Cercare di comprendere come interpretare oggi il ruolo di testimoni implica ripensare il rapporto con il tempo e abbandonare quella modalità ormai divenuta non problematica che Bauman chiama “memoria a videotape”, pronta a cancellare in ogni momento il passato, il “già visto”, per registare qualcosa di sempre nuovo, che a sua volta diventa presto obsoleto.
Il filosofo Remo Bodei, in un piccolo saggio intitolato Libro della memoria e della speranza, esprime bene quel nesso tra responsabilità e durata che è la condizione per l’esercizio della responsabilità, prima di tutto verso se stessi e verso la propria storia, e poi verso gli altri:
“Negli ultimi decenni l’etica della responsabilità è stata in genere diluita in favore di un mutamento endogeno del sistema delle preferenze e delle scelte (…) e di una concezione dell’identità personale non più strettamente legata alla propria coerente continuità psicologica. Ci si sente cioè meno solidali con le decisioni del proprio passato, quasi fossero state prese da un altro, e si affrontano quelle presenti con la riserva mentale della loro revisione, secondo il mutare delle circostanze e dei propri desideri”.
Questa critica non mira a escludere, naturalmente, la possibilità del cambiamento, ma lo àncora a una storia, che è fatta non solo di eventi e di scelte personali, ma di intrecci con altre storie, con le vite di altre persone; nella consapevolezza che ogni nostra scelta, nel bene come nel male, si ripercuote su chi è a noi legato in qualche modo. In una prospettiva relazionale e non individualistica, la nostra libertà non riguarda mai solo noi stessi: e questo non costituisce un limite, ma un criterio per orientare le scelte e le azioni verso un bene comune.