Non si può non farsi delle domande di fronte all’ultimo caso del gruppo contro i bambini down su Facebook, e alla clamorosa decisione del tribunale di Milano di condannare tre dirigenti di Google per la pubblicazione su Youtube, nel 2006, del video, girato col telefonino, di un ragazzino disabile picchiato e sbeffeggiato dai compagni di scuola.
Al di là della reazione immediata, che può essere di indignazione, di amarezza, di rabbia o altro, e prima di pensare a quale “punizione esemplare” infliggere ai responsabili, forse bisogna domandarsi su quale terreno culturale germogliano questi frutti disumani. E’ inutile scandalizzarsi, infatti, quando il clima che si respira è quello dell’ossessione identitaria e del rifiuto dell’alterità, vista come minaccia, disturbo, o al massimo utile capro espiatorio per ricompattare un “noi” che non esiste.
Su questo sfondo culturale si innesta poi una questione generazionale. Nella società liquida, mobile, del rischio, dove i riferimenti sono stati decostruiti e tutti possono andare dove vogliono – peccato che non sanno cosa volere – l’ansia del fallimento, e soprattutto l’angoscia dell’irrilevanza, dell’invisibilità, del non essere sociale è fortissima. Il gesto delirante diventa allora un modo per dimostrare a se stessi e agli altri che si esiste, per far parlare di sé, per rendersi visibili anche a chi non vuole guardare. E la rete, oggi, rappresenta un palcoscenico ideale per attirare l’attenzione, anche nel dissenso: pare che la maggior parte degli iscritti al gruppo contro i bambini down fosse lì per protestare, ma questo non ha fatto che aumentare la visibilità, assecondando lo scopo…
La cosa che personalmente più mi rattrista non è tanto l’uscita delirante, quanto il vuoto di una generazione cresciuta a videogame e incapace di distinguere tra la realtà e la finzione, tra l’eccitazione del gesto estremo e le sue conseguenze. E’ triste quello che si intuisce: il vuoto di relazioni, il senso di irrilevanza esorcizzato dall’atto di violenza verbale, o di bullismo, la mancanza di empatia e, probabilmente di una “memoria corporea” di contatti rassicuranti, di un calore relazionale che non si può restituire se non lo si è sperimentato.
Forse l’antidoto all’esibizione delirante di sé attraverso la violenza della parola e del gesto non è la punizione, ma l’educazione: ex-ducere, condurre fuori dalle proprie angosce che si tramutano in violenza distruttiva o autodistruttiva. Portare fuori dall’illusione di poter vincere la paura attraverso deliri su palcoscenici mediatici, e “dentro” la realtà calda, anche se spesso faticosa, delle relazioni con chi è diverso da noi. Prossimità e realtà, nelle sue facce molteplici che non finiscono mai di stupirci e di farci trovare tesori là dove non ce li aspettiamo, sono, forse, la via da tentare.
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La violenza sulla rete
sabato, febbraio 27th, 2010Identità e fraternità nel mondo digitale
martedì, febbraio 23rd, 2010La cultura contemporanea è ossessionata dall’identità, e ogni ossessione rivela, in realtà, un’insicurezza. Delle due dimensioni dell’identità (l’individuazione: sentirsi unici, e l’integrazione: sentirsi parte) la nostra cultura privilegia la prima, mentre i vari fondamentalismi (quelli religiosi, ma anche quelli laici) la seconda. In entrambi i casi sono evidenti le derive: scindere queste due dimensioni anziché integrarle, e sacrificare una delle due a beneficio esclusivo dell’altra; fondarle su un piano esclusivamente immanente (la terra, il sangue, il colore della pelle, dei valori spesso intesi come muri divisori e feticci di cui non si sa poi nemmeno rendere ragione) oppure su una trascendenza radicale e strumentalizzata a fini politici.
La questione dell’identità, per non produrre derive patologiche, va coniugata imprescindibilmente con quella dell’alterità, sia orizzontale (gli altri che mi costituiscono, che mi hanno lasciato delle tracce, che hanno fatto sì che io sia quello che sono) sia verticale (l’Altro che mi ama, il Dio Padre nel cui amore siamo fratelli).
Come cristiani nel continente digitale, dobbiamo ridefinire la questione dell’identità non come contrapposta, e quindi monolitica, piena, ottusa e difensiva, ma come intrinsecamente costituita dall’alterità e quindi aperta, accogliente, relazionale e dialogica. Il modello dell’identità ci è offerto dalla Trinità, che costituisce il nostro paradigma relazionale: unità nella diversità, unità dinamica in relazione e comunicazione.
La coscienza che l’alterità è costitutiva dell’identità è il contributo preziosissimo che i cristiani possono portare in un mondo segnato da sterili e ideologiche contrapposizioni, scontri di civiltà che sono in realtà scontri di inciviltà, fondamentalismi (religiosi e laici) disumanizzanti. Un contributo ad alimentare quella fraternità senza la quale la libertà diventa violenza e l’uguaglianza totalitarismo.
L’apertura all’alterità è sia orizzontale, e fonda la fraternità, che verticale, e fonda la fede in Dio Padre. Come scrive De Certeau: “Mai senza l’altro” (www.anobii.com/testimonidigit/books).
E non è un caso che in un mondo segnato dall’ossessione dell’identità e dal rifiuto dell’alterità anche Dio sia visto come una minaccia per la libertà dell’essere umano.
Come promuovere una costruzione relazionale dell’identità, che sia insieme consapevolezza di sé, fedeltà alla propria storia e apertura all’altro (con la “a” minuscola, e anche con quella maiuscola) è una delle sfide che il testimone, oggi, non può non raccogliere.