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Giornalismo, infrastruttura della democrazia?

venerdì, aprile 15th, 2011

Dal 13 al 17 aprile Perugia ospita il Festival del Giornalismo. Nel suo discorso di apertura, Carlo De Benedetti ha ribadito il ruolo cruciale del giornalismo di qualità nel panorama sempre più complesso e caotico dell’informazione dell’era ipermediale: un ruolo che contribuisce all’esercizio della democrazia. Ne riporto un passaggio che mi pare significativo (per il testo completo (http://www.festivaldelgiornalismo.com/):

E’ un’evoluzione del problema che evidenziava Popper in relazione alla televisione. La democrazia – diceva Popper – ha sempre inteso far crescere il livello dell’educazione. È questa una sua vecchia aspirazione. Con “la televisione però -  aggiungeva – questo non conta più, ma conta solo la quantità abbondante di sale e pepe che rende l’offerta ricca di sapori, rappresentati il più delle volte dal sensazionalismo o dall’estremismo dei concetti espressi”.

E’ un problema denunciato recentemente anche da Papa Benedetto XVI. Lo cito perché mi ha colpito per efficacia: ogni giorno – ha detto il Pontefice – attraverso i media “il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare più insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci”.

Anche questo è il problema che oggi abbiamo davanti. Ed è per questo che c’è un urgente bisogno di uno sforzo comune nella difesa di una informazione più critica e consapevole, un’informazione che aiuti a distinguere, a capire, a giudicare. Finanche educare.

L’informazione non può ridursi a istantanee giustapposte della realtà. Moises Naim, l’animatore di Foreign Policy, ha parlato della necessità di sherpa informativi. Ecco, i giornali sono degli sherpa informativi. Ma anche su internet servono gli sherpa. Anzi, nell’oceano di frammenti informativi di cui è costituita la rete è assolutamente necessaria la presenza di isole fatte di informazione di qualità, magari in collegamento e sinergia con i quotidiani, che possano costituire approdi sicuri per una cittadinanza consapevole.

Questa informazione va assolutamente sostenuta e fatta crescere. Perché, lo ripeto, è un’infrastruttura fondamentale della democrazia. Che sia su carta, che sia sul web, che sia in televisione o in radio.

Un’infomazione che fornisca, responsabilmente, bussole per orientarsi; che operi in sinergia tra media tradizionali e nuovi;  che aiuti a distinguere e valutare, educando alla consapevolezza e al confronto è dunque possibile?


I giorni degli sciacalli

domenica, aprile 3rd, 2011

Ci risiamo. I media nelle loro peggiori performances, ovvero il cinismo come strumento di rincorsa dell’audience. Ma per capire il delirio del presente facciamo un passo indietro.

Negli anni ‘70 un grande studioso inglese, Raymond Williams, in un libro importante sulla televisione (Television: Technology and cultural form, 1974) aveva coniato l’idea di “flusso” televisivo: una sorta di riassemblaggio di frammenti incastrati tra loro (segmenti di programma, pubblicità, trailer) e senza soluzione di continuità, in un’emissione continua che cancella i programmi, i testi e, come direbbe McLuhan, “massaggia” lo spettatore.

Cosa succede allora quando il film Cenerentola di Walt Disney (destinato evidentemente a un’audience di piccoli) è interrotto da uno spot di Porta a Porta (programma auspicabilmente non per bambini) che trasmette immagini non autorizzate dai genitori di una bambina scomparsa e tragicamente uccisa? Segmenti eterogenei, destinati a fruitori differenti (alcuni dei quali, pergiunta, privati) vanno a comporre una sorta di macromessaggio che non può che generare effetti negativi: confusione, senso di smarrimento, paura; o, peggio, senso di equivalenza (è tutto finzione…).

Il diritto di cronaca deve misurarsi con altri diritti: di tutela dei minori, di rispetto del dolore (prima ancora che della privacy), di rispetto della dignità delle persone. E di fronte a questi non può avere la meglio.

Il giornalista che non sa discernere, che non riconosce un limite, che non esercita la responsabilità del suo importantissimo ruolo tradisce il proprio mandato e contribuisce all’inquinamento del clima culturale e morale di un Paese già molto provato.

wikirivoluzione?

sabato, febbraio 5th, 2011

Sull’ultimo numero di Internazionale ho trovato due articoli interessanti, che offrono una serie di spunti per riflettere, oltre che su ciò che sta accadendo nel mondo intorno a noi, anche sul ruolo delle nuove tecnologie nelle profonde trasformazioni cui stiamo assistendo. Il primo è del celebre sociologo Manuel Castells, autore tra l’altro del recente Potere e comunicazione (2009), e riguarda il ruolo delle nuove tecnologie nelle rivoluzioni del presente, come la rivolta di Tunisi che ha portato alla deposizione del presidente Ben Ali, o quella che sta infiammando l’Egitto. (http://www.internazionale.it/i-gelsomini-tunisini-viaggiano-in-rete/ ).

Il secondo è di un giornalista del New Yorker, Malcolm Gladwell, e si intitola “Twitter non fa la rivoluzione” (http://www.internazionale.it/sommario/).

I due articoli sostengono due tesi aparentemente opposte, ma che in realtà convivono perfettamente.

Secondo Castells la vera rivoluzione comunicativa non è quella di Wikileaks (che rivela ciò che in fondo già tutti sapevano e che in realtà ha un approccio molto poco “wiki”, dato che è centralizzato e personalizzato), ma quella del nuovo sistema di cominicazione “costruito come un mix interattivo tra tv, internet, redio e sistemi di comunicazione mobile”.  La televisione satellitare Al Jazeera ha raccolto le informazioni diffuse su internet dai cittadini, organizzando poi gruppi su Facebook e ritrasmettendo le notizie gratuitamente sui cellulari. In un Paese dove la metà della popolazione ha meno di 25 anni, e dunque popolato da nativi web 2.0, questo tipo di sistema comunicativo può funzionare perfettamente (forse nella vecchia Europa un po’ meno).

Castells sottolinea giustamente due aspetti: 1) non è la comunicazione a far nascere la rivolta, ma la situazione di miseria, esclusione sociale, democrazia di cartapesta, informazione oscurata; è la realtà, la vita delle persone e la loro iniziativa il motore della rivoluzione; 2) senza i nuovi media la ricoluzione non avrebbe avuto le stesse caratteristiche: “la spontaneità, l’assenza di leader, il protagonismo di studenti e professionisti”.

Più cauto nel giudizio è l’articolo del New Yorker, che giustamente sottolinea come da un lato la massiccia mobilitazione politica, come quella studentesca contro la discriminazione dei neri in America negli anni ‘60, precede di gran lunga l’avvento delle nuove tecnologie della comunicazione; ma, soprattutto, che la partecipazione e condivisione resa possibile dai social network non si traduce di per sè in mobilitazione. Anzi, in assenza di condizioni materiali reali che rendono intollerabile l’esistenza delle persone, la partecipazione tende ad esaurirsi su un piano superficiale, che esclude la dimensione del rischio e del sacrificio tipica della mobilitazione. Questo perchè i “legami deboli” che caratterizzano la socialità in rete (i “contatti” che sono chiamati “amici”, ma con i quali, appunto, il legame è debole) sono perfetti per la circolazione di informazioni, e anche per la costruzione cooperativa del sapere, ma difficilmente possono fornire la motivazione per una mobilitazione che comporti anche rischi personali.

Due posizioni dunque che rispecchiano due modi del sentire comune (i nuovi media come strumento di libertà e democrazia/i nuovi media come ambiente in cui la comunicazione è prevalentemente leggera e i legami sono deboli) ma concordano su un aspetto fondamentale: non è la rete che fa la rivoluzione, non è la connessione che fa la relazione. L’ambiente digitale ha potenzialità straordinarie, ma il senso e la libertà si trovano e si costruiscono fuori di esso.

La deriva dell’informazione

domenica, dicembre 5th, 2010

Ancora un altro caso certamente drammatico, la scomparsa di una tredicenne della quale da giorni si sono perse le tracce, e ancora un esempio di come l’informazione disperatamente insegue le formule (come  il “caso Scazzi”) che sembrano poter  frenare l’emorragia di spettatori che colpisce i TG nazionali (su questo si può vedere “Non notizie: fuga amara” di Umberto Folena, http://www.avvenire.it/Commenti/fugatg_201012040811435600000.htm).

Lo diceva già Beniamin all’inizio del ‘900: l’informazione avrebbe ucciso la capacità di raccontare, e con essa la possibilità di scambiare e condividere esperienze, e di nutrire la capacità di azione.

L’effetto dell’informazione, così come ha preso forma in modo sempre più netto negli ultimi 20 anni, è al contrario paralizzante: disorientamento e paura sono i sentimenti dominanti che l’esposizione quotidiana produce.

Dovendo sintetizzare, l’informazione italiana è sempre più provinciale – il che è paradossale nell’era della globalizzazione e del world wide web – e sempre più organizzata attorno a tre capitoli principali:

- una politica interna affrontata in forma di gossip, riportando le dichiarazioni, le minacce, le battaglie a colpi di dossier di una classe politica sempre più autoreferenziale;

- una cronaca nera domestica, che da un lato sollecita le nostre curiosità morbose, dall’altro stigmatizza la morbosità. Essa fa leva sul meccanismo “potrebbe capitare anche a me/per fortuna non è capitato a me” e sul bisogno di vedere messo in scena ed “esternalizzato” il senso di ansia e inquietudine che oggi più che mai ci assale (la stessa funzione che assolvono, secondo Bettelheim, le scene cruente – il lupo che si mangia la nonna in Cappuccetto Rosso per esempio, o la sorte delle mogli di Barbablù, nelle favole per bambini);

- infine, a conclusione del tutto, un “pacchetto” fisso di soft-news, non notizie (queste sì, internazionali) per alleggerire la tensione e intrattenere il pubblico.

Non che l’informazione on-line, almeno quella delle principali testate, sia molto meglio: qui la soft news trionfa, accostata alle immagini drammatiche che in TV non si possono mostrare, con un effetto quasi grottesco di equivalenza generalizzata e di neutralizzazione della realtà.

L’effetto-intrattenimento, subordinato ai meccanismi di mercato, è ormai generalizzato. Un effetto che non è solo discutibile dal punto di vista della deontologia professionale, ma che alimenta rassegnazione e apatia (come sostiene anche De Rita, commentando i dati del 44esimo rapporto Censis).

Su uno degli ultimi numeri di Internazionale (26/11-2/12, pp.98-100), Zizek constata come, in questo clima ormai generalizzato,  la relazione tra possibile e impossibile si articoli in maniera estremamente contraddittoria: da un lato la tecnica ci dice che  “nulla è impossibile”, che tutto può essere fatto, che tutto è alla nostra portata. Dall’altro, sul piano culturale e socioeconomico, sembra valere la “dittatura del dato di fatto” (l’espressione è di Benedetto XVI) e il comandamento del “non puoi”, che diventa segno del “realismo pragmatico” successivo alla caduta delle utopie.

Così Zizek: “Oggi l’ideologia dominate cerca in tutti i modi di farci accettare l’impossibilità del cambiamento radicale, della fine del capitalismo, di una democrazia che non sia ridotta a un gioco parlamentare corrotto”.

Davanti a questo messaggio subliminale della non-informazione dei media, tradizionali ma non solo, il Vangelo rappresenta uno straordinario, paradossale e per questo veramente rivoluzionario invito alla libertà responsabile e creatrice, che è il contrario dell’apatia e della rassegnazione.

Testimonianza e discernimento

venerdì, febbraio 19th, 2010

Il testimone è capace di discernimento, non è un “registratore”: il suo sguardo non è uno scanner,  ma  un canale di sollecitudine, un modo di avvicinarsi alla realtà e comprenderla, alle persone e farsi tramite delle loro storie.

Il testimone è critico (da krìno = distinguo). Non è soggetto al  “dovere di informazione”, non soggiace al “diritto di cronaca”, nè seleziona per compiacere qualcuno.
L’indicazione per essere buoni testimoni ci viene da S. Paolo, quando dice : “esaminate ogni cosa e tenete ciò che è buono” (1 Tess, 5, 21)