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Quando, troppo immersi nell’ambiente o in noi stessi, diventiamo “idioti”

venerdì, ottobre 15th, 2010

Per McLuhan l’ “idiota tecnologico” (dal greco idiotes, chi sta fuori dalla cosa pubblica ed è ripegato sul privato) rappresenta un’inversione paradossale della figura del greco sprovveduto, segnato però dalla stessa incapacità di vedere: se nell’antica grecia era incapace di vedere chi stava troppo “fuori” dalla polis, oggi è incapace di vedere chi sta troppo “dentro” l’ambiente ipermediale, e non si rende nemmeno conto di quali sono le opportunità e i rischi che, come ogni situazione, anche quella in cui è immerso gli presenta.

Mi piace citare a riguardo la storiella dei pesci:

“Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice:  – Salve ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa:  – Che cavolo è l’acqua?” (David Foster Wallace, Questa è l’acqua, Einaudi 2009).

Si rischia (soprattutto i “nativi digitali”) di sapersi muovere velocissimamente nelle acque digitali, senza rendersi però conto che di acque appunto si tratta, e che forse è meglio nuotare dove l’acqua è più pulita, o darsi da fare per migliorarne la qualità laddove non lo è….

Oppure si rischia, da pesci anziani (o “immigrati digitali”) di muoversi goffamente, sforzandosi  – faticosamente quanto invano -  di nuotare controcorrente.

Quanto al rischio dell’”idiozia” (nel senso mcluhaniano, naturalmente) ce n’è per tutti.

Che cosa mi insegna questa storiella, che come tutte le metafore è generativa? Personalmente, l’assurdità dell’idea dell’autosufficienza. Mai come oggi abbiamo bisogno gli uni degli altri, mai come oggi è evidente che solo l’altro ci libera dalla nostra “idiozia”. E se l’essere umano, come scrive Rahner in una bellissima espressione, è antropologicamente “l’essere dell’intercomunicazione”, mai come oggi – e lo dico consapevolmente, all’inizio del decennio dell’educazione -, solo attraverso il reciproco accogliersi ed educarsi può avere luogo, oltre che il “miracolo” della comunicazione, anche quello di una umanizzazione dell’ambiente postmediale in cui viviamo:

“Il dialogo è ciò che fa, ciò che deve fare di una necessaria informazione l’elemento di una formazione. Lo scambio tra chi educa e chi viene educato tende a essere il crogiolo dove si operano lentamente il mutamento della cultura e l’evoluzione del linguaggio: è lì, in modo privilegiato, che devono mescolarsi due correnti, quella di una tradizione e quella di una rivoluzione; è lì che si costituisce un ‘umanesimo in sviluppo’, e che si forma l’uomo moderno, che insegna a che impara, chiamato a imparare per tutta la vita” (M. De Certeau, Lo straniero o l’unione nella differenza, Milano, Vita e Pensiero 2010, p. 53)

Ancora sull’abitare

martedì, maggio 4th, 2010

Dopo qualche giorno di (molto relativa) vacanza, rieccoci qui a condividere le nostre riflessioni da cittadini del pianeta digitale. Nei prossimi giorni intendo tornare sui risultati della ricerca che abbiamo presentato al convegno (e che trovate all’indirizzo www.testimonidigitali.it/ricerca), ma oggi voglio prendere in prestito le parole, molto belle secondo me, di padre Antonio Spadaro, uno dei relatori al convegno Testimoni Digitali. E’ appena uscito un suo libro che vi raccomando, Svolta di respiro. Spiritualità della vita contemporanea (Milano, Vita e Pensiero 2010) da cui traggo questi pensieri sull’abitare.

“Un luogo diventa propriamente ambiente se è considerato nel suo essere per, in relazione a qualcuno o qualcosa. Altrimenti quel luogo resta anonimo, non significativo, irrelato, chiuso nel suo anonimato… Parlare di ambiente allora significa parlare di scambi, di relazioni, di significati tra noi, gli altri, le cose…. Per l’uomo l’ambiente può essere: casa, prigione, luogo  a cui adeguarsi, luogo da plasmare oppure addirittura da conquistare. La nostra relazione con l’ambiente è espressione del nostro modo di essere nel mondo… L’ambiente abitato diventa  habitus, abito, termine ricco delle connotazioni di ‘abito’ e ‘abitudine’. Che cosa accomuna il vestito e l’abitudine? Innanzi tutto il fatto di starci addosso, di essere adeguato a noi e modellato su di noi. E il primo abito/abitudine è quello radicale di essere… Qui il termine non significa meccanica e noiosa abitudine di essere a questo mondo, ma qualità essenziale, disposizione interiore a essere, a vivere. Questo è il vero e fondamentale sentirsi a casa. Allora la stessa esistenza diventa un ambiente di vita.

Riflettere sugli ambienti significa meditare su ciò che ci sta addosso, che ci modella, e che noi contribuiamo a modellare. Innanzitutto il fatto stesso di essere” (pagg. 207-208).

I media come ambiente

giovedì, marzo 11th, 2010

Rileggendo alcuni vecchi testi di McLuhan, ho riscoperto la radice originaria dei termini che utilizziamo in modo ormai quasi automatico, utilissima per correggere le distorsioni semantiche, e prospettiche, che abbiamo impresso alle parole di uso più comune (a questo scopo trovo utilissimo ricorrere appena possibile al senso etimologico, e suggerisco allo scopo questo dizionario on-line, che consente scoperte molto interessanti: http://www.etimo.it/).

Il termine “medium”, per esempio, è una parola latina che non ha come primo significato quello di strumento, bensì quello di “mezzo” in senso spaziale (stare in mezzo a una piazza, la virtù sta nel mezzo), che poi acquisisce il senso di visibilità, di spazio pubblico (chi sta in mezzo è ben visibile). Quindi, originariamente, il medium è uno spazio centrale, uno spazio di grande visibilità.

Anche il termine “ambiente” è interessante, perchè nella sua accezione originaria latina (ambiens) indica la “materia fluida che gira intorno a una cosa, l’aria che la circonda”: e l’aria, lo sappiamo, è invisibile.

I media sono quindi degli ambienti che consentono una grande visibilità, ma tendono a essere “invisibili” nel loro modo di operare. Per questo McLuhan scriveva: “Il presente è sempre invisibile perché ambientale. Nessun ambiente è percettibile, semplicemente perché satura l’intero campo dell’attenzione”.

Solo la consapevolezza di come i media funzionano, estendendo in un certo modo la nostra sensorialità, e ci “massaggiano”, immergendoci in un ambiente di stimolazioni sensoriali intense, può renderci capaci di sfruttare le opportunità del continente digitale, senza rimanere “narcotizzati”. Perchè, sempre per citare McLuhan, “Quando il coinvolgimento è massimo, ne siamo quasi istupiditi”.

Non solo al presente

giovedì, febbraio 11th, 2010

Il mondo digitale non è un mondo di strumenti, che utilizziamo e poi mettiamo da parte quando hanno svolto la loro funzione. E’ un ambiente in cui siamo immersi, in cui sempre più persone vivono costantemente iperconnesse, E’ rispetto a questo contesto che la figura del testimone oggi si definisce, come un modello e come un compito che, da persone a cui questo mondo e chi lo abita stanno a cuore, ci poniamo.
Su queste pagine digitali vorrei provare, spero col vostro aiuto, a mettere a fuoco i caratteri e i compiti del testimone oggi. Intanto, come si è visto, il testimone ha a che fare con l’esperienza, coi sensi. Può annunciare solo ciò che lo ha toccato.
Oggi vorrei sottolineare un aspetto forse meno immediato, ma credo importante: il testimone capisce “dopo”. Non ha subito tutto chiaro. Anzi, spesso riconosce l’evento, e soprattutto il suo significato, solo quando è passato.
Michel De Certeau in Mai senza l’Altro, spiega bene questo punto, e mi pare bello prendere in prestito le sue parole:
“Vi sono nella storia personale e nella storia dell’umanità delle rotture, momenti privilegiati e che appaiono come tali. Avviene qualcosa che sorprende e che pone un inizio.
Nessuno di noi ignora questi momenti talora segreti, e che ci è dato di capire soltanto molto tempo dopo che sono accaduti. Siamo mossi da eventi che ci cambiano, e di cui ci rendiamo conto molto più tardi. Forse c’è qui uno degli aspetti più caratteristici dell’evangelo: i discepoli, gli apostoli, i testimoni non cessano di comprendere solo più tardi ciò che è successo loro. Il senso e l’intelligenza vengono dopo l’evento…. C’è un ritardo dell’intendere”.
Dio lo riconosciamo “di spalle”, perché eccede le nostre categorie e le nostre modalità di percezione. Ma per riconoscerlo dobbiamo ricordare. E’ nella memoria che rileggiamo certi eventi, certi incontri, certe gioie o sofferenze, come Suoi segni.
Per questo il testimone non può accontentarsi di vivere solo nell’immersione del presente.