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Il silenzio di Giuseppe

venerdì, marzo 18th, 2011

C’era una volta la legge, e il padre che la incarnava. Oggi che ciascuno sembra voler essere legge di se stesso, cosa resta del padre?

E’ la domanda che dà il titolo all’ultimo libro dello psicanalista lacaniano Massimo Recalcati (Cosa resta del padre? La paternità in epoca ipermoderna, Raffaello Cortina Editore).

Una frase di Recalcati mi ha colpito: “La funzione paterna autentica è quella di stabilire un limite attraverso la donazione”.

Il limite oggi non è più stabilito attraverso un riferimento esterno (la legge), ma attraverso quanto il padre è in grado di mostrare con la propria azione, di testimoniare. Non principalmente per mezzo della parola, ma grazie a quanto riesce a trasmettere attraverso di sè. Attraverso “l’ordine singolare etico della testimonianza” (chi vuole approfondire può leggere qui: www.generativita.it/blogs/entry/La-Testimonianza-del-Desiderio).

Questo insegnamento, l’unico che può funzionare oggi, è in realtà molto antico. San Giuseppe è forse la figura più schiva e silenziosa del vangelo: non dice una parola, non sappiamo quasi niente di lui.

Ma il silenzio di Giuseppe è la condizione che gli permette l’ascolto. Proprio perché tace, Giuseppe è disponibile a lasciarsi guidare.

La sua è una “buona passività”, che trasforma la capacità ricettiva in forza per il bene; una forza che lo rende capace di custodire e proteggere la sua famiglia, di far in modo che le scritture si avverino.

Caravaggio nella Fuga in Egitto dipinge in maniera sublime il silenzio di Giuseppe.

Maria e il bambino possono dormire tranquilli perché lui veglia. Ma, benché silenzioso, non veglia inattivo: regge per l’angelo suonatore lo spartito del Cantico dei Cantici; non è colui che compone, né colui che suona, ma colui che umilmente dà se stesso perché le cose accadano.

Il silenzio di Giuseppe è condizione di una disponibilità operosa anche se invisibile, di un protagonismo debole e nascosto ma fondamentale per la storia della salvezza.

E’ una testimonianza da cui oggi abbiamo tanto da imparare.

Testimonianza, morale e moralismo

giovedì, maggio 13th, 2010

C’è un sostantivo che viene costantemente usato per neutralizzare la parola dei credenti nello spazio pubblico: “moralismo”. Per quanto esso sia un rischio, contro il quale restare sempre vigili, quella “credente = moralista” è una delle tante equazioni che la cultura contemporanea propone, per affermare il proprio regime di equivalenze: tutto si può dire, purchè non si sottragga al circolo delle “opinioni opinabili”. La testimonianza è invece agli antipodi del moralismo. Il moralismo è l’applicazione ottusa di una legge, per la quale il soggetto abdica alla propria capacità critica e alla propria libertà. La testimonianza va oltre la legge, la supera nell’amore, perchè “la legge è per l’uomo e non l’uomo per la legge”.

Per contribuire a rompere questo, che è uno dei tanti luoghi comuni che ingombrano e velano la nostra capacità di comprensione, userò le parole, bellissime, di un grande autore gesuita, Francois Varillon (Traversate di un credente, Milano, Jaca Book, 2008), grata all’amico gesuita che me lo ha fatto conoscere:

“Una decisione morale è quella che, provocata dai fatti, si propone di far trionfare i valori (giustizia, onestà, verità). Non si dà decisione morale che non sia un atteggiamento concreto della libertà, che si confronta con il temporale. (…) E’ a questo livello che si oppongono morale e moralismo. Vi è moralismo quando, per decidere, la coscienza si riferisce a una legge, data una volta per tutte, ideale irrigidito, somma di principi. A quel punto, non vi è alcun bisogno di cercare – parola chiave della Scrittura: ‘Cercate e troverete’ (Matteo 7,7) (…). Ci si accontenta di cogliere i punti di applicazione della legge.

All’opposto, in una vita autenticamente morale, la coscienza comprende la legge come una norma creatrice, che suscita decisioni personali sulla base di situazioni analizzate il più correttamente possibile. Sono queste decisioni che costituiscono l’impegno. I valori vengono colti nella decisione stessa, che modifica, in piccole o grandi dimensioni, nella vita privata e in quella pubblica, il corso della storia. In altri termini, moralismo significa sottometersi alla legge perchè ‘è legge’, obbedienza formale – che si deteriora facilmente in rispetto delle convenienze, di ‘ciò che si usa fare’, a scapito del coraggio, della responsabilità, del ‘carattere’. Morale significa fedeltà creativa, grazie alla mediazione della legge, assumendo la legge in decisioni che esprimono l’io profondo. (…) La vita di Gesù è tutto un tessuto di decisioni, provocate dalle circostanze e ispirate dallo Spirito. In lui coincidono obbedienza e libertà. Alla radice vi è l’umiltà. Invano cercheremmo nei suoi gesti la minima retro-intenzione di un ‘per me’. Per questo il suo discernimento è infallibile” (p. 95).

Forse queste parole ci possono aiutare a essere critici (da krìno, che significa distinguere, discernere), prima di tutto a proposito di noi stessi, quando l’invocazione della legge maschera in realtà un “per me”, e quando invece siamo capaci di essere autenticamente morali, creativi nella fedeltà.