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Il “silenzio” di Obama

venerdì, maggio 6th, 2011

Abbiamo assistito, forse senza prestarvi troppa attenzione (ma ormai per ottenere l’attenzione l’unico modo sembra quello di urlare più forte, nel frastuono che ci circonda) a qualcosa di inusuale, che ci invita a riflettere.

Di fronte a un evento tanto atteso, l’uccisione del simbolo dell’estremismo islamico, anzichè cavalcare il cavallo del trionfalismo, l’esibizione di vittoria, l’umiliazione del nemico si è scelta una via controcorrente: rinunciare a un vantaggio immediato (di popolarità personale,  di visibilità mediatica globale), in nome di un bene più grande, anzi due: evitare di infiammare gli animi di chi ha visto in questa operazione una sconfitta, offrendo, con l’ennesimo “rituale di umiliazione” un pretesto per  reazioni di vendetta violenta; mostrare che la morte, anche quella di un nemico,  non può essere mai occasione di festeggiamento, e  va trattata comunque con rispetto  (in questo, casomai, può emergere il “differenziale di civiltà”).

Secondo qualcuno Obama ha sbagliato a non mostrare il corpo (come se le immagini fossere oggi capaci di “provare” qualcosa).

Invece, ha mostrato eccome: ha mostrato che è possibile dire “no” a un certo “diritto di cronaca” che spettacolarizza e strumentalizza anche la morte; ha mostrato che il senso del limite è più importate del fare tutto quello che si potrebbe fare; ha mostrato che la parola più incisiva è quella “che indica in direzione dell’indicibile, e porta così il silenzio nella parola stessa” (Romano Guardini).

I volti di Bin Laden: immagini in cerca di realtà

martedì, maggio 3rd, 2011

Ieri mattina l’annuncio: l’uomo più ricercato del mondo catturato e ucciso durante un’operazione dei corpi speciali della Cia. E la prova:  il volto sfigurato dalla morte (che ha sempre, nella sua esibizione, qualcosa di “osceno”, nel senso che dovrenne stare ob-scena, fuori dalla scena appunto). Peccato che l’immagine, diffusa da tutti i maggiori quotidiani non fosse “vera”, ma circolasse in rete da tempo.

Cos’è successo all’immagine?

La cultura contemporanea rischia di produrre un’invisibilità del reale, sia per eccesso che per difetto di immagini. L’eccesso ci circonda, ci satura, ci esonera dalla scelta, ci sommerge senza lasciarci il tempo della valutazione, del distacco, del silenzio, dell’interpretazione.

Viviamo in realtà in un’epoca di “analfabetismo dell’immagine”, come già scriveva Benjamin, dove la leggibilità delle immagini diventa scontata, ci mette in presenza di cliché anziché aprire uno squarcio sul nuovo, mentre un’immagine che parla è prima di tutto un’immagine capace di disorientarci, di produrre un mutismo provvisorio che è la condizione per rinnovare il nostro modo di guardare il mondo e il nostro pensiero (ovvero, con Benjamin, di fare esperienza). Oggi le immagini non parlano, fanno rumore. Un rumore che ci distrae, ci culla, ci intrattiene, ci anestetizza, ci “massaggia” come direbbe McLuhan.

Il rischio è quello  di un immaginario mutilato e di una cecità inconsapevole, come   scrive Georges Didi-Huberman: “Viviamo all’epoca dell’immaginazione lacerata. L’informazione ci dà troppo moltiplicando le immagini, e noi siamo portati a non credere più a niente di ciò che vediamo, e infine a non volere più guardare niente di ciò che abbiamo sotto gli occhi” (“L’immagine brucia”, in Teorie dell’immagine, a cura di A. Pinotti, A. Somaini, Milano, Cortina, 2009, p. 258).

Oscilliamo in realtà tra un non credere a niente e un credere a tutto. Su questa ambivalenza si inserisce appunto la tendenza “fictual” di tante immagini che stampa e televisione ci propongono oggi. Emblematico a questo riguardo era stato, per esempio, il caso della foto di Chiara Poggi, vittima dell’omicidio di Garlasco, insieme alle due cugine. La foto, circolata nel periodo successivo al tragico evento, si è poi rivelata un montaggio eseguito con photoshop dalle due ragazze, che volevano un “ricordo” con la cugina scomparsa (ma forse, più semplicemente, cercavano di cogliere un’inaspettata quanto forse irripetibile occasione di visibilità).

L’effetto che si vuole ottenere sovrasta il riferimento alla realtà, che diventa manipolabile a piacimento, in-differente appunto: il reale non è più in grado di segnare delle differenze (tra vero e falso, tra ciò che accaduto e ciò che non lo è), ma diviene materiale da manipolare a piacimento, senza altro criterio che l’arbitrio individuale. Il digitale rende questa manipolazione veramente un gioco da ragazzi.

La manipolazione dell’immagine, e quindi l’uso perverso del suo potere documentale, non è però certo una novità dell’era digitale: invito a leggere l’inizio de Il libro del riso e dell’oblio, di  Milan Kundera ( Bompiani, 1980) per un esempio illuminante, dal quale possiamo ricavare l’insegnamento che la realtà lascia sempre la sua traccia, che però non è immediata, ma richiede di essere “scovata” e interpretata al di là delle evidenze più palesi; o possiamo riconoscere che oggi, con il digitale, la possibilità di manipolazione è aumentata illimitatamente, e quindi il valore documentale dell’immagine è completamente caduto (se mai c’è stato veramente).

Forse il digitale ci insegna che la realtà dell’immagine è cambiata: non più “documentale” (se mai lo è stata), ma “testimoniale” (di un soggetto che si prende la responsabilità di ciò che mostra), o poetica, o simbolica.

Oggi è stata diffusa una nuova immagine del cadavere di Osama (http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2011/05/03/pop_osama.shtml). Sarà quella “vera”? Almeno, the day after, la domanda viene posta.

Verità dell’immagine e verità dello sguardo

venerdì, febbraio 12th, 2010

Nel linguaggio giuridico il testimone è colui o colei che non possiede la verità, ma ha sulla verità una prospettiva parziale e ciononostante attendibile, perché è stato/a presente all’evento, ne è stato toccato/a, e quindi può contribuire alla ricostruzione della verità dei fatti.
Se traduciamo questa figura nell’esperienza quotidiana, nella dimensione esistenziale, vediamo che la definizione tiene, anche se la verità cui ci riferiamo non è, o non è solo, quella dei fatti.
Ogni testimonianza della verità è insieme parziale e irrinunciabile: questo ci consente di rileggere la questione dell’unicità di ciascuna persona in chiave non individualistica, ma relazionale: è solo nella relazione, e nella comunicazione, che la nostra pur legittima – e assolutamente unica (nessuno vede e sente esattamente quello che vedo e che sento io) parzialità prospettica si può comporre con altre, e in questo modo può contribuire a ricomporre un’immagine, sempre incompleta, ma potenzialmente sempre più ricca, della verità.
Me le immagini, questi squarci prospettici sul reale che quotidianamente accompagnano le nostre vite, ci aiutano a ricomporre la verità? Forse non tanto, come acutamente suggerisce Georges Didi-Huberman, filosofo e storico dell’arte (“L’immagine brucia”, in Teorie dell’immagine, a cura di A. Pinotti e A. Somaini, Milano, Raffaello Cortina, 2009, pp. 258-259):
“Viviamo all’epoca dell’immaginazione lacerata. L’informazione ci dà troppo, moltiplicando le immagini, e noi siamo portati a non credere più a niente di quello che vediamo, e infine a non volere più guardare niente di ciò che abbiamo sotto gli occhi”.
Riusciamo a essere testimoni quando riusciamo a posare sulla realtà e sul volto dell’altro uno “sguardo senza immagine”, senza i filtri e le incrostazioni del “troppo” che abbiamo già visto. Solo così la realtà appare come nuova, e genera “meraviglia e stupore” (At 3, 10).
Il testimone si ostina a guardare oltre le immagini, e per questo, alla fine, riesce a vedere qualcosa di vero.