Per McLuhan l’ “idiota tecnologico” (dal greco idiotes, chi sta fuori dalla cosa pubblica ed è ripegato sul privato) rappresenta un’inversione paradossale della figura del greco sprovveduto, segnato però dalla stessa incapacità di vedere: se nell’antica grecia era incapace di vedere chi stava troppo “fuori” dalla polis, oggi è incapace di vedere chi sta troppo “dentro” l’ambiente ipermediale, e non si rende nemmeno conto di quali sono le opportunità e i rischi che, come ogni situazione, anche quella in cui è immerso gli presenta.
Mi piace citare a riguardo la storiella dei pesci:
“Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: – Salve ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: – Che cavolo è l’acqua?” (David Foster Wallace, Questa è l’acqua, Einaudi 2009).
Si rischia (soprattutto i “nativi digitali”) di sapersi muovere velocissimamente nelle acque digitali, senza rendersi però conto che di acque appunto si tratta, e che forse è meglio nuotare dove l’acqua è più pulita, o darsi da fare per migliorarne la qualità laddove non lo è….
Oppure si rischia, da pesci anziani (o “immigrati digitali”) di muoversi goffamente, sforzandosi – faticosamente quanto invano - di nuotare controcorrente.
Quanto al rischio dell’”idiozia” (nel senso mcluhaniano, naturalmente) ce n’è per tutti.
Che cosa mi insegna questa storiella, che come tutte le metafore è generativa? Personalmente, l’assurdità dell’idea dell’autosufficienza. Mai come oggi abbiamo bisogno gli uni degli altri, mai come oggi è evidente che solo l’altro ci libera dalla nostra “idiozia”. E se l’essere umano, come scrive Rahner in una bellissima espressione, è antropologicamente “l’essere dell’intercomunicazione”, mai come oggi – e lo dico consapevolmente, all’inizio del decennio dell’educazione -, solo attraverso il reciproco accogliersi ed educarsi può avere luogo, oltre che il “miracolo” della comunicazione, anche quello di una umanizzazione dell’ambiente postmediale in cui viviamo:
“Il dialogo è ciò che fa, ciò che deve fare di una necessaria informazione l’elemento di una formazione. Lo scambio tra chi educa e chi viene educato tende a essere il crogiolo dove si operano lentamente il mutamento della cultura e l’evoluzione del linguaggio: è lì, in modo privilegiato, che devono mescolarsi due correnti, quella di una tradizione e quella di una rivoluzione; è lì che si costituisce un ‘umanesimo in sviluppo’, e che si forma l’uomo moderno, che insegna a che impara, chiamato a imparare per tutta la vita” (M. De Certeau, Lo straniero o l’unione nella differenza, Milano, Vita e Pensiero 2010, p. 53)