnative di coinvolgimento reciproco.</p>
<p>La rete diventerebbe così l&#8217;ennesimo non-luogo (come i centri commerciali, gli stadi, le discoteche&#8230;) dove la situazione &#8220;orchestra&#8221; un&#8217;apparenza di socialità, che però non sarebbe che la somma di tante solitudini, che alla fine restano tali.</p>
<p>Non si tratta, a mio avviso, di dover scegliere tra queste ipotesi &#8220;apocalittiche&#8221; e altre più ottimistiche, ma di riconoscere questi come rischi reali rispetto ai quali vigilare, nella consapevolezza che non è l&#8217;accesso all&#8217;ambiente &#8220;per se&#8221; che produce socialità: in questo i critici hanno ragione.</p>
<p>Dalla connessione si passa alla relazione solo se non ci si limita a interfacciarsi col &#8220;dispositivo&#8221;, ma si colgono le nuove opportunità come occasioni di esercizio della libertà, dell&#8217;intenzionalità, della responsabilità.</p>
<p>Per abitare non basta il progetto dell&#8217;architetto, nè il lavoro del muratore, ma occorre sapere quali significati, e che tipo di relazioni, si vogliono iscrivere nell&#8217;ambiente.</p>
<p>E questo non può che essere il frutto della libertà e della responsabilità di ciascuno.</p>
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		<title>Ancora sull&#8217;abitare</title>
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		<pubDate>Tue, 04 May 2010 19:31:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eratestimone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo qualche giorno di (molto relativa) vacanza, rieccoci qui a condividere le nostre riflessioni da cittadini del pianeta digitale. Nei prossimi giorni intendo tornare sui risultati della ricerca che abbiamo presentato al convegno (e che trovate all&#8217;indirizzo www.testimonidigitali.it/ricerca), ma oggi voglio prendere in prestito le parole, molto belle secondo me, di padre Antonio Spadaro, uno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo qualche giorno di (molto relativa) vacanza, rieccoci qui a condividere le nostre riflessioni da cittadini del pianeta digitale. Nei prossimi giorni intendo tornare sui risultati della ricerca che abbiamo presentato al convegno (e che trovate all&#8217;indirizzo <a href="http://www.testimonidigitali.it/ricerca">www.testimonidigitali.it/ricerca</a>), ma oggi voglio prendere in prestito le parole, molto belle secondo me, di padre Antonio Spadaro, uno dei relatori al convegno Testimoni Digitali. E&#8217; appena uscito un suo libro che vi raccomando, <em>Svolta di respiro. Spiritualità della vita contemporanea</em> (Milano, Vita e Pensiero 2010) da cui traggo questi pensieri sull&#8217;abitare.</p>
<p>&#8220;Un luogo diventa propriamente <em>ambiente</em> se è considerato nel suo <em>essere per</em>, in relazione a qualcuno o qualcosa. Altrimenti quel luogo resta anonimo, non significativo, irrelato, chiuso nel suo anonimato&#8230; Parlare di ambiente allora significa parlare di scambi, di relazioni, di significati tra noi, gli altri, le cose&#8230;. Per l&#8217;uomo l&#8217;ambiente può essere: casa, prigione, luogo  a cui adeguarsi, luogo da plasmare oppure addirittura da conquistare. La nostra relazione con l&#8217;ambiente è espressione del nostro modo di essere nel mondo&#8230; L&#8217;ambiente abitato diventa  <em>habitus</em>, abito, termine ricco delle connotazioni di &#8216;abito&#8217; e &#8216;abitudine&#8217;. Che cosa accomuna il vestito e l&#8217;abitudine? Innanzi tutto il fatto di starci addosso, di essere adeguato a noi e modellato su di noi. E il primo abito/abitudine è quello radicale di essere&#8230; Qui il termine non significa meccanica e noiosa abitudine di essere a questo mondo, ma qualità essenziale, disposizione interiore a essere, a vivere. Questo è il vero e fondamentale sentirsi a casa. Allora la stessa esistenza diventa un ambiente di vita.</p>
<p>Riflettere sugli ambienti significa meditare su ciò che ci sta addosso, che ci modella, e che noi contribuiamo a modellare. Innanzitutto il fatto stesso di essere&#8221; (pagg. 207-208).</p>
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		<title>Il testimone abita&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Apr 2010 16:26:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eratestimone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Credo che per tutte le persone che hanno partecipato, e spero che un po&#8217; di sapore sia arrivato anche a chi si è collegato via web, &#8220;Testimoni digitali&#8221; sia stata una bellissima occasione per condividere saperi ed esperienze, per scambiarsi impegni di incontro e collaborazione, ma soprattutto per stare insieme, con gioia, nella fede che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Credo che per tutte le persone che hanno partecipato, e spero che un po&#8217; di sapore sia arrivato anche a chi si è collegato via web, &#8220;Testimoni digitali&#8221; sia stata una bellissima occasione per condividere saperi ed esperienze, per scambiarsi impegni di incontro e collaborazione, ma soprattutto per stare insieme, con gioia, nella fede che accomuna e rende ricchezza le nostre diversità.</p>
<p>Spero che voi, come è successo a me, abbiate ricevuto qualche spunto in più per progettare il vostro &#8220;abitare&#8221; il continente digitale. Vorrei richiamare la domanda molto semplice, ma fondamentale, che si è posto (con l&#8217;umiltà che è tipica del testimone) e ci ha indirettamente posto ieri Marco Tarquinio, il direttore di Avvenire, prima dell&#8217;udienza con Benedetto XVI: &#8220;Ma io che cosa ci faccio qui?&#8221;. E&#8217; la domanda della responsabilità e della consapevolezza che nulla può essere dato per scontato, che non sono i nostri &#8220;ruoli&#8221; che ci consentono di abitare lo spazio e il tempo, ma il <em>senso</em> (come significato e come direzione) che sappiamo dare al nostro esserci. Un senso che va sempre ritrovato, rinnovato, rigenerato, anche e soprattutto con l&#8217;aiuto degli altri.</p>
<p>Per questo, momenti come quello del convegno che ieri si è concluso non sono solo riti (senza nulla togliere alla grandissima importanza del rito), ma occasioni di reciproco e fraterno richiamo alla responsabilità e alla testimonianza. Solo chiedendoci &#8220;che ci faccio qui?&#8221; possiamo poi passare alla domanda &#8220;operativa&#8221;: &#8220;che posso fare?&#8221;.</p>
<p>&#8220;Abitare&#8221; è molto più che &#8220;stare&#8221;, e molto diverso da &#8220;usare&#8221;. Abitare ha a che fare con &#8220;chi sono&#8221;, e &#8220;cosa posso fare&#8221; per dare senso, forma, bellezza e calore al luogo dove abito, dove sono le mie relazioni, dove si ancorano i miei ricordi e i miei vissuti. Come scriveva Illich: &#8220;In numerose lingue, &#8216;vivere&#8217; è sinonimo di &#8216;abitare&#8217;. Chiedere &#8216;dove vivi?&#8217; significa chiedere <em>qual è il luogo dove la tua esistenza quotidiana forma il mondo.</em> Dimmi come abiti e ti dirò chi sei&#8221;, e ancora &#8220;abitare significa essere presenti nelle proprie tracce, lasciare che la vita quotidiana iscriva la trama delle proprie biografie nel paesaggio&#8221;.</p>
<p>Il filosofo Heidegger citava poi spesso una frase di una poesia di Holderlin: &#8220;Poeticamente abita l&#8217;uomo&#8221;. Poesia è <em>poiesis</em>, fare. Ma un fare poetico, simbolico, creativo. E&#8217; iscrivere i significati nel paesaggio, è allestire uno spazio propizio all&#8217;incontro, favorevole alla prossimità. Usando la leggerezza e la fantasia, l&#8217;originalità e la passione che abbiamo sperimentato in questi giorni, e che Mons. Domenico Pompili ci ha indicato come stile per umanizzare il continente digitale.</p>
<p>In questo spirito, un abbraccio grande a tutti, a Lucia, a Ruggiero, a mr. Magister, Francesca, i corsisti Anicec (che mi hanno salutato con l&#8217;annata, come il vino&#8230;), i nostri cari vescovi e tutte le persone che hanno partecipato, in tanti modi&#8230;</p>
<p>Buon abitare!</p>
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		<title>Abitare</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 19:05:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Abitare è un modo di occupare uno spazio che ne assume i vincoli ma non ne resta ingabbiato; è un modo di collocarsi in un ambiente predeterminato, ma essere capaci di personalizzarlo, arricchirlo,  trasformarlo. Soprattutto, abitare è relazionale. E’ condividere uno spazio per poter svolgere delle funzioni, ma anche per il piacere di essere insieme, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Abitare è un modo di occupare uno spazio che ne assume i vincoli ma non ne resta ingabbiato; è un modo di collocarsi in un ambiente predeterminato, ma essere capaci di personalizzarlo, arricchirlo,  trasformarlo. Soprattutto, abitare è relazionale. E’ condividere uno spazio per poter svolgere delle funzioni, ma anche per il piacere di essere insieme, di gioire della varietà dell’umano, di celebrare, attraverso la convivialità, quella che De Certeau chiama “la festa dell’incontro con l’altro”.<br />
Abitare vuol dire prendersi cura dello spazio, perché se ci si limita a sfruttarlo, ben presto non avrà più niente da regalarci. Vuol dire sviluppare una consapevolezza ecologica, di insieme, attenta agli equilibri e alle interdipendenze, alle conseguenze, nel tempo, delle diverse scelte; e poi prospettica, non limitata al qui e all’ora del mio esserci. Vuol dire lasciare a chi verrà dopo di noi un luogo migliore di come lo abbiamo trovato.<br />
Pensare al futuro, ma anche ricordare: le nostre memorie sono sempre ancorate a uno spazio, e i luoghi sono teatri di ricordi multisensoriali (i suoni, le voci, gli odori, la luce…). Gaston Bachelard ha catturato in modo suggestivo la poetica dello spazio, sia di quello sconfinato dei grandi orizzonti, sia di quella “immensità intima” che è delimitata dalla casa (G. Bachelard, <em>La poetica dello spazio</em>, Bari, Dedalo, 1999).<br />
Abitare vuole dire anche rendere abitabile ciò che apparentemente non lo è: lo spazio freddo della tecnica, la distanza dall’altro che pare insuperabile. Abitare è allestire uno spazio che può diventare comune, investendolo di significato e di attesa.<br />
Possiamo abitare la rete?</p>
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