C’era una volta la legge, e il padre che la incarnava. Oggi che ciascuno sembra voler essere legge di se stesso, cosa resta del padre?
E’ la domanda che dà il titolo all’ultimo libro dello psicanalista lacaniano Massimo Recalcati (Cosa resta del padre? La paternità in epoca ipermoderna, Raffaello Cortina Editore).
Una frase di Recalcati mi ha colpito: “La funzione paterna autentica è quella di stabilire un limite attraverso la donazione”.
Il limite oggi non è più stabilito attraverso un riferimento esterno (la legge), ma attraverso quanto il padre è in grado di mostrare con la propria azione, di testimoniare. Non principalmente per mezzo della parola, ma grazie a quanto riesce a trasmettere attraverso di sè. Attraverso “l’ordine singolare etico della testimonianza” (chi vuole approfondire può leggere qui: www.generativita.it/blogs/entry/La-Testimonianza-del-Desiderio).
Questo insegnamento, l’unico che può funzionare oggi, è in realtà molto antico. San Giuseppe è forse la figura più schiva e silenziosa del vangelo: non dice una parola, non sappiamo quasi niente di lui.
Ma il silenzio di Giuseppe è la condizione che gli permette l’ascolto. Proprio perché tace, Giuseppe è disponibile a lasciarsi guidare.
La sua è una “buona passività”, che trasforma la capacità ricettiva in forza per il bene; una forza che lo rende capace di custodire e proteggere la sua famiglia, di far in modo che le scritture si avverino.
Caravaggio nella Fuga in Egitto dipinge in maniera sublime il silenzio di Giuseppe.
Maria e il bambino possono dormire tranquilli perché lui veglia. Ma, benché silenzioso, non veglia inattivo: regge per l’angelo suonatore lo spartito del Cantico dei Cantici; non è colui che compone, né colui che suona, ma colui che umilmente dà se stesso perché le cose accadano.
Il silenzio di Giuseppe è condizione di una disponibilità operosa anche se invisibile, di un protagonismo debole e nascosto ma fondamentale per la storia della salvezza.
E’ una testimonianza da cui oggi abbiamo tanto da imparare.
