Nel monastero dell’Atlante si vive quotidianamente la poesia dell’essenzialità, ritmata sui tempi della natura, del lavoro quotidiano, dell’accoglienza, dell’attenzione a chi chiede di essere ascoltato. Nessuna retorica, nessuna agiografia, niente di idilliaco, solo una trasparente semplicità. E’ la quotidianità del bene che non fa rumore né notizia, ma rende la vita degna di essere vissuta. Su questo sfondo apparentemente ripetitivo e sempre identico a se stesso si stagliano le vicende personali, sociali e politiche di una piccola comunità di monaci in Algeria, in un momento storico (la seconda metà degli anni ’90) che vede affacciarsi i fondamentalismi religiosi, a fronte di una difesa sempre più strenua della “laicità dello stato” nel film “Gli uomini di Dio” (per una bella riflessione sul film si veda l’intervista video a Enzo Bianchi, http://www.monasterodibose.it/content/view/3766/466/lang,it/ ).
Semplicità e silenzi consentono al complesso alternarsi delle emozioni, pur senza nessuna concezione all’eccesso, (anzi in una sobrietà che risulta direttamente proporzionale all’intensità) di emergere nella loro forza drammatica. Quella che traspare dai volti dei monaci, dai loro sguardi, dalle loro invocazioni e dai loro silenzi riflessivi è un’antropologia sfaccettata e sensibile alle sfumature dell’umano, così come alle sue emozioni profonde: paura, incertezza, dubbio, compassione, gioia, riconoscenza, condivisione, stupore di fronte alla natura, incoraggiamento reciproco, attenzione e sollecitudine per il prossimo: in piccole scene di grande delicatezza, come quella del frate-medico Luc che si accorge delle scarpe sfondate di una giovane mamma del villaggio e provvede a trovargliene un paio in migliori condizioni, o l’anziano frate Amédé che massaggia le spalle del giovane Michel, traumatizzato dopo la prima incursione dei terroristi al monastero. O, ancora, nella sollecitudine con cui il superiore chiede all’anziano confratello Luc, mentre salgono a piedi nella neve sul monte del martirio “ce la fai?”, dandogli il braccio: neppure le circostanze più drammatiche privano della dignità, e ciascuno puo’ aiutare gli altri in difficoltà a non perdere la propria.
Il film affronta in modo sobrio e misurato, ma non per questo meno incisivo, anche la questione dell’identità. Un’identità che non è né data una volta per tutte, né da affermare e tantomeno da difendere dalle possibili “contaminazioni”: un essere umano ferito è un essere umano che soffre, non un nemico che si merita quello che ha ricevuto. E’ questa logica di libertà e di amore per l’umano, al di là anche della sua disumanità, anche in assenza di reciprocità che, molto semplicemente, caratterizza la vita dei monaci.
Una identità che può essere custodita proprio grazie al fatto che altri aiutano a mantenere fede alle proprie promesse: come nel caso della donna musulmana che, al superiore ormai quasi convinto dell’opportunità di abbandonare il paese coi confratelli, si rivolge con un richiamo che produce un cambiamento di rotta: “noi siamo gli uccelli e voi il ramo; se il ramo non c’è più, dove ci poseremo?”.
“La nostra identità è nascere continuamente”, afferma il superiore, Christian: una frase che sembra contrastare con l’immobilismo che si attribuisce alla vita religiosa, e che è ben lontana, parimenti, da quello “splendore dei ricominciamenti” che per Augé caratterizza la cultura della contemporaneità: è un cambiamento nella continuità e nel dialogo con le circostanze le persone.
I monaci dell’atlante non sono eroi né martiri. Sono uomini che hanno paura, che si interrogano continuamente sul da farsi, che a un certo punto sembrano decidere di lasciare un luogo ormai divenuto troppo pericoloso, che a volte, persino, mettono in dubbio la loro scelta (come il più giovane di loro, che dichiara al suo superiore “io prego, ma non sento più niente”). Tutto questo è profondamente umano; non c’è nessuna vergogna in tutto ciò. Il dubbio, la crisi fanno parte del percorso di ciascuno. E’ però affatto scontato il modo in cui questi sentimenti ed emozioni ambivalenti vengono affrontati: non con un atto volontaristico (rinuncia o affermazione eroica di sé), ma con l’ascolto, il dialogo, la preghiera. La verità si riceve sempre da altri: dai confratelli, ascoltandosi e sostenendosi a vicenda; dalle persone con cui si condivide la vita quotidiana; da Dio nella preghiera. E, nello stesso tempo, è chiaro come nessuno può scegliere al nostro posto: è questo il paradosso e l’eccedenza della libertà, che il film mostra senza inutili retoriche.
Così come mostra anche che si possono amare gli altri che non abbiamo scelto (i confratelli sono tutti diversi tra loro, per età, sensibilità, temperamento, interessi), e i “fratelli musulmani” sono diversi per fede, usanze, cultura. Ciò non impedisce la benevolenza, il dialogo, l’affetto.
E’ significativo che il regista, Xavier Beauvois, 43 anni, sia un laico, che dichiara di se stesso “Ho metà cervello che non crede in niente e l’altra che crede in tutto” (in una bella intervista su Vita del 10 dicembre). Forse un regista cattolico non avrebbe resistito alla tentazione agiografica, mentre un “fondamentalista laico” avrebbe cercato di suggerire le “vere” ragioni (pienamente umane) dietro un comportamento così eroico.
Con grande rispetto, sensibilità e poesia il laico Beauvois ci invita invece a porci la domanda fondamentale: ci sono uomini e ci sono dei (il titolo originale è “Les hommes et les dieux”). Comunque gli uomini si votano a qualche dio, sia esso il potere, l’affermazione di sé, la ricchezza: che uomini siamo dunque, e chi vogliamo che sia il nostro dio?