Purtroppo il linguaggio è insidioso, soprattutto nel suo uso pubblico, e le parole rischiano continuamente di trasformarsi, da “finestre” che aprono sulla realtà illuminandone la comprensione, in “trappole” che imprigionano il pensiero trasformandosi in slogan.
Anche la parola “testimone” non è immune da questo rischio: per quanto ci apra una serie di prospettive, che non dobbiamo stancarci di esplorare, su come vivere e comunicare in modo sensato in questo mondo oggi, tuttavia rischia di trasformarsi in una parola-bandiera, in un velo che appanna la comprensione anzichè in un’occasione di disvelamento e comprensione. Per scongiurare questo rischio, accogliendo l’invito di Francois Varillon a “spezzare” e rigenerare continuamente le parole con cui ci esprimiamo, un aiuto fondamentale viene da Michel De Certeau, che in un brano raccolto in un volume di recente pubblicazione (Sulla mistica, Morcelliana 2010) richiama in modo tanto chiaro quanto opportuno il “dramma” del testimone e l’umiltà che non può non conseguirne. E lo dico prima di tutto a me stessa, interpellata dalle parole con cui inizia la citazione:
Non è possibile parlare da professore, quando si tratta di esperienza. Non oserei nemmeno parlare da testimone. Che cosa è infatti il testimone? Colui che altri designano in questo modo. Quando si tratta di Dio, il testimone, pur designato da chi lo invia, rimane sempre mentitore; sa bene che, senza poter parlare diversamente da come fa, nondimeno tradisce colui di cui parla. E’ continuamente superato e condannato da quanto attesta e non potrebbe negare. Mancherebbe dunque alla verità se si presentasse immediatamente come testimone.
Non si può non parlare, ma mentre si parla si è consapevoli dell’inadeguatezza e quindi del tradimento. Questo paradosso ci consegna alla parola di cui ci facciamo indegni portavoce, e ci consente di esserne il sito e non l’emittente, e ci consegna agli altri, i soli che sapranno attestare, al di là delle nostre dichiarazioni e della nostra volontà, la nostra capacità di testimoniare. Solo la relazione (con la Parola, con gli altri e con l’Altro) e dunque l’umiltà giustificano il testimone.