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L’inverno demografico

lunedì, marzo 28th, 2011

Sabato scorso, in oltre 30 città europee, è stato mostrato e discusso un documentario sul declino demografico, visionabile in inglese all’indirizzo http://vodpod.com/watch/1326930-demographic-winter-decline-of-the-human-family.

Nonostante i toni un po’ apocalittici, i dati riportati (sull’invecchiamento della popolazione, il declino delle nascite e gli effetti a medio e lungo termine di questa tendenza che investe tutto il pianeta) disegnano uno scenario che è realmente inquietante (per saperne di più si può visitare il sito http://www.demographicwinter.com/index.html).

Tra le cause del declino demografico vengono menzionati l’aumento del benessere, la rivoluzione sessuale, l’aumento nel numero delle donne lavoratrici, il divorzio facile, la diffusione di idee errate sulla “bomba demografica” e la crisi di cibo.

Certamente tutti questi elementi hanno un loro peso, ma nessuno sembra veramente in grado di spiegare il fenomeno. In occidente pesano certamente da un lato una idea riduttiva e distorta di libertà come assenza di vincoli, e dall’altro un conformismo sociale che fa aumentare a dismisura la quantità di beni ritenuti necessari per sposarsi prima e avere figli poi. Ma gli effetti miopi di questo egoismo culturale si stanno già osservando.

Dato che il problema è già a uno stadio avanzato (nella piccola città del nord Italia in cui vivo, per esempio, il 60% dei nuclei familiari è composto da 1 o massimo 2 membri!), occorre urgentemente porre rimedio, lavorando su più fronti.

Prima di tutto dal lato della cultura, rompendo l’equazione libertà=assenza di vincoli (e quindi di figli, che sono il vincolo più vincolante di tutti). La libertà non è poter fare qualsiasi cosa (che significa, di fatto, non poter fare niente), ma scegliere a cosa dedicare la propria vita, a cosa legarsi, a quale senso fare spazio.

E la libertà non la si raggiunge mai da soli: l’ideologia del “tutto intorno a te” va giusto bene per vendere prodotti, certo non per costruire vite sensate e felici. E’ sempre l’altro che ci libera, che ci risveglia, che mette in moto le energie che da soli rischiamo di lasciare spegnere.

Ma oltre al cambiamento di mentalità è necessario un cambiamento di politiche sulla famiglia, a cominciare da quella cosa semplicissima che sono i quozienti familiari: se io che, da lavoratrice dipendente, con 5 figli pago le stesse tasse di colleghi senza figli, o pago le stesse rette del nido di chi di figli ne ha uno solo, c’è qualcosa che non va. E’ una questione di buon senso.

Aiutare la famiglia è investire in un ammortizzatore sociale insostituibile, in un luogo educativo fondamentale, in un ambito di cura e di alleanza intergenerazionale che va sostenuto e tutelato, nell’interesse del bene comune.

Quando, troppo immersi nell’ambiente o in noi stessi, diventiamo “idioti”

venerdì, ottobre 15th, 2010

Per McLuhan l’ “idiota tecnologico” (dal greco idiotes, chi sta fuori dalla cosa pubblica ed è ripegato sul privato) rappresenta un’inversione paradossale della figura del greco sprovveduto, segnato però dalla stessa incapacità di vedere: se nell’antica grecia era incapace di vedere chi stava troppo “fuori” dalla polis, oggi è incapace di vedere chi sta troppo “dentro” l’ambiente ipermediale, e non si rende nemmeno conto di quali sono le opportunità e i rischi che, come ogni situazione, anche quella in cui è immerso gli presenta.

Mi piace citare a riguardo la storiella dei pesci:

“Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice:  – Salve ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa:  – Che cavolo è l’acqua?” (David Foster Wallace, Questa è l’acqua, Einaudi 2009).

Si rischia (soprattutto i “nativi digitali”) di sapersi muovere velocissimamente nelle acque digitali, senza rendersi però conto che di acque appunto si tratta, e che forse è meglio nuotare dove l’acqua è più pulita, o darsi da fare per migliorarne la qualità laddove non lo è….

Oppure si rischia, da pesci anziani (o “immigrati digitali”) di muoversi goffamente, sforzandosi  – faticosamente quanto invano -  di nuotare controcorrente.

Quanto al rischio dell’”idiozia” (nel senso mcluhaniano, naturalmente) ce n’è per tutti.

Che cosa mi insegna questa storiella, che come tutte le metafore è generativa? Personalmente, l’assurdità dell’idea dell’autosufficienza. Mai come oggi abbiamo bisogno gli uni degli altri, mai come oggi è evidente che solo l’altro ci libera dalla nostra “idiozia”. E se l’essere umano, come scrive Rahner in una bellissima espressione, è antropologicamente “l’essere dell’intercomunicazione”, mai come oggi – e lo dico consapevolmente, all’inizio del decennio dell’educazione -, solo attraverso il reciproco accogliersi ed educarsi può avere luogo, oltre che il “miracolo” della comunicazione, anche quello di una umanizzazione dell’ambiente postmediale in cui viviamo:

“Il dialogo è ciò che fa, ciò che deve fare di una necessaria informazione l’elemento di una formazione. Lo scambio tra chi educa e chi viene educato tende a essere il crogiolo dove si operano lentamente il mutamento della cultura e l’evoluzione del linguaggio: è lì, in modo privilegiato, che devono mescolarsi due correnti, quella di una tradizione e quella di una rivoluzione; è lì che si costituisce un ‘umanesimo in sviluppo’, e che si forma l’uomo moderno, che insegna a che impara, chiamato a imparare per tutta la vita” (M. De Certeau, Lo straniero o l’unione nella differenza, Milano, Vita e Pensiero 2010, p. 53)

La violenza sulla rete

sabato, febbraio 27th, 2010

Non si può non farsi delle domande di fronte all’ultimo caso del gruppo contro i bambini down su Facebook, e alla clamorosa decisione del tribunale di Milano di condannare tre dirigenti di Google per la pubblicazione su Youtube, nel 2006, del video, girato col telefonino, di un ragazzino disabile picchiato e sbeffeggiato dai compagni di scuola.
Al di là della reazione immediata, che può essere di indignazione, di amarezza, di rabbia o altro, e prima di pensare a quale “punizione esemplare” infliggere ai responsabili, forse bisogna domandarsi su quale terreno culturale germogliano questi frutti disumani. E’ inutile scandalizzarsi, infatti, quando il clima che si respira è quello dell’ossessione identitaria e del rifiuto dell’alterità, vista come minaccia, disturbo, o al massimo utile capro espiatorio per ricompattare un “noi” che non esiste.
Su questo sfondo culturale si innesta poi una questione generazionale. Nella società liquida, mobile, del rischio, dove i riferimenti sono stati decostruiti e tutti possono andare dove vogliono – peccato che non sanno cosa volere – l’ansia del fallimento, e soprattutto l’angoscia dell’irrilevanza, dell’invisibilità, del non essere sociale è fortissima. Il gesto delirante diventa allora un modo per dimostrare a se stessi e agli altri che si esiste, per far parlare di sé, per rendersi visibili anche a chi non vuole guardare. E la rete, oggi, rappresenta un palcoscenico ideale per attirare l’attenzione, anche nel dissenso: pare che la maggior parte degli iscritti al gruppo contro i bambini down fosse lì per protestare, ma questo non ha fatto che aumentare la visibilità, assecondando lo scopo…
La cosa che personalmente più mi rattrista non è tanto l’uscita delirante, quanto il vuoto di una generazione cresciuta a videogame e incapace di distinguere tra la realtà e la finzione, tra l’eccitazione del gesto estremo e le sue conseguenze. E’ triste quello che si intuisce: il vuoto di relazioni, il senso di irrilevanza esorcizzato dall’atto di violenza verbale, o di bullismo, la mancanza di empatia e, probabilmente di una “memoria corporea” di contatti rassicuranti, di un calore relazionale che non si può restituire se non lo si è sperimentato.
Forse l’antidoto all’esibizione delirante di sé attraverso la violenza della parola e del gesto non è la punizione, ma l’educazione: ex-ducere, condurre fuori dalle proprie angosce che si tramutano in violenza distruttiva o autodistruttiva. Portare fuori dall’illusione di poter vincere la paura attraverso deliri su palcoscenici mediatici, e “dentro” la realtà calda, anche se spesso faticosa, delle relazioni con chi è diverso da noi. Prossimità e realtà, nelle sue facce molteplici che non finiscono mai di stupirci e di farci trovare tesori là dove non ce li aspettiamo, sono, forse, la via da tentare.