Posts Tagged ‘individualismo’

Traiettorie della comunicazione nell’era digitale

giovedì, maggio 26th, 2011

Si è concluso da poco il convegno “Abitanti digitali”, e sono appena tornata da un altro interessante convegno internazionale, “McLuhan Galaxy”, organizzato dall’Università di Barcellona in occasione del centenario della nascita di McLuhan.

In entrambi i convegni si è parlato di web, ma sono rimasta molto colpita dal taglio eccessivamente “tecnoentusiasta” delle relazioni di Barcellona, in particolare di quella di Manuel Castells, giustamente considerato uno dei più acuti interpreti della “network society”. Castells continua a difendere l’idea di individualismo interconnesso e vede il network come una matrice di libertà e Internet come lo strumento tecnico che potenzia di per sè questa libertà: una delle sue affermazioni  che mi hanno colpito è “The more you use Internet, the more you become autonomous and viceversa” (“più si usa la rete e più si diventa autonomi, e viceversa”). Una sorta di determinismo tecnologico iperottimista che mi pare sottovalutare tante pressioni (culturali, economiche, tecnologiche) che pesano sul modo in cui le persone stanno in rete, e soprattutto sugli esiti di questo loro “soggiorno”….

Mi convinco sempre più che ormai le posizioni si polarizzano tra i tecnoentusiasti completamente acritici (e sono la maggior parte) e i critici apocalittici (una minoranza sparuta in via di estinzione), proprio perchè ci si colloca totalmente in un’ottica immersiva e immanente, da un lato ai dispositivi, dall’altro al clima culturale dominante. Forse si uscirebbe da questa falsa alternativa se solo si avesse il coraggio di adottare un punto di vista non totalmente immerso nelle logiche del dispositivo….

E anche le posizioni cosiddette “progressiste” (quale quella in cui Castells si identifica) sono in realtà perfettamente integrate alla mentalità corrente tecnoentusiasta, e non si capisce veramente di che “progressismo” stanno parlando.

Mi ha colpito anche il continuo uso e abuso di epressioni tratte dal linguaggio della fede. Un inglese molto brillante che ha fatto un bell’intervento sull’uomo post-tipografico e su come si trasforma la lettura dal “close reading” della cultura umanistica (la persona faccia a faccia con il libro) al “distant reading” della cultura post-tipografica (in cui viviamo immersi in un “real time stream” di dati…) parlava per esempio di “messianesimo del web”, solo perchè la rete coltiva l’apertura a un futuro inaspettato….

Rispetto a queste riflessioni, certamente interessanti ma difficili da ricomporre in una visione utile a interpretare il presente e soprattutto orientare l’azione, ciò che è emerso dal convegno di Macerata mi pare, anche dal punto di vista teorico, un passo avanti.

E mi sento anche, sulla base dei risultati della ricerca su “Identità digitali”, di confutare, almeno in parte, un’altra affermazione di Castells: “Social Network have no leader. If you are a leader, you will be cut off” (“I SN non hanno leader; se tu sei un leader, sarai tagliato fuori”). In realtà dalla nostra indagine è emerso chiaramente come nel contesto orizzontale del web prendono forma nuove forme di leadership “morbida”, basata su una autorevolezza riconosciuta all’interno del gruppo, e su una vicinanza e somiglianza percepita, all’interno di un rapporto orizzontale di reciprocità: qualcosa di molto simile, pur con le dovute differenze di contesto, a quegli “influenti” o “opinion leader” di cui parlava Lazarsfeld in Personal Influence a metà degli anni ‘50.

Sicuramente il tema della leadership e della ridefinizione del carisma nell’era orizzontale del web  non può essere liquidato troppo velocemente, e ci torneremo…

Il testimone e l’etica della responsabilità

lunedì, marzo 22nd, 2010

Cercare di comprendere come interpretare oggi il ruolo di testimoni implica ripensare il rapporto con il tempo e abbandonare quella modalità ormai divenuta non problematica che Bauman chiama “memoria a videotape”, pronta a cancellare in ogni momento il passato, il “già visto”, per registare qualcosa di sempre nuovo, che a sua volta diventa presto obsoleto.

Il filosofo Remo Bodei, in un piccolo saggio intitolato Libro della memoria e della speranza, esprime bene quel nesso tra responsabilità e durata che è la condizione per l’esercizio della responsabilità, prima di tutto verso se stessi e verso la propria storia, e poi verso gli altri:

“Negli ultimi decenni l’etica della responsabilità è stata in genere diluita in favore di un mutamento endogeno del sistema delle preferenze e delle scelte (…) e di una concezione dell’identità personale non più strettamente legata alla propria coerente continuità psicologica. Ci si sente cioè meno solidali con le decisioni del proprio passato, quasi fossero state prese da un altro, e si affrontano quelle presenti con la riserva mentale della loro revisione, secondo il mutare delle circostanze e dei propri desideri”.

Questa critica non mira a escludere, naturalmente, la possibilità del cambiamento, ma lo àncora a una storia, che è fatta non solo di eventi e di scelte personali,  ma di intrecci con altre storie, con le vite di altre persone;  nella consapevolezza che ogni nostra scelta, nel bene come nel male, si ripercuote su chi è a noi legato in qualche modo. In una prospettiva relazionale e non individualistica, la nostra libertà non riguarda mai solo noi stessi: e questo non costituisce un limite, ma un criterio per orientare le scelte e le azioni verso un bene comune.

Il racconto del testimone

sabato, marzo 6th, 2010

Nella staffetta il testimone è l’oggetto che viene passato dalle mani di un giocatore a quelle di un altro, e che alla fine solo uno porterà al traguardo, ma soltanto se i suoi compagni di squadra saranno stati bravi a passarglielo. La testimonianza è insieme individuale e collettiva. E’ il singolo testimone che si assume la responsabilità (di correre forte, in questo caso), ma può farlo anche perché la verità che ha conosciuto a sua volta gli è stata trasmessa, o perché ha potuto diventare sensibile alla verità grazie al fatto che tante persone (o magari anche una sola) conosciute nella sua vita lo hanno aiutato ad aprire gli occhi e il cuore.
Ciascuno di noi non è un’ isola, ma il filo di un tessuto. La nostra storia si intreccia con quelle di tanti altri, che hanno lasciato tracce nella nostra vita, senza le quali non saremmo le persone che siamo (anche se, da esseri liberi, non possiamo essere il semplice risultato delle tracce). E se dal tessuto si toglie anche un solo filo, questo si indebolisce, e si può lacerare.
Il testimone quindi parla da un intreccio di storie, e si rivolge ad altri: la testimonianza è doppiamente relazionale, all’indietro e in avanti, e attraverso il dono gratuito della narrazione e della parresìa rinsalda la trama degli intrecci, dei legami, dell’essere insieme, nutrendo questo legame di contenuti da condividere e da ri-raccontare.
In un mondo di individualismo che a volte rasenta il patologico mi piace pensare alla testimonianza come a una forma di individualità relazionale, che passa attraverso la libertà (scegliere di dire, o di fare, rivolti ad altri) e attraverso l’unicità della prospettiva che noi possiamo offrire della verità. Ciascuno di noi è un testimone irripetibile e imperdibile: come non esistono due impronte digitali uguali, così non esistono due testimonianze uguali della stessa verità (lo sa bene la giustizia, che cerca sempre di ricostruire i fatti basandosi su più testimonianze, consapevole insieme della verità e della parzialità di ogni testimonianza: anche quello giuridico è un campo semantico che può aiutare a meglio comprendere il significato della figura del testimone!)
L’individualità del testimone (fatta di libertà e responsabilità) non è perciò assoluta: è relazionale, mira a comunicare, a creare comunione, a condividere la buona notizia (o, nei casi drammatici che la storia ci ha consegnato, come l’olocausto, a condividere la cattiva notizia, per poter aprire gli occhi sulle atrocità di cui l’essere umano può essere capace, e non ripeterle).
Tante verità si conoscono solo grazie ai testimoni. E senza testimonianza siamo portati a non dare valore a ciò che ascoltiamo (chiunque abbia dei figli lo sa: solo testimoniando si è autorevoli).
E le testimonianze vanno raccolte e fatte durare, perché possano conservare nel tempo la loro capacità di promuovere il bene e combattere il male.
Da questo punto di vista il continente digitale rappresenta un luogo provvidenziale per lo scambio e l’”archiviazione” delle testimonianze, per condividere l’intreccio delle storie, per narrare creativamente attraverso linguaggi diversi, per salvare dalla caducità le narrazioni, per renderle recuperabili e di nuovo condivisibili, anche a distanza di spazio e di tempo.
Se riusciamo a pensare la rete non come un grande palcoscenico dei nostri “ego”, ma come un mondo di intrecci potenzialmente infiniti di storie che ci legano ad altri, riusciremo a rendere vivibile e umano il continente digitale.