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The Social Network

domenica, novembre 21st, 2010

The Social Network ( www.thesocialnetwork-movie.com) è uno di quei film che non sostengono una testi precisa, che non dividono il mondo in buoni e cattivi, ma che mostrano in maniera molto lucida la complessià e le derive del nostro tempo, forse anche al di là delle intenzioni degli autori. Lo stesso Marc Zuckenberg, l’inventore di Facebook, è piuttosto presentato come un antieroe, con i suoi sandali di plastica in tutte le stagioni e la sua “idiozia emozionale” (certamente non tecnologica!).

Uno degli aspetti che emergono chiaramente dalla storia (evidentemente una narrazione “dall’interno”, poichè Ben Mezrich, l’autore del romanzo dal quale il film è tratto, era stato a sua volta studente ad Harvard) è la relazione strettissima tra la socialità in rete e quella nella vita concreta dei ragazzi. Una relazione che è molto intricata da dipanare, dato che gli aspetti in gioco sono molteplici. Per esempio, appare evidente nel film la natura gerarchica e socialmente stratificata della società americana: anche tra gli studenti brillanti di una università prestigiosa come Harvard, quale era lo stesso Zuckenberg, le differenze sono marcate dalla possibilità di accesso ai club univeristari più esclusivi (come il Phoenix:  Mark Zuckenberg, per incontare i gemelli Winklevoss e valutare la loro proposta di  costruire un social network per gli studenti di Harvard, deve fermarsi alla “stanza delle biciclette”). Una delle motivazioni che spingono Zuckenberg a violare i confini virtuali dei college esclusivi per rendere accessibili gli studenti che ne sono membri è certamente il senso di esclusione sociale, che emerge anche, ingiustificatamente ma a segnalare un disagio personale, nella conversazione iniziale con Erica, la sua ex-ragazza. Grazie a Facebook ragazzi e ragazze altrimenti inavvicinabili possono diventare “amici”.

Un secondo motivo che conferma il ruolo del mondo sociale rispetto a quello virtuale riguarda proprio il fatto che Facebook nasce per mettere in relazione mondi sociali già esistenti e fortemente strutturati, quali le università americane di prestigio: infatti dopo Harvard la rete si allarga a Stanford, Palo Alto, e quando inizia ad estendersi in Europa, comincia da Cambridge e Oxford. Il social network non crea dunque mondi sociali virtuali, ma presuppone mondi sociali reali. Evidentemente il fatto di metterli in connessione e farne saltare i confini li modifica, ma si tratta di  ambienti che hanno solide fondamenta in una realtà estremamente concreta: tra gli obiettivi dichiarati da Zuckenberg, che emergono in una battuta del film, c’è appunto quello di “prendere l’esperienza sociale del college e metterla in rete”.

Le difficoltà relazionali personali e il desiderio di accedere a mondi relazionali che nella vita reale sono preclusi rappresentano due motivazioni forti per la creazione del social network, ma anche per l’accesso: questo è un aspetto importante per evitare di leggere il trionfo di Facebook come il trionfo dell’irreale e del fittizio sul sociale. Non si va in rete per rifugiarsi in un mondo fantastico, ma per avere relazioni con persone reali, per poterle finalmente incontrare.

I rischi naturalmente ci sono: anche la televisione, che era nata come una “finestra sul mondo”, è poi diventata un sistema autoreferenziale che si parla tendenzialmente addosso. Ma, almeno per ora, i social network continuano a mantenere fede alla loro vocazione relazionale. Il problema casomai sono i contenuti condivisi e i tipi di relazione: ma quelli, come il film mette spietatamente in evidenza, non sono certamente poveri per colpa dei social network…

The Social Network è un film che gli adulti dovrebbero vedere, magari con i loro figli, per capire meglio quali sono i rischi, e soprattutto i bisogni reali, dei nativi digitali.

Per i nativi digitali dai 18 ai 24 anni l’invito, oltre a vedere e commentare il film, è a compilare il questionario “Identità digitali” su www.testimonidigitali.it.

L’amicizia è un medium (per il messaggio della pubblicità…)

domenica, giugno 6th, 2010

Nell’ultimo numero di Internazionale (http://www.internazionale.it/sommario/) si può leggere un lungo articolo, veramente interessante, dal titolo “Il mio amico Facebook”. Oltre a fornire una serie di dati che è sempre bene avere presente (in soli sei anni di esistenza FB sta per raggiungere i 500 milioni di iscritti, quindi se fosse uno stato sarebbe il terzo più popoloso del mondo; dal 2006 si possono iscrivere anche i ragazzi che hanno compiuto 13 anni, ma è noto che gli 11enni si iscrivono barando sull’età; nei primi tre mesi del 2010 FB ha mostrato ai suoi utenti 176 miliardi di annunci pubblicitari), l’articolo, che è tratto dal Time, è sconcertante per le dichiarazioni di Mark Zuckerberg, e di alcuni suoi collaboratori, che vengono riportate. Mi colpisce sempre l’ipersemplificazione del modo americano di ragionare, e la totale assenza di problematizzazione rispetto a una serie di questioni di fondamentale rilevanza antropologica e sociale. In questo articolo si trovano almeno due affermazioni, disarmanti nel loro candore, ma anche indicative del vuoto culturale del mondo occidentale contemporaneo. La prima è “stiamo costruendo una rete in cui il default è sociale”. Se uno dei guru della rete si pronuncia in questo modo, identificando in maniera aproblematica connessione e relazione, accesso ai profili e socialità e anzi, ancora più gravemente, definendo la socialità come un “effetto” automatico della connessione, credo ci siano gravi motivi di preoccupazione.

La seconda affermazione è di un manager del gruppo Facebook, ed è relativa alla possibilità di sfruttamento commerciale delle reti di contatti, viste come contesti da sfruttare per inserzioni pubblicitarie mirate. Cito: “Se tre dei nostri amici cliccano ‘mi piace’ sul sito di una certa marca di pizza, presto potremmo trovarci un annuncio con i loro nomi che ci consigliano di provarla. E’ un tipo di pubblicità basato sull’influenza del gruppo. Sandberg e gli altri manager di Facebook sanno bene quanto conta il contesto per vendere un prodotto, e pochi contesti funzionano come quello dell’amiciza” (Internazionale 849, 4 giugno 2010, p. 39).

Non è un problema, quindi, che l’amicizia diventi un medium su cui far passare il messaggio pubblicitario, nell’ottica della strumentalizzazione, a fini economici, di ogni dimensione dell’umano:  è la specialità del nostro tempo.

E’ giusto che i genitori si preoccupino degli eventuali contatti con sconosciuti pericolosi attraverso i social network, specie quando i figli sono minori; ma è estremanente pericolosa e distruttiva anche la pedagogia implicita che, con grande leggerezza e una punta di soddisfazione, passa attraverso la gestione della rete come ambiente di relazioni (strumentalizzabili): è il “nichilismo sorridente” che distrugge, sotto i nostri occhi miopi e con il nostro superficiale consenso, le condizioni di una vita umana.