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I media come ambiente

giovedì, marzo 11th, 2010

Rileggendo alcuni vecchi testi di McLuhan, ho riscoperto la radice originaria dei termini che utilizziamo in modo ormai quasi automatico, utilissima per correggere le distorsioni semantiche, e prospettiche, che abbiamo impresso alle parole di uso più comune (a questo scopo trovo utilissimo ricorrere appena possibile al senso etimologico, e suggerisco allo scopo questo dizionario on-line, che consente scoperte molto interessanti: http://www.etimo.it/).

Il termine “medium”, per esempio, è una parola latina che non ha come primo significato quello di strumento, bensì quello di “mezzo” in senso spaziale (stare in mezzo a una piazza, la virtù sta nel mezzo), che poi acquisisce il senso di visibilità, di spazio pubblico (chi sta in mezzo è ben visibile). Quindi, originariamente, il medium è uno spazio centrale, uno spazio di grande visibilità.

Anche il termine “ambiente” è interessante, perchè nella sua accezione originaria latina (ambiens) indica la “materia fluida che gira intorno a una cosa, l’aria che la circonda”: e l’aria, lo sappiamo, è invisibile.

I media sono quindi degli ambienti che consentono una grande visibilità, ma tendono a essere “invisibili” nel loro modo di operare. Per questo McLuhan scriveva: “Il presente è sempre invisibile perché ambientale. Nessun ambiente è percettibile, semplicemente perché satura l’intero campo dell’attenzione”.

Solo la consapevolezza di come i media funzionano, estendendo in un certo modo la nostra sensorialità, e ci “massaggiano”, immergendoci in un ambiente di stimolazioni sensoriali intense, può renderci capaci di sfruttare le opportunità del continente digitale, senza rimanere “narcotizzati”. Perchè, sempre per citare McLuhan, “Quando il coinvolgimento è massimo, ne siamo quasi istupiditi”.