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	<title>L&#039;era dei Testimoni &#187; comunicazione</title>
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	<description>Abitare il continente digitale - Chiara Giaccardi</description>
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		<title>Il lògos di Giovanni Paolo II</title>
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		<pubDate>Sun, 01 May 2011 07:57:03 +0000</pubDate>
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Non sono certo l&#8217;unica a recare indelebilmente impressa nella memoria, come una delle immagini che mi accompagneranno sempre perchè mi hanno aiutato a comprendere meglio il significato dell&#8217;essere umano, l&#8217;ultima apparizione pubblica di Giovanni Paolo II, il 30 marzo 2005, e la sua &#8220;benedizione muta&#8221; alla folla affettuosamente raccolta nella piazza sottostante.
Un Papa che ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://eradeltestimone.blog.testimonidigitali.it/wordpress-mu/files/2011/05/0IE6B3QA-180x140.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-681" title="0IE6B3QA--180x140" src="http://eradeltestimone.blog.testimonidigitali.it/wordpress-mu/files/2011/05/0IE6B3QA-180x140.jpg" alt="" width="180" height="140" /></a></p>
<p>Non sono certo l&#8217;unica a recare indelebilmente impressa nella memoria, come una delle immagini che mi accompagneranno sempre perchè mi hanno aiutato a comprendere meglio il significato dell&#8217;essere umano, l&#8217;ultima apparizione pubblica di Giovanni Paolo II, il 30 marzo 2005, e la sua &#8220;benedizione muta&#8221; alla folla affettuosamente raccolta nella piazza sottostante.</p>
<p>Un Papa che ha visto (non certo come passivo spettatore) il crollo del muro di Berlino e il mutamento degli equilibri mondiali, che ha anticipato la globalizzazione con la propria mobilità e la propria capacità di comunicare a tutti, mostrando che la Chiesa è veramente cattolica (universale, proprio perchè profondamente radicata nelle chiese locali) e apostolica (capace di farsi vicino a tutti per annunciare la buona notizia); un Papa che ha colto la crucialità dell&#8217;alleanza intergenerazionale, istituendo la &#8220;Giornata mondiale della gioventù&#8221;; un Papa che ha avuto il coraggio di chiedere perdono per gli errori della Chiesa, perchè solo il perdono sana senza la scappatoia dell&#8217;oblio; un Papa che è stato insieme rigoroso e affettuoso; un Papa che ha iniziato il suo pontificato con un incoraggiamento, &#8220;Non abbiate paura&#8221;, che riconosce insieme il limite dell&#8217;umano e la capacità di vincerlo (per approfondire <a href="http://www.tv2000.it/giovannipaoloII/">http://www.tv2000.it/giovannipaoloII/</a>).</p>
<p>Ma la sua parola più bella, la sintesi di tutto il suo pontificato, capace di parlare veramente a tutti a partire dall&#8217;esperienza più universale, più umana (la stessa che il Figlio di Dio ha attraversato e fatto sommamente propria), più reale al di là di tutti i nostri tentativi di eluderla ed escluderla dai nostri orizzonti, ovvero la sofferenza, è stata quell&#8217;emissione inarticolata, quella voce sfigurata dalla malattia ma così capace di unire (<em>legein</em>) in ciò che di più umano, ma anche di più divino c&#8217;è in ciascuno di noi.</p>
<p>Con questa sua ultima, così eloquente non-parola,  Giovanni Paolo II ha indicato quello che credo possa essere il cammino della chiesa nel complesso mondo di oggi: de-intellettualizzare la propria comunicazione, farsi vicina a tutti stando dalla parte di chi soffre, non nascondere la debolezza (come ha cercato di fare quella mano &#8220;troppo umana&#8221; che ha allontanato il microfono dalla bocca del Papa) ma condividerla, perchè questa è la nostra condizione umana, e il fondamento della nostra fratellanza. Senza avere paura.</p>
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		<title>Solo l&#8217;incontro cambia la vita</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Mar 2011 19:43:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eratestimone</dc:creator>
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&#8220;Solo l&#8217;incontro cambia la vita, non la legge. In principio è l&#8217;incontro&#8221;.
Lo scrive Ermes Ronchi, commentando l&#8217;episodio del Vangelo di oggi, l&#8217;incontro di Gesù al pozzo con la samaritana.
 (www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=46).
Nessuna comunicazione può avere luogo senza questa condizione preliminare, di compresenza e accoglienza reciproca.
R. Panikkar, in un bellissimo libro dal titolo Lo spirito della parola, scriveva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://eradeltestimone.blog.testimonidigitali.it/wordpress-mu/files/2011/03/images-71.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-580" title="images-71" src="http://eradeltestimone.blog.testimonidigitali.it/wordpress-mu/files/2011/03/images-71.jpg" alt="" width="230" height="219" /></a></p>
<p>&#8220;Solo l&#8217;incontro cambia la vita, non la legge. In principio è l&#8217;incontro&#8221;.</p>
<p>Lo scrive Ermes Ronchi, commentando l&#8217;episodio del Vangelo di oggi, l&#8217;incontro di Gesù al pozzo con la samaritana.</p>
<p><span style="font-family: arial;font-size: x-small"> (</span><a href="http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=46">www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=46</a>).</p>
<p>Nessuna comunicazione può avere luogo senza questa condizione preliminare, di compresenza e accoglienza reciproca.</p>
<p>R. Panikkar, in un bellissimo libro dal titolo <em>Lo spirito della parola</em>, scriveva che la parola è &#8220;la casa dell&#8217;essere&#8221; (secondo la famosa espressione di Heidegger), o, nella sua lingua, la &#8220;vivienda del ser&#8221;; &#8220;dove <em>vivienda</em> non è solo la casa che ogni parola offre, ma la sua vita stessa&#8221; (p. 115).</p>
<p>Solo lasciandoci incontrare potremo prima di tutto ascoltare, e poi, se ci riusciamo, cercare di testimoniare, la Parola che è vita.</p>
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		<title>I media al servizio della Parola</title>
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		<pubDate>Sun, 16 May 2010 13:24:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In occasione della quarantaquattresima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, vorrei offrire qualche piccolo spunto di riflessione, in relazione al messaggio del S. Padre. Innanzitutto mi colpisce la consapevolezza profonda che la Chiesa ha sviluppato sulla non neutralità e soprattutto sulla irrinunciabilità dei media. Si è preso atto ormai pienamente che i media sono l’ambiente in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In occasione della quarantaquattresima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, vorrei offrire qualche piccolo spunto di riflessione, in relazione al messaggio del S. Padre. Innanzitutto mi colpisce la consapevolezza profonda che la Chiesa ha sviluppato sulla non neutralità e soprattutto sulla irrinunciabilità dei media. Si è preso atto ormai pienamente che i media sono l’ambiente in cui ci muoviamo, che non sono più semoplici canali di trasmissione di messaggi. Come scriveva McLuhan, i media prima di tutto estendono la nostra sensibilità (televisione vuol dire “vedere lontano”), riducono le distanze, traducono la nostra esperienza in forme nuove.</p>
<p>Mi pare che sulla riflessione dell’impatto sociale di nuovi ambienti comunicativi la Chiesa si addirittura più “avanti” di molti scienziati sociali, tutti preoccupati a difendere o attaccare la tecnologia e polarizzati tra tecno entusiasti o tecno apocalittici. Avendo la Chiesa l’essere umano come sua preoccupazione principale, non può che dare un contributo fondamentale alla riflessione ma anche all’orientamento delle scelte e delle pratiche relazionali nell’ambiente digitale, intensificando le occasioni di presenza a tutti i livelli, valorizzando la reticolarità  della ricchezza territoriale delle esperienze ecclesiali e incentivando la possibilità di condividere e scambiare esperienze, grazie alle possibilità offerte dalla rete.</p>
<p>Mi pare bello che il Pontefice sottolinei come dentro questo ambiente, plasmato dalla tecnica, è il sacerdote che deve essere “medium”: “<em>compito del sacerdote è annunciare Cristo , la Parola di Dio fatta carne, e comunicare la multiforme grazia divina apportatrice di salvezza mediante i sacramenti”.</em> Posto che il mediatore perfetto, nel quale verità e vita, medium e messaggio coincidono in modo perfetto, è Cristo, al sacerdote, nell’era digitale, spetta un compito delicato e fondamentale: <em>ridurre la distanza</em> tra la Chiesa  e le persone, anche quelle che si sentono lontane da Dio; “<em>tradurre</em>” la buona notizia in un linguaggio che la renda vicina a tutti, in una modalità comunicativa che sappia interpellare, coinvolgere e “toccare”, e non solo rivolgersi alla ragione; <em>animare</em> un ambiente che fa della “orizzontalità” decentrata la propria bandiera (con i rischi di dispersione e superficialità che ben si conoscono), aprendolo alla dimensione della verticalità, senza la quale anche la rete rischia di diventare autoreferenziale e vuota di senso. Se poi  la parola di Dio deve giungere “fino agli estremi confini della terra”, i territori smaterializzati ma così intensamente frequentati della rete non possono restare fuori da questo annuncio. Da qui il richiamo alla responsabilità dell’annuncio, e le indicazioni, preziosissime, su ciò che deve qualificarlo: fedeltà al messaggio evangelico, qualità del contato umano e attenzione alle persone e ai loro veri bisogni, testimonianza appassionata, irrinunciabilità della dimensione dell’incontro e della concretezza, anche attraverso i Sacramenti. Una concretezza di cui l&#8217;immensa folla che si è stretta oggi intorno al Papa è un bellissimo esempio e un segno.</p>
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		<title>Rete e comunicazione</title>
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		<pubDate>Sat, 08 May 2010 19:23:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La ricerca che  abbiamo presentato al convegno Testimoni Digitali (www.testimonidigitali.it/ricerca) ha fatto emergere una serie di spunti per riflettere su come sta cambiando il nostro modo di metterci in relazione nell&#8217;ambiente digitale. Diversamente da quanto i luoghi comuni, ormai consolidati, affermano (la rete è un mondo a parte, un surrogato della realtà, uno spazio di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La ricerca che  abbiamo presentato al convegno Testimoni Digitali (<a href="http://www.testimonidigitali.it/ricerca">www.testimonidigitali.it/ricerca</a>) ha fatto emergere una serie di spunti per riflettere su come sta cambiando il nostro modo di metterci in relazione nell&#8217;ambiente digitale. Diversamente da quanto i luoghi comuni, ormai consolidati, affermano (la rete è un mondo a parte, un surrogato della realtà, uno spazio di relazioni fittizie e di identità mascherate&#8230;) dall&#8217;indagine sui 18-24enni di tutta Italia, grandi frequentatori di <em>social network</em>, è emerso come la rete sia soprattutto uno spazio per &#8220;essere-con&#8221;. La dimensione strettamente comunicativa non è la più importante, e comunque  occorre ripensare il concetto di comunicazione,  abbandonando completamente l’idea di “trasmissione”. Comunicare, lo aveva già detto McLuhan, non è scambiarsi messaggi, ma modificare delle proporzioni (aumentare la sensibilità, avvicinare le persone). Tutto ciò che “avvicina” è un medium, e la rete, prima ancora che consentire di produrre e scambiare messaggi e materiali, serve per ridurre le distanze, per immergersi e lasciarsi coinvolgere da un ambiente di simili. McLuhan sosteneva infatti che è &#8220;medium&#8221; tutto ciò che produce cambiamento, e che i media modificano i rapporti e le proporzioni dentro il nostro ambiente.</p>
<p>Oggi comunicare è soprattutto avvicinare, ridurre le distanze: la comunicazione è sempre prima fàtica che referenziale, ovvero mira soprattutto ad alimentare il senso di contatto, a mantenere vivo l&#8217;&#8221;essere-con&#8221;, più che il &#8220;parlare di&#8221;. La comunicazione in rete ha quindi a che fare  soprattutto con il desiderio di avvicinare le persone, di avvicinarci agli altri. Un &#8220;essere-con&#8221; che non solo non si contrappone, sostituendolo, al rapporto interpersonale nelle situazioni concrete, ma si pone in un certo senso al suo servizio, riconoscendone il primato.</p>
<p>Anche la rete, dunque, risente della svolta &#8220;tattile&#8221; della comunicazione, del tentativo di ridurre le distanze (il tatto è il senso dell&#8217;annullamento della distanza), di &#8220;immergersi&#8221; in un ambiente relazionale, lasciandosene coinvolgere. Ridurre la distanza non è ancora, però, realizzare una prossimità: ma esprime un bisogno, e può trasformarsi in un&#8217;opportunità.</p>
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		<title>Il racconto del testimone</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 16:00:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nella staffetta il testimone è l’oggetto che viene passato dalle mani di un giocatore a quelle di un altro, e che alla fine solo uno porterà al traguardo, ma soltanto se i suoi compagni di squadra saranno stati bravi a passarglielo. La testimonianza è insieme individuale e collettiva. E’ il singolo testimone che si assume [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella staffetta il testimone è l’oggetto che viene passato dalle mani di un giocatore a quelle di un altro, e che alla fine solo uno porterà al traguardo, ma soltanto se i suoi compagni di squadra saranno stati bravi a passarglielo. La testimonianza è insieme individuale e collettiva. E’ il singolo testimone che si assume la responsabilità (di correre forte, in questo caso), ma può farlo anche perché la verità che ha conosciuto a sua volta gli è stata trasmessa, o perché ha potuto diventare sensibile alla verità grazie al fatto che tante persone (o magari anche una sola)  conosciute nella sua vita lo hanno aiutato ad aprire gli occhi e il cuore.<br />
Ciascuno di noi non è un’ isola, ma il filo di un tessuto. La nostra storia si intreccia con quelle di tanti altri, che hanno lasciato tracce nella nostra vita, senza le quali non saremmo le persone che siamo (anche se, da esseri liberi, non possiamo essere il semplice risultato delle tracce). E se dal tessuto si toglie anche un solo filo, questo si indebolisce, e si può lacerare.<br />
Il testimone quindi parla da un intreccio di storie, e si rivolge ad altri: la testimonianza è doppiamente relazionale, all’indietro e in avanti, e attraverso il dono gratuito della narrazione e della parresìa rinsalda la trama degli intrecci, dei legami, dell’essere insieme, nutrendo questo legame di contenuti da condividere e da ri-raccontare.<br />
In un mondo di individualismo che a volte rasenta il patologico mi piace pensare alla testimonianza come a una forma di individualità relazionale, che passa attraverso la libertà (scegliere di dire, o di fare, rivolti ad altri) e attraverso l’unicità della prospettiva che noi possiamo offrire della verità. Ciascuno di noi è un testimone irripetibile e imperdibile: come non esistono due impronte digitali uguali, così non esistono due testimonianze uguali della stessa verità (lo sa bene la giustizia, che cerca sempre di ricostruire i fatti basandosi su più testimonianze, consapevole insieme della verità e della parzialità di ogni testimonianza: anche quello giuridico è un campo semantico che può aiutare a meglio comprendere il significato della figura del testimone!)<br />
L’individualità del testimone (fatta di libertà e responsabilità) non è perciò assoluta: è relazionale, mira a comunicare, a creare comunione, a condividere la buona notizia (o, nei casi drammatici che la storia ci ha consegnato, come l’olocausto, a condividere la cattiva notizia, per poter aprire gli occhi sulle atrocità di cui l’essere umano può essere capace, e non ripeterle).<br />
Tante verità si conoscono solo grazie ai testimoni. E senza testimonianza siamo portati a non dare valore a ciò che ascoltiamo (chiunque abbia dei figli lo sa: solo testimoniando si è autorevoli).<br />
E le testimonianze vanno raccolte e fatte durare, perché possano conservare nel tempo la loro capacità di promuovere il bene e combattere il male.<br />
Da questo punto di vista il continente digitale rappresenta un luogo provvidenziale per lo scambio e l’”archiviazione” delle testimonianze, per condividere l’intreccio delle storie, per narrare creativamente attraverso linguaggi diversi, per salvare dalla caducità le narrazioni, per renderle recuperabili e di nuovo condivisibili, anche a distanza di spazio e di tempo.<br />
Se riusciamo a pensare la rete non come un grande palcoscenico dei nostri “ego”, ma come un mondo di intrecci potenzialmente infiniti di storie che ci legano ad altri, riusciremo a rendere vivibile e umano il continente digitale.</p>
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		<title>Verità dell’immagine e verità dello sguardo</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 18:36:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nel linguaggio giuridico il testimone è colui o colei che non possiede la verità, ma ha sulla verità una prospettiva parziale e ciononostante attendibile, perché è stato/a presente all’evento, ne è stato toccato/a, e quindi può contribuire alla ricostruzione della verità dei fatti.
Se traduciamo questa figura nell’esperienza quotidiana, nella dimensione esistenziale, vediamo che la definizione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel linguaggio giuridico il testimone è colui o colei che non possiede la verità, ma ha sulla verità una prospettiva parziale e ciononostante attendibile, perché è stato/a presente all’evento, ne è stato toccato/a, e quindi può contribuire alla ricostruzione della verità dei fatti.<br />
Se traduciamo questa figura nell’esperienza quotidiana, nella dimensione esistenziale, vediamo che la definizione tiene, anche se la verità cui ci riferiamo non è, o non è solo, quella dei fatti.<br />
Ogni testimonianza della verità è insieme parziale e irrinunciabile: questo ci consente di rileggere la questione dell’unicità di ciascuna persona in chiave non individualistica, ma relazionale: è solo nella relazione, e nella comunicazione, che la nostra pur legittima  &#8211; e assolutamente unica (nessuno vede e sente esattamente quello che vedo e che sento io) parzialità prospettica si può comporre con altre, e in questo modo può contribuire a ricomporre un’immagine, sempre incompleta, ma potenzialmente sempre più ricca, della verità.<br />
Me le immagini, questi squarci prospettici sul reale che quotidianamente accompagnano le nostre vite, ci aiutano a ricomporre la verità? Forse non tanto, come acutamente suggerisce Georges Didi-Huberman, filosofo e storico dell’arte (“L’immagine brucia”, in <em>Teorie dell’immagine</em>, a cura di A. Pinotti e A. Somaini, Milano, Raffaello Cortina, 2009, pp. 258-259):<br />
“Viviamo all’epoca dell’immaginazione lacerata. L’informazione ci dà troppo, moltiplicando le immagini, e noi siamo portati a non credere più a niente di quello che vediamo, e infine a non volere più guardare niente di ciò che abbiamo sotto gli occhi”.<br />
Riusciamo a essere testimoni quando riusciamo a posare sulla realtà e sul volto dell’altro uno “sguardo senza immagine”, senza i filtri e le incrostazioni del “troppo” che abbiamo già visto. Solo così la realtà appare come nuova, e genera “meraviglia e stupore” (At 3, 10).<br />
Il testimone si ostina a guardare oltre le immagini, e per questo, alla fine, riesce a vedere qualcosa di vero.</p>
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