Questa mattina a Milano si è svolto un incontro di preparazione al convegno di aprile a Roma, che ormai si avvicina. E’ stato un momento molto denso di contributi, e fortemente partecipato: introdotto da una riflessione dell’arcivescovo di Milano, è proseguito con i contributi di Ruggero Eugeni, di Mons. Diego Coletti (vescovo di Como), della sottoscritta e di don Ivan Maffeis, il tutto coordinato da don Davide Milani. Abbiamo anche assistito a una videointervista realizzata da Gianni Riotta al Card. Martini sul tema del continente digitale. Una sintesi degli interventi, la relazione dell’arcivecovo di Milano e la videointervista si possono trovare sul sito della diocesi di Milano (http://www.chiesadimilano.it/), mentre qui vorrei riassumere alcuni spunti della relazione di Ruggero Eugeni (docente di semiotica dei media alla Cattolica di Milano, che sarà al convegno Testimoni Digitali) e del vescovo Coletti.
Eugeni ha sottolineato come il continente digitale sfugga alle mappe e alle cartografie sulle quali molto dello sviluppo occidentale (comprese le esplorazioni e le conquiste) si era basato: le nuove categorie di “rete” e di “globo” mettono in crisi i caposaldi della “cultura dela mappa” (il territorio della rete, per esempio, non è misurabile, ma è sempre mutevole e dinamico). Tre aspetti paiono particolarmente salienti nel nuovo territorio digitale: l’emergere di pratiche competenti; la priorità delle relazioni sugli spazi (è la relazione che costruisce gli spazi, non gli spazi che ospitano le relazioni), e in particolare l’emergere di forme potenzialmente interessanti di relazione, come l’incontrarsi, il fidarsi, il condividere; e infine, le nuove forme di affettività deterritorializzata (affettività diffusa, ma anche confusa..). Il nuovo territorio senza mappe della rete produce una cittadinanza paradossale, fatta di molteplici appartenenze che non corrispondono necessariamente a un territorio.
Diego Coletti ha invece sottolienato la necessità di “riabilitare” la parola, restituendola alla sua vera “patria” (la relazione tra le persone nella comunicazione) e liberandola dalla “terra straniera” della funzionalità tecnica e dell’informazione, degli slogan e dell’emotività superficiale. La parola che accade tra due individualità in relazione ha la forza generante tipica dell’educazione (che non è mai solo “maieutica”), ed è capace di far nascere nell’uomo ciò che lo rende pienamente umano: la capacità di significare e veicolare la verità dell’amore. Come scriveva Angelo Silesio già nel XVII seolo “Nulla esiste, tranne Io e Tu: e se noi due non fossimo, allora Dio non sarebbe più Dio e il cielo cadrebbe in rovina”. Solo l’educazione, fondata sulla reciprocità delle coscienze, può dare vita alla parola “giusta”. In Dio, parola e amore sono la stessa cosa: una parola amante si rivolge all’uomo facendolo diventre il proprio Tu, ed esige Amore non come comandamento estraneo, ma come invito all’esperienza libera dell’amore. Il fallimento educativo avviene quando questa parola viene ridotta a una “cosa”, quando il linguaggio oggettivante annulla la relazione dialogica. E senza l’incontro con la parola dell’amore, l’uomo non può avere piena coscienza della propria vita in quanto umana.
Quello che penso io della testimonianza ormai lo conoscete, e per oggi mi piace essere la testimone del pensiero di altri, grata di tante sollecitazioni e rinfrancata da tante risonanze.