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	<title>L&#039;era dei Testimoni &#187; icona</title>
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	<description>Abitare il continente digitale - Chiara Giaccardi</description>
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		<title>Senza sguardo</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 10:34:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eratestimone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[donna]]></category>
		<category><![CDATA[fondamentalismo]]></category>
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Stampa, televisione, cartelloni e internet ci immergono in un universo di presenze virtuali e seduttive in cui la donna è onnipresente. L’immaginario attivato e riprodotto da queste immagini è, nelle retoriche dominanti, quello della liberazione dai ruoli, della padronanza di sé, del libero gioco delle identità, della trasgressione e così via. Ma sotto questa crosta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http:// www.piuvoce.net/newsite"><img class="aligncenter size-large wp-image-115" title="8 marzo" src="http://eradeltestimone.blog.testimonidigitali.it/wordpress-mu/files/2010/03/8-marzo-1024x693.jpg" alt="" width="450" height="304" /></a></p>
<p>Stampa, televisione, cartelloni e internet ci immergono in un universo di presenze virtuali e seduttive in cui la donna è onnipresente. L’immaginario attivato e riprodotto da queste immagini è, nelle retoriche dominanti, quello della liberazione dai ruoli, della padronanza di sé, del libero gioco delle identità, della trasgressione e così via. Ma sotto questa crosta ideologica, troppo funzionale alla riproduzione di un sistema onnivoro (che divora ogni aspetto del reale e della vita, e lo ripropone poi come merce da consumare) per essere casuale, si può leggere un’inquietante analogia, che rivela il libertarismo contemporaneo come l’altra faccia, parimenti disumanizzante, del fondamentalismo.<br />
Due immagini emblematiche, entrambe molto presenti sui media: la donna velata dal burqua, impermeabile allo sguardo e dunque incapace di restituirlo, murata nella sua invisibilità e incomunicabilità; la donna-manichino della pubblicità, perfetta nella sua femminilità di plastica, priva di espressione per poter assumere plasticamente qualsiasi espressione, priva di sguardo perché lo sguardo, lo sa bene il fondamentalismo islamico, è un connettore relazionale, genera un legame di reciprocità.<br />
Il volto oscurato e il volto inespressivo sono entrambi un non-volto: la differenza è nella manifestazione, che è però epifenomeno di una stessa verità. L’essere umano di oggi è senza sguardo. La sua umanità è mutilata. La sua immagine è cancellata (dalla copertura di stoffa) o resa idolo, riempita dai significati della cultura dell’immagine e del consumo,  senza aperture. In entrambi i casi, non c’è spazio alcuno per l’individualità. la libertà, l’umanità.<br />
Il primo caso è il più evidente: il fondamentalismo rompe la dialettica dubbio/certezza, e chiede adesione pura alla certezza indiscussa. Ogni affermazione di individualità, ogni sguardo di curiosità, ogni reciprocità comunicativa non può che rappresentare un potenziale pericolo. Negare lo sguardo (la visibilità ma anche la reciprocità) è un modo di tenere in schiavitù (diverso, ma non è questa la sede per parlarne, il discorso del hijab, che ha più a che vedere con il pudore, con le tradizioni, con l’esibizione di segni identitari).<br />
Ma anche la nostra cultura rischia di produrre soggetti senza sguardo. Non perchè devono guardare una cosa sola, ma perché devono essere liberi di poter guardare tutto, e così non guardano niente: ogni fissazione dello sguardo potrebbe compromettere il libero gioco delle possibilità, potrebbe rendere, con una bella espressione di Lévinas, “ostaggio dell’altro”. Questi corpi senza sguardo sono anche corpi muti, chiusi nella loro ottusità e sordità a tutto ciò che è altro (che ne potrebbe rivelare l’aspetto grottesco). Pure presenze senza rinvio, sigillate, secondo una efficace espressione di Jean-Luc Nancy, in un “blocco stupido e soddisfatto di sé”.<br />
L’immagine, allora, da possibile “icona” (come soglia verso una realtà che non può mai essere totalmente presente), diventa “monstrum”, ostensione violenta che non ammette altro fuori di sé, che esclude, con la propria arrogante esibizione di non senso, la possibilità stessa del senso. Una presenza piena, un coagulo di materia, un idolo che non rimanda ad altro tranne che a se stesso.<br />
Lo scontro di civiltà si rappresenta oggi sul corpo della donna come esibizione di due estremi violenti: il senza-immagine (lo sguardo coperto) e il tutto-idolo (la presenza appagata di sé, lo sguardo che non guarda)<br />
In entrambi i casi si può intravvedere un’operazione biopolitica: iscrivere nel corpo del soggetto la verità che si vuole affermare.<br />
Come scrive Nancy, “la violenza è sempre un eccesso sui segni”: lavoriamo allora per sottrazione, rifiutando che qualsiasi immagine (anche quella agiografica ed edificante) si trasformi in idolo, in presenza piena, cieca e sorda a una verità che si nasconde sempre e che nessuno, per fortuna, può possedere.</p>
<p>Editoriale pubblicato su piuvoce.net:  <a href="http://www.piuvoce.net/newsite/articolo_opinionista.php?id=163">http://www.piuvoce.net/newsite/articolo_opinionista.php?id=163</a></p>
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