In occasione della quarantaquattresima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, vorrei offrire qualche piccolo spunto di riflessione, in relazione al messaggio del S. Padre. Innanzitutto mi colpisce la consapevolezza profonda che la Chiesa ha sviluppato sulla non neutralità e soprattutto sulla irrinunciabilità dei media. Si è preso atto ormai pienamente che i media sono l’ambiente in cui ci muoviamo, che non sono più semoplici canali di trasmissione di messaggi. Come scriveva McLuhan, i media prima di tutto estendono la nostra sensibilità (televisione vuol dire “vedere lontano”), riducono le distanze, traducono la nostra esperienza in forme nuove.
Mi pare che sulla riflessione dell’impatto sociale di nuovi ambienti comunicativi la Chiesa si addirittura più “avanti” di molti scienziati sociali, tutti preoccupati a difendere o attaccare la tecnologia e polarizzati tra tecno entusiasti o tecno apocalittici. Avendo la Chiesa l’essere umano come sua preoccupazione principale, non può che dare un contributo fondamentale alla riflessione ma anche all’orientamento delle scelte e delle pratiche relazionali nell’ambiente digitale, intensificando le occasioni di presenza a tutti i livelli, valorizzando la reticolarità della ricchezza territoriale delle esperienze ecclesiali e incentivando la possibilità di condividere e scambiare esperienze, grazie alle possibilità offerte dalla rete.
Mi pare bello che il Pontefice sottolinei come dentro questo ambiente, plasmato dalla tecnica, è il sacerdote che deve essere “medium”: “compito del sacerdote è annunciare Cristo , la Parola di Dio fatta carne, e comunicare la multiforme grazia divina apportatrice di salvezza mediante i sacramenti”. Posto che il mediatore perfetto, nel quale verità e vita, medium e messaggio coincidono in modo perfetto, è Cristo, al sacerdote, nell’era digitale, spetta un compito delicato e fondamentale: ridurre la distanza tra la Chiesa e le persone, anche quelle che si sentono lontane da Dio; “tradurre” la buona notizia in un linguaggio che la renda vicina a tutti, in una modalità comunicativa che sappia interpellare, coinvolgere e “toccare”, e non solo rivolgersi alla ragione; animare un ambiente che fa della “orizzontalità” decentrata la propria bandiera (con i rischi di dispersione e superficialità che ben si conoscono), aprendolo alla dimensione della verticalità, senza la quale anche la rete rischia di diventare autoreferenziale e vuota di senso. Se poi la parola di Dio deve giungere “fino agli estremi confini della terra”, i territori smaterializzati ma così intensamente frequentati della rete non possono restare fuori da questo annuncio. Da qui il richiamo alla responsabilità dell’annuncio, e le indicazioni, preziosissime, su ciò che deve qualificarlo: fedeltà al messaggio evangelico, qualità del contato umano e attenzione alle persone e ai loro veri bisogni, testimonianza appassionata, irrinunciabilità della dimensione dell’incontro e della concretezza, anche attraverso i Sacramenti. Una concretezza di cui l’immensa folla che si è stretta oggi intorno al Papa è un bellissimo esempio e un segno.