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	<title>L&#039;era dei Testimoni &#187; educazione</title>
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	<description>Abitare il continente digitale - Chiara Giaccardi</description>
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		<title>L&#8217;inverno demografico</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Mar 2011 20:02:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eratestimone</dc:creator>
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Sabato scorso, in oltre 30 città europee, è stato mostrato e discusso un documentario sul declino demografico, visionabile in inglese all&#8217;indirizzo http://vodpod.com/watch/1326930-demographic-winter-decline-of-the-human-family.
Nonostante i toni un po&#8217; apocalittici, i dati riportati (sull&#8217;invecchiamento della popolazione, il declino delle nascite e gli effetti a medio e lungo termine di questa tendenza che investe tutto il pianeta) disegnano uno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://eradeltestimone.blog.testimonidigitali.it/wordpress-mu/files/2011/03/images-6.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-594" title="images-6" src="http://eradeltestimone.blog.testimonidigitali.it/wordpress-mu/files/2011/03/images-6.jpg" alt="" width="201" height="251" /></a></p>
<p>Sabato scorso, in oltre 30 città europee, è stato mostrato e discusso un documentario sul declino demografico, visionabile in inglese all&#8217;indirizzo<span><span style="font-size: x-small"><a href="http://vodpod.com/watch/1326930-demographic-winter-decline-of-the-human-family" target="_blank"> http://vodpod.com/watch/1326930-demographic-winter-decline-of-the-human-family.</a></span></span></p>
<p>Nonostante i toni un po&#8217; apocalittici, i dati riportati (sull&#8217;invecchiamento della popolazione, il declino delle nascite e gli effetti a medio e lungo termine di questa tendenza che investe tutto il pianeta) disegnano uno scenario che è realmente inquietante (per saperne di più si può visitare il sito <a href="http://www.demographicwinter.com/index.html">http://www.demographicwinter.com/index.html</a>).</p>
<p>Tra le cause del declino demografico vengono menzionati l&#8217;aumento del benessere, la rivoluzione sessuale, l&#8217;aumento nel numero delle donne lavoratrici, il divorzio facile, la diffusione di idee errate sulla &#8220;bomba demografica&#8221; e la crisi di cibo.</p>
<p>Certamente tutti questi elementi hanno un loro peso, ma nessuno sembra veramente in grado di spiegare il fenomeno. In occidente pesano certamente da un lato una idea riduttiva e distorta di libertà come assenza di vincoli, e dall&#8217;altro un conformismo sociale che fa aumentare a dismisura la quantità di beni ritenuti necessari per sposarsi prima e avere figli poi. Ma gli effetti miopi di questo egoismo culturale si stanno già osservando.</p>
<p>Dato che il problema è già a uno stadio avanzato (nella piccola città del nord Italia in cui vivo, per esempio, il 60% dei nuclei familiari è composto da 1 o massimo 2 membri!), occorre urgentemente porre rimedio, lavorando su più fronti.</p>
<p>Prima di tutto dal lato della cultura, rompendo l&#8217;equazione libertà=assenza di vincoli (e quindi di figli, che sono il vincolo più vincolante di tutti). La libertà non è poter fare qualsiasi cosa (che significa, di fatto, non poter fare niente), ma scegliere a cosa dedicare la propria vita, a cosa legarsi, a quale senso fare spazio.</p>
<p>E la libertà non la si raggiunge mai da soli: l&#8217;ideologia del &#8220;tutto intorno a te&#8221; va giusto bene per vendere prodotti, certo non per costruire vite sensate e felici. E&#8217; sempre l&#8217;altro che ci libera, che ci risveglia, che mette in moto le energie che da soli rischiamo di lasciare spegnere.</p>
<p>Ma oltre al cambiamento di mentalità è necessario un cambiamento di politiche sulla famiglia, a cominciare da quella cosa semplicissima che sono i quozienti familiari: se io che, da lavoratrice dipendente, con 5 figli pago le stesse tasse di colleghi senza figli, o pago le stesse rette del nido di chi di figli ne ha uno solo, c&#8217;è qualcosa che non va. E&#8217; una questione di buon senso.</p>
<p>Aiutare la famiglia è investire in un ammortizzatore sociale insostituibile, in un luogo educativo fondamentale, in un ambito di cura e di alleanza intergenerazionale che va sostenuto e tutelato, nell&#8217;interesse del bene comune.</p>
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		<title>Quando, troppo immersi nell&#8217;ambiente o in noi stessi, diventiamo &#8220;idioti&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Oct 2010 11:10:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eratestimone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Per McLuhan l&#8217; &#8220;idiota tecnologico&#8221; (dal greco idiotes, chi sta fuori dalla cosa pubblica ed è ripegato sul privato) rappresenta un&#8217;inversione paradossale della figura del greco sprovveduto, segnato però dalla stessa incapacità di vedere: se nell&#8217;antica grecia era incapace di vedere chi stava troppo &#8220;fuori&#8221; dalla polis, oggi è incapace di vedere chi sta troppo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per McLuhan l&#8217; &#8220;idiota tecnologico&#8221; (dal greco <em>idiotes</em>, chi sta fuori dalla cosa pubblica ed è ripegato sul privato) rappresenta un&#8217;inversione paradossale della figura del greco sprovveduto, segnato però dalla stessa incapacità di vedere: se nell&#8217;antica grecia era incapace di vedere chi stava troppo &#8220;fuori&#8221; dalla <em>polis</em>, oggi è incapace di vedere chi sta troppo &#8220;dentro&#8221; l&#8217;ambiente ipermediale, e non si rende nemmeno conto di quali sono le opportunità e i rischi che, come ogni situazione, anche quella in cui è immerso gli presenta.</p>
<p>Mi piace citare a riguardo la storiella dei pesci:</p>
<p>“Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice:  &#8211; Salve ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa:  &#8211; Che cavolo è l’acqua?” (David Foster Wallace, <em>Questa è l’acqua, </em>Einaudi 2009).</p>
<p>Si rischia (soprattutto i &#8220;nativi digitali&#8221;) di sapersi muovere velocissimamente nelle acque digitali, senza rendersi però conto che di acque appunto si tratta, e che forse è meglio nuotare dove l&#8217;acqua è più pulita, o darsi da fare per migliorarne la qualità laddove non lo è&#8230;.</p>
<p>Oppure si rischia, da pesci anziani (o &#8220;immigrati digitali&#8221;) di muoversi goffamente, sforzandosi  &#8211; faticosamente quanto invano -  di nuotare controcorrente.</p>
<p>Quanto al rischio dell&#8217;&#8221;idiozia&#8221; (nel senso mcluhaniano, naturalmente) ce n&#8217;è per tutti.</p>
<p>Che cosa mi insegna questa storiella, che come tutte le metafore è generativa? Personalmente, l&#8217;assurdità dell&#8217;idea dell&#8217;autosufficienza. Mai come oggi abbiamo bisogno gli uni degli altri, mai come oggi è evidente che solo l&#8217;altro ci libera dalla nostra &#8220;idiozia&#8221;. E se l&#8217;essere umano, come scrive Rahner in una bellissima espressione, è antropologicamente &#8220;l&#8217;essere dell&#8217;intercomunicazione&#8221;, mai come oggi &#8211; e lo dico consapevolmente, all&#8217;inizio del decennio dell&#8217;educazione -, solo attraverso il reciproco accogliersi ed educarsi può avere luogo, oltre che il &#8220;miracolo&#8221; della comunicazione, anche quello di una umanizzazione dell&#8217;ambiente postmediale in cui viviamo:</p>
<p>&#8220;Il dialogo è ciò che fa, ciò che deve fare di una necessaria informazione l&#8217;elemento di una formazione. Lo scambio tra chi educa e chi viene educato tende a essere il crogiolo dove si operano lentamente il mutamento della cultura e l&#8217;evoluzione del linguaggio: è lì, in modo privilegiato, che devono mescolarsi due correnti, quella di una tradizione e quella di una rivoluzione; è lì che si costituisce un &#8216;umanesimo in sviluppo&#8217;, e che si forma l&#8217;uomo moderno, che insegna a che impara, chiamato a imparare per tutta la vita&#8221; (M. De Certeau, <em>Lo straniero o l&#8217;unione nella differenza</em>, Milano, Vita e Pensiero 2010, p. 53)</p>
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		<title>Verso testimoni digitali</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Mar 2010 20:31:29 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa mattina a Milano si è svolto un incontro di preparazione al convegno di aprile a Roma, che ormai si avvicina. E&#8217; stato un momento molto denso di contributi, e fortemente partecipato: introdotto da una riflessione dell&#8217;arcivescovo di Milano, è proseguito con i contributi di Ruggero Eugeni, di Mons. Diego Coletti (vescovo di Como), della sottoscritta e di don Ivan Maffeis, il tutto coordinato da don Davide Milani. Abbiamo anche assistito a una videointervista realizzata da Gianni Riotta al Card. Martini sul tema del continente digitale. Una sintesi degli interventi, la relazione dell&#8217;arcivecovo di Milano e la videointervista si possono trovare sul sito della diocesi di Milano (<a href="http://www.chiesadimilano.it/">http://www.chiesadimilano.it/</a>), mentre qui vorrei riassumere alcuni spunti della relazione di Ruggero Eugeni (docente di semiotica dei media alla Cattolica di Milano, che sarà al convegno Testimoni Digitali) e del vescovo Coletti.</p>
<p>Eugeni ha sottolineato come il continente digitale sfugga alle mappe e alle cartografie sulle quali molto dello sviluppo occidentale (comprese le esplorazioni e le conquiste) si era basato: le nuove categorie di &#8220;rete&#8221; e di &#8220;globo&#8221; mettono in crisi i caposaldi della &#8220;cultura dela mappa&#8221; (il territorio della rete, per esempio, non è misurabile, ma è sempre mutevole e dinamico). Tre aspetti paiono particolarmente salienti nel nuovo territorio digitale: l&#8217;emergere di pratiche competenti; la priorità delle relazioni sugli spazi (è la relazione che costruisce gli spazi, non gli spazi che ospitano le relazioni), e in particolare l&#8217;emergere di forme potenzialmente interessanti di relazione, come l&#8217;incontrarsi, il fidarsi, il condividere; e infine, le nuove forme di affettività deterritorializzata (affettività diffusa, ma anche confusa..). Il nuovo  territorio senza mappe della rete produce una cittadinanza paradossale, fatta di molteplici appartenenze che non corrispondono necessariamente a un territorio.</p>
<p>Diego Coletti ha invece sottolienato la necessità di &#8220;riabilitare&#8221; la parola, restituendola alla sua vera &#8220;patria&#8221; (la relazione tra le persone nella comunicazione) e liberandola dalla &#8220;terra straniera&#8221; della funzionalità tecnica e dell&#8217;informazione, degli slogan e dell&#8217;emotività superficiale. La parola che accade tra due individualità in relazione ha la forza generante tipica dell&#8217;educazione (che non è mai solo &#8220;maieutica&#8221;), ed è capace di far nascere nell&#8217;uomo ciò che lo rende pienamente umano: la capacità di significare e veicolare la verità dell&#8217;amore. Come scriveva Angelo Silesio già nel XVII seolo &#8220;Nulla esiste, tranne Io e Tu: e se noi due non fossimo, allora Dio non sarebbe più Dio e il cielo cadrebbe in rovina&#8221;. Solo l&#8217;educazione, fondata sulla reciprocità delle coscienze, può dare vita alla parola &#8220;giusta&#8221;. In Dio, parola e amore sono la stessa cosa: una parola amante si rivolge all&#8217;uomo facendolo diventre il proprio Tu, ed esige Amore non come comandamento estraneo, ma come invito all&#8217;esperienza libera dell&#8217;amore. Il fallimento educativo avviene quando questa parola viene ridotta a una &#8220;cosa&#8221;, quando il linguaggio oggettivante annulla la relazione dialogica. E senza l&#8217;incontro con la parola dell&#8217;amore, l&#8217;uomo non può avere piena coscienza della propria vita in quanto umana.</p>
<p>Quello che penso io della testimonianza ormai lo conoscete, e per oggi mi piace essere la testimone del pensiero di altri, grata di tante sollecitazioni e rinfrancata da tante risonanze.</p>
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		<title>La violenza sulla rete</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 19:31:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eratestimone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non si può non farsi delle domande di fronte all’ultimo caso del gruppo contro i bambini down su Facebook, e alla clamorosa decisione del tribunale di Milano di condannare tre dirigenti di Google per la pubblicazione su Youtube, nel 2006, del video, girato col telefonino, di un ragazzino disabile picchiato e sbeffeggiato dai compagni di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non si può non farsi delle domande di fronte all’ultimo caso del gruppo contro i bambini down su Facebook, e alla clamorosa decisione del tribunale di Milano di condannare tre dirigenti di Google per la pubblicazione su Youtube, nel 2006, del video, girato col telefonino, di un ragazzino disabile picchiato e sbeffeggiato dai compagni di scuola.<br />
Al di là della reazione immediata, che può essere di indignazione, di amarezza, di rabbia o altro, e prima di pensare a quale “punizione esemplare” infliggere ai responsabili, forse bisogna domandarsi su quale terreno culturale germogliano questi frutti disumani. E’ inutile scandalizzarsi, infatti, quando il clima che si respira è quello dell’ossessione identitaria e del rifiuto dell’alterità, vista come minaccia, disturbo, o al massimo utile capro espiatorio per ricompattare un “noi” che non esiste.<br />
Su questo sfondo culturale si innesta poi una questione generazionale. Nella società liquida, mobile, del rischio, dove i riferimenti sono stati decostruiti e tutti possono andare dove vogliono – peccato che non sanno cosa volere – l’ansia del fallimento, e soprattutto l’angoscia dell’irrilevanza, dell’invisibilità, del non essere sociale è fortissima. Il gesto delirante diventa allora un modo per dimostrare a se stessi e agli altri che si esiste, per far parlare di sé, per rendersi visibili anche a chi non vuole guardare. E la rete, oggi, rappresenta un palcoscenico ideale per attirare l’attenzione, anche nel dissenso: pare che la maggior parte degli iscritti al gruppo contro i bambini down fosse lì per protestare, ma questo non ha fatto che aumentare la visibilità, assecondando lo scopo…<br />
La cosa che personalmente più mi rattrista non è tanto l’uscita delirante,  quanto il vuoto di una generazione cresciuta a videogame e incapace di distinguere tra la realtà e la finzione, tra l’eccitazione del gesto estremo e le sue conseguenze. E’ triste quello che si intuisce: il vuoto di relazioni, il senso di irrilevanza esorcizzato dall’atto di violenza verbale, o di bullismo, la mancanza di empatia e, probabilmente di una “memoria corporea” di contatti rassicuranti, di un calore relazionale che non si può restituire se non lo si è sperimentato.<br />
Forse l’antidoto all’esibizione delirante di sé attraverso la violenza della parola e del gesto non è la punizione, ma l’educazione: ex-ducere, condurre fuori dalle proprie angosce che si tramutano in violenza distruttiva o autodistruttiva. Portare fuori dall’illusione di poter vincere la paura attraverso deliri su palcoscenici mediatici, e “dentro” la realtà calda, anche se spesso faticosa, delle relazioni con chi è diverso da noi. Prossimità e realtà, nelle sue facce molteplici che non finiscono mai di stupirci e di farci trovare tesori là dove non ce li aspettiamo, sono, forse, la via da tentare.</p>
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