Posts Tagged ‘libertà’

Le sirene e le campane

domenica, maggio 22nd, 2011

Uno dei tanti spunti del convegno di Macerata riguarda  la necessità di rigenerare i linguaggi, compreso quello della tecnica, per valorizzare la loro capacità innovativa, creativa e poetica contro quella tecnica, dei dispositivi che alla fine ci risucchiano nelle loro configurazioni.

Sulla scorta di questo sforzo, che ha attraversato tutte le relazioni, propongo qui due delle metafore emerse, che possono essere utili per inquadrare i fenomeni e immaginare le direzioni di movimento.

La prima è quella delle “sirene del digitale”. Sirene che sono di due tipi: il canto della seduzione e il suono dell’allarme.

Sherry Turkle in Alone Together, cita una definizione della rete come “bottomless abundance”, come “abbondanza senza fine”: è quanto ritengono molti tecnoentusiasti, che pensano che la rete possa contenere  tutto, che non ci sia ormai più bisogno di altro. Con un immaginario che si nutre della religione negandola (o meglio, sacralizzando l’immanenza del web), si sussurra a tutti di cercare lì, sicuri di trovare. I richiami sono continui, i link ci guidano da un sito all’altro, e seguendo questo richiamo non possiamo che perderci, se non ci imponiamo un po’ di “silenzio digitale”: tappandoci le orecchie come Ulisse, ma anche semplicemente transitando su altri territori non virtuali.

La seconda sirena è quella dell’allarme: il web come luogo insidioso, costellato di paludi e sabbie mobili, di crepacci che ci possono inghiottire senza scampo; un ambiente dal quale è meglio stare lontani.

Nè le tecnoapocalissi nè i tecnoentusiasmi possono aiutarci ad abitare il web in un modo che valorizzi la nostra umanità e che lasci spazio alla nostra libertà.

Ma c’è un’altra voce che possiamo ascoltare; una voce che risuona anche nel web, ma che ha origine altrove; che risuona nei territori digitali, ma che apre nell’orizzontalità del web una finestra sull’infinito, su un oltre che il web non potrà mai contenere. Un “rintocco” che valorizza i “contatti” aprendoli alla verità che li fonda. La voce di quella campana, da sempre (come scrive Illich) “il manto della voce di Dio”, che oggi è la voce del testimone credibile.

L’inverno demografico

lunedì, marzo 28th, 2011

Sabato scorso, in oltre 30 città europee, è stato mostrato e discusso un documentario sul declino demografico, visionabile in inglese all’indirizzo http://vodpod.com/watch/1326930-demographic-winter-decline-of-the-human-family.

Nonostante i toni un po’ apocalittici, i dati riportati (sull’invecchiamento della popolazione, il declino delle nascite e gli effetti a medio e lungo termine di questa tendenza che investe tutto il pianeta) disegnano uno scenario che è realmente inquietante (per saperne di più si può visitare il sito http://www.demographicwinter.com/index.html).

Tra le cause del declino demografico vengono menzionati l’aumento del benessere, la rivoluzione sessuale, l’aumento nel numero delle donne lavoratrici, il divorzio facile, la diffusione di idee errate sulla “bomba demografica” e la crisi di cibo.

Certamente tutti questi elementi hanno un loro peso, ma nessuno sembra veramente in grado di spiegare il fenomeno. In occidente pesano certamente da un lato una idea riduttiva e distorta di libertà come assenza di vincoli, e dall’altro un conformismo sociale che fa aumentare a dismisura la quantità di beni ritenuti necessari per sposarsi prima e avere figli poi. Ma gli effetti miopi di questo egoismo culturale si stanno già osservando.

Dato che il problema è già a uno stadio avanzato (nella piccola città del nord Italia in cui vivo, per esempio, il 60% dei nuclei familiari è composto da 1 o massimo 2 membri!), occorre urgentemente porre rimedio, lavorando su più fronti.

Prima di tutto dal lato della cultura, rompendo l’equazione libertà=assenza di vincoli (e quindi di figli, che sono il vincolo più vincolante di tutti). La libertà non è poter fare qualsiasi cosa (che significa, di fatto, non poter fare niente), ma scegliere a cosa dedicare la propria vita, a cosa legarsi, a quale senso fare spazio.

E la libertà non la si raggiunge mai da soli: l’ideologia del “tutto intorno a te” va giusto bene per vendere prodotti, certo non per costruire vite sensate e felici. E’ sempre l’altro che ci libera, che ci risveglia, che mette in moto le energie che da soli rischiamo di lasciare spegnere.

Ma oltre al cambiamento di mentalità è necessario un cambiamento di politiche sulla famiglia, a cominciare da quella cosa semplicissima che sono i quozienti familiari: se io che, da lavoratrice dipendente, con 5 figli pago le stesse tasse di colleghi senza figli, o pago le stesse rette del nido di chi di figli ne ha uno solo, c’è qualcosa che non va. E’ una questione di buon senso.

Aiutare la famiglia è investire in un ammortizzatore sociale insostituibile, in un luogo educativo fondamentale, in un ambito di cura e di alleanza intergenerazionale che va sostenuto e tutelato, nell’interesse del bene comune.

La quaresima non è un rito del passato

lunedì, marzo 14th, 2011

Ho letto un bellissimo articolo di Pierangelo Sequeri sulla Quaresima, e voglio riportarne un brano (per la versione completa http://www.avvenire.it/Commenti/OLTRE+OBESIT+E+DELUSIONI_201103090814439130000.htm)

“Non è il rito della malinconia, la Quaresima. Il detto proverbiale sui toni e sulle facce ‘quaresimali’ sbaglia di grosso: dobbiamo fare di tutto per restituirlo alla sua futilità. La Quaresima, oggi, è anche rito dell’ironia: che sorride in faccia ai gufi della fine della storia. È la riapertura della storia, in favore di una civiltà che segna il passo e si scava la fossa.

Le facce quaresimali, ormai, stanno impresse sulle maschere del godimento. Non è più una tesi filosofica: ce lo si legge proprio addosso. L’obesità delle nostre abitudini pigre e insaziabili ci rende insensibili a tutto. Il nostro tono di voce è perennemente alterato, il nostro gesto isterico, il buco nero della nostra rassegnazione è pieno di rughe sotto gli occhi. Il naso è spiaccicato sul cellulare, non vediamo più niente. L’ambiente è totalmente sonorizzato: non sentiamo più niente. La riflessività della vita non ha più neanche un varco piccolo così per arrivare al cervello.

Il digiuno affila la mente. La rinuncia rende acuto lo sguardo. L’esercizio dello spirito ingentilisce il gesto. L’eleganza del distacco ridona sensibilità all’essenziale. La silenziosa lotta con il male rende affidabili. Il credente transita così, con gesto sobrio e discreto, attraverso le anime flaccide e sepolcrali delle nuove divinità d’Occidente. Impara ad abitare coraggiosamente la disperazione della vita che vive per niente. Insegna a morire per qualcosa di enorme che riguarda tutti.

Segna la soglia del mistero. E ci rende capaci di varcarla. Perché la generazione che viene esca dall’incantamento che l’istupidisce preventivamente: a caro prezzo. E ritorni sveglia per l’attrazione della vita che sta oltre la barriera. Deve finire questo paese dei balocchi: e deve ritornare, infine, il senso della vita come storia. Altroché, se deve”.

La quaresima è un’occasione per liberarci dalla nostra bulimia, dall’ossessione del riempimento (del tempo, degli armadi, delle rubriche dei contatti…) per fare spazio a ciò che possiamo incontrare solo se siamo liberi e leggeri, e per poter essere riempiti non da ciò che troviamo sui cataloghi di vario tipo o negli scaffali del supermercato delle esperienze, ma dall’inaudito che ci sorprende, ci fa perdere senza perdizione e ci porta oltre noi stessi, liberandoci.

wikirivoluzione?

sabato, febbraio 5th, 2011

Sull’ultimo numero di Internazionale ho trovato due articoli interessanti, che offrono una serie di spunti per riflettere, oltre che su ciò che sta accadendo nel mondo intorno a noi, anche sul ruolo delle nuove tecnologie nelle profonde trasformazioni cui stiamo assistendo. Il primo è del celebre sociologo Manuel Castells, autore tra l’altro del recente Potere e comunicazione (2009), e riguarda il ruolo delle nuove tecnologie nelle rivoluzioni del presente, come la rivolta di Tunisi che ha portato alla deposizione del presidente Ben Ali, o quella che sta infiammando l’Egitto. (http://www.internazionale.it/i-gelsomini-tunisini-viaggiano-in-rete/ ).

Il secondo è di un giornalista del New Yorker, Malcolm Gladwell, e si intitola “Twitter non fa la rivoluzione” (http://www.internazionale.it/sommario/).

I due articoli sostengono due tesi aparentemente opposte, ma che in realtà convivono perfettamente.

Secondo Castells la vera rivoluzione comunicativa non è quella di Wikileaks (che rivela ciò che in fondo già tutti sapevano e che in realtà ha un approccio molto poco “wiki”, dato che è centralizzato e personalizzato), ma quella del nuovo sistema di cominicazione “costruito come un mix interattivo tra tv, internet, redio e sistemi di comunicazione mobile”.  La televisione satellitare Al Jazeera ha raccolto le informazioni diffuse su internet dai cittadini, organizzando poi gruppi su Facebook e ritrasmettendo le notizie gratuitamente sui cellulari. In un Paese dove la metà della popolazione ha meno di 25 anni, e dunque popolato da nativi web 2.0, questo tipo di sistema comunicativo può funzionare perfettamente (forse nella vecchia Europa un po’ meno).

Castells sottolinea giustamente due aspetti: 1) non è la comunicazione a far nascere la rivolta, ma la situazione di miseria, esclusione sociale, democrazia di cartapesta, informazione oscurata; è la realtà, la vita delle persone e la loro iniziativa il motore della rivoluzione; 2) senza i nuovi media la ricoluzione non avrebbe avuto le stesse caratteristiche: “la spontaneità, l’assenza di leader, il protagonismo di studenti e professionisti”.

Più cauto nel giudizio è l’articolo del New Yorker, che giustamente sottolinea come da un lato la massiccia mobilitazione politica, come quella studentesca contro la discriminazione dei neri in America negli anni ‘60, precede di gran lunga l’avvento delle nuove tecnologie della comunicazione; ma, soprattutto, che la partecipazione e condivisione resa possibile dai social network non si traduce di per sè in mobilitazione. Anzi, in assenza di condizioni materiali reali che rendono intollerabile l’esistenza delle persone, la partecipazione tende ad esaurirsi su un piano superficiale, che esclude la dimensione del rischio e del sacrificio tipica della mobilitazione. Questo perchè i “legami deboli” che caratterizzano la socialità in rete (i “contatti” che sono chiamati “amici”, ma con i quali, appunto, il legame è debole) sono perfetti per la circolazione di informazioni, e anche per la costruzione cooperativa del sapere, ma difficilmente possono fornire la motivazione per una mobilitazione che comporti anche rischi personali.

Due posizioni dunque che rispecchiano due modi del sentire comune (i nuovi media come strumento di libertà e democrazia/i nuovi media come ambiente in cui la comunicazione è prevalentemente leggera e i legami sono deboli) ma concordano su un aspetto fondamentale: non è la rete che fa la rivoluzione, non è la connessione che fa la relazione. L’ambiente digitale ha potenzialità straordinarie, ma il senso e la libertà si trovano e si costruiscono fuori di esso.

Gli uomini e gli dei: a volte i laici insegnano a guardare

domenica, dicembre 12th, 2010

Nel monastero dell’Atlante si vive quotidianamente la poesia dell’essenzialità, ritmata sui tempi della natura, del lavoro quotidiano, dell’accoglienza, dell’attenzione a chi chiede di essere ascoltato. Nessuna retorica, nessuna agiografia, niente di idilliaco, solo una trasparente semplicità. E’ la quotidianità del bene che non fa rumore né notizia, ma rende la vita degna di essere vissuta. Su questo sfondo apparentemente ripetitivo e sempre identico a se stesso si stagliano le vicende personali, sociali e politiche di una piccola comunità di monaci in Algeria, in un momento storico (la seconda metà degli anni ’90) che vede affacciarsi i fondamentalismi religiosi, a fronte di una difesa sempre più strenua della “laicità dello stato” nel film “Gli uomini di Dio” (per una bella riflessione sul film si veda l’intervista video a Enzo Bianchi, http://www.monasterodibose.it/content/view/3766/466/lang,it/ ).

Semplicità e silenzi consentono al complesso alternarsi delle emozioni, pur senza nessuna concezione all’eccesso, (anzi in una sobrietà che risulta direttamente proporzionale all’intensità) di emergere nella loro forza drammatica. Quella che traspare dai volti dei monaci, dai loro sguardi, dalle loro invocazioni e dai loro silenzi riflessivi è un’antropologia sfaccettata e sensibile alle sfumature dell’umano, così come alle sue emozioni profonde: paura, incertezza, dubbio, compassione, gioia, riconoscenza, condivisione, stupore di fronte alla natura, incoraggiamento reciproco, attenzione e sollecitudine per il prossimo: in piccole scene di grande delicatezza, come quella del frate-medico Luc che si accorge delle scarpe sfondate di una giovane mamma del villaggio e provvede a trovargliene un paio in migliori condizioni, o l’anziano frate Amédé che massaggia le spalle del giovane Michel, traumatizzato dopo la prima incursione dei terroristi al monastero. O, ancora, nella sollecitudine con cui il superiore chiede all’anziano confratello Luc, mentre salgono a piedi nella neve sul monte del martirio “ce la fai?”, dandogli il braccio: neppure le circostanze più drammatiche privano della dignità, e ciascuno puo’ aiutare gli altri in difficoltà a non perdere la propria.

Il film affronta in modo sobrio e misurato, ma non per questo meno incisivo, anche la questione dell’identità. Un’identità che non è né data una volta per tutte, né da affermare e tantomeno da difendere dalle possibili “contaminazioni”: un essere umano ferito è un essere umano che soffre, non un nemico che si merita quello che ha ricevuto. E’ questa logica di libertà e di amore per l’umano, al di là anche della sua disumanità, anche in assenza di reciprocità che, molto semplicemente, caratterizza la vita dei monaci.

Una identità che può essere custodita proprio grazie al fatto che altri aiutano a mantenere fede alle proprie promesse: come nel caso della donna musulmana che, al superiore ormai quasi convinto dell’opportunità di abbandonare il paese coi confratelli, si rivolge con un richiamo che produce un cambiamento di rotta: “noi siamo gli uccelli e voi il ramo; se il ramo non c’è più, dove ci poseremo?”.

“La nostra identità è nascere continuamente”, afferma il superiore, Christian: una frase che sembra contrastare con l’immobilismo che si attribuisce alla vita religiosa, e che è ben lontana, parimenti,  da quello “splendore dei ricominciamenti” che per Augé caratterizza la cultura della contemporaneità: è un cambiamento nella continuità e nel dialogo con le circostanze le persone.

I monaci dell’atlante non sono eroi né martiri. Sono uomini che hanno paura, che si interrogano continuamente sul da farsi, che a un certo punto sembrano decidere di lasciare un luogo ormai divenuto troppo pericoloso, che a volte, persino, mettono in dubbio la loro scelta (come il più giovane di loro, che dichiara al suo superiore “io prego, ma non sento più niente”). Tutto questo è profondamente umano; non c’è nessuna vergogna in tutto ciò. Il dubbio, la crisi fanno parte del percorso di ciascuno. E’ però affatto scontato il modo in cui questi sentimenti ed emozioni ambivalenti vengono affrontati: non con un atto volontaristico (rinuncia o affermazione eroica di sé), ma con l’ascolto, il dialogo, la preghiera. La verità si riceve sempre da altri: dai confratelli, ascoltandosi e sostenendosi a vicenda; dalle persone con cui si condivide la vita quotidiana; da Dio nella preghiera. E, nello stesso tempo, è chiaro come nessuno può scegliere al nostro posto: è questo il paradosso e l’eccedenza della libertà, che il film mostra senza inutili retoriche.

Così come mostra anche che si possono amare gli altri che non abbiamo scelto (i confratelli sono tutti diversi tra loro, per età, sensibilità, temperamento, interessi), e i “fratelli musulmani” sono diversi per fede, usanze, cultura. Ciò non impedisce la benevolenza, il dialogo, l’affetto.

E’ significativo che il regista, Xavier Beauvois, 43 anni, sia un laico, che dichiara di se stesso “Ho metà cervello che non crede in niente e l’altra che crede in tutto” (in una bella intervista su Vita del 10 dicembre). Forse un regista cattolico non avrebbe resistito alla tentazione agiografica, mentre un “fondamentalista laico” avrebbe cercato di suggerire le “vere” ragioni (pienamente umane) dietro un comportamento così eroico.

Con grande rispetto, sensibilità e poesia il laico Beauvois ci invita invece a porci la domanda fondamentale: ci sono uomini e ci sono dei (il titolo originale è “Les hommes et les dieux”). Comunque gli uomini si votano a qualche dio, sia esso il potere, l’affermazione di sé, la ricchezza: che uomini siamo dunque, e chi vogliamo che sia il nostro dio?

La deriva dell’informazione

domenica, dicembre 5th, 2010

Ancora un altro caso certamente drammatico, la scomparsa di una tredicenne della quale da giorni si sono perse le tracce, e ancora un esempio di come l’informazione disperatamente insegue le formule (come  il “caso Scazzi”) che sembrano poter  frenare l’emorragia di spettatori che colpisce i TG nazionali (su questo si può vedere “Non notizie: fuga amara” di Umberto Folena, http://www.avvenire.it/Commenti/fugatg_201012040811435600000.htm).

Lo diceva già Beniamin all’inizio del ‘900: l’informazione avrebbe ucciso la capacità di raccontare, e con essa la possibilità di scambiare e condividere esperienze, e di nutrire la capacità di azione.

L’effetto dell’informazione, così come ha preso forma in modo sempre più netto negli ultimi 20 anni, è al contrario paralizzante: disorientamento e paura sono i sentimenti dominanti che l’esposizione quotidiana produce.

Dovendo sintetizzare, l’informazione italiana è sempre più provinciale – il che è paradossale nell’era della globalizzazione e del world wide web – e sempre più organizzata attorno a tre capitoli principali:

- una politica interna affrontata in forma di gossip, riportando le dichiarazioni, le minacce, le battaglie a colpi di dossier di una classe politica sempre più autoreferenziale;

- una cronaca nera domestica, che da un lato sollecita le nostre curiosità morbose, dall’altro stigmatizza la morbosità. Essa fa leva sul meccanismo “potrebbe capitare anche a me/per fortuna non è capitato a me” e sul bisogno di vedere messo in scena ed “esternalizzato” il senso di ansia e inquietudine che oggi più che mai ci assale (la stessa funzione che assolvono, secondo Bettelheim, le scene cruente – il lupo che si mangia la nonna in Cappuccetto Rosso per esempio, o la sorte delle mogli di Barbablù, nelle favole per bambini);

- infine, a conclusione del tutto, un “pacchetto” fisso di soft-news, non notizie (queste sì, internazionali) per alleggerire la tensione e intrattenere il pubblico.

Non che l’informazione on-line, almeno quella delle principali testate, sia molto meglio: qui la soft news trionfa, accostata alle immagini drammatiche che in TV non si possono mostrare, con un effetto quasi grottesco di equivalenza generalizzata e di neutralizzazione della realtà.

L’effetto-intrattenimento, subordinato ai meccanismi di mercato, è ormai generalizzato. Un effetto che non è solo discutibile dal punto di vista della deontologia professionale, ma che alimenta rassegnazione e apatia (come sostiene anche De Rita, commentando i dati del 44esimo rapporto Censis).

Su uno degli ultimi numeri di Internazionale (26/11-2/12, pp.98-100), Zizek constata come, in questo clima ormai generalizzato,  la relazione tra possibile e impossibile si articoli in maniera estremamente contraddittoria: da un lato la tecnica ci dice che  “nulla è impossibile”, che tutto può essere fatto, che tutto è alla nostra portata. Dall’altro, sul piano culturale e socioeconomico, sembra valere la “dittatura del dato di fatto” (l’espressione è di Benedetto XVI) e il comandamento del “non puoi”, che diventa segno del “realismo pragmatico” successivo alla caduta delle utopie.

Così Zizek: “Oggi l’ideologia dominate cerca in tutti i modi di farci accettare l’impossibilità del cambiamento radicale, della fine del capitalismo, di una democrazia che non sia ridotta a un gioco parlamentare corrotto”.

Davanti a questo messaggio subliminale della non-informazione dei media, tradizionali ma non solo, il Vangelo rappresenta uno straordinario, paradossale e per questo veramente rivoluzionario invito alla libertà responsabile e creatrice, che è il contrario dell’apatia e della rassegnazione.

Libertà è poter dire “no”

giovedì, ottobre 7th, 2010

Scrivo dopo un lungo silenzio, legato a un periodo difficile prima dell’estate e a una vacanza “disconnessa” e tardiva. Ma scrivo soprattutto, cogliendo l’occasione di un fatto di cronaca che non può lasciare indifferenti, per condividere una riflessione a margine dell’ennesimo caso di “morte in diretta”: quella di una ragazza di 15 anna, Sara, della cui morte violenta la madre ha avuto notizia nel corso di una trasmissione televisiva. Da mamma, posso immaginare quale violenza annichilente un fatto come questo può aggiungere allo strazio della perdita di un figlio. Da studiosa del mondo sociale e dei media mi vengono due tipi di considerazione.

La prima è una magra consolazione: non tutti i pericoli vengono da Facebook. Se in un primo momento si era pensato alle insidie della rete, e a possibili contatti pericolosi innescati da foto che mettevano in scena un personaggio apparentemente più grande e malizioso della sua età, il precipitare dei fatti ha svelato una ben più tremenda realtà, peraltro tristemente confermata dalle statistiche: la violenza più brutale, in particolare sui minori e sulle donne, si consuma proprio all’interno della famiglia, ristretta o allargata, che dovrebbe essere il luogo della sicurezza e della protezione, oltre che dell’amore e del rispetto reciproco. Questo dato allarmante parla di un degrado sociale diffuso, ma anche di un’istituzione in grave difficoltà, abbandonata dal punto di vista economico a tutti i venti della crisi e delle insicurezze, ma soprattutto disorientata culturalmente per la caduta dei riferimenti condivisi, l’individualismo esasperato, l’enfasi grottesca ma non meno efficace sul “diritto al godimento”, l’unico ormai ritenuto inalienabile (almeno stando alle battaglie e alle campagne di cui ci riferiscono i media…). Se il pericolo maggiore non viene dagli sconosciuti che bazzicano la rete con cattive intenzioni, nè dagli extracomunitari violenti, ma dai propri familiari, forse una riflessione sulla famiglia è necessaria, e così misure di accompagnamento adeguate per le situazioni fragili. Ma, più in generale, forse bisogna cominciare a dubitare della buona fede di tanta parte della cultura contemporanea che giustifica la violenza dell’eccesso, in tutte le sue forme, in nome della libertà.

Una seconda considerazione riguarda i media. Se è vero che viviamo in una condizione post-mediale e che i media sono ormai un ambiente dal quale non ci si può disconnettere, è anche vero che questo non può significare la “dittatura del dato di fatto”. Se vogliamo restare nella metafora ambientale, gli ambienti inquinati si possono non frequentare, oppure, se se ne ha la forza (certo la buona volontà individuale non è sufficiente) si possono cercare di bonificare, di risanare, di rendere abitabili: la Sardegna, che  è stata una terra paludosa e malarica, è ora un paradiso naturale. La televisione generalista è oggi un ambiente certamente malsano, e il fatto che sia ambiente non la rende meno malsana, anzi. Ma questo non può produrre, anche a fronte di vicende come quella di ieri, una rassegnazione al “così è” (che è molto ideologico, a mio parere).

La libertà non è, come ci raccontano, poter fare quello che ci pare: anche perchè, guardiamoci intorno, chi dice che fa quello che gli pare fa impressionantemente quello che tutti fanno, e allora forse qualche domanda dovrebbe porsela.

La libertà è poter dire “no” al dato di fatto, poter disattivare la pressione dell’inerzia ambientale trovando delle risposte non scontate e non preconfezionate all’interpellazione che la realtà ci rivolge. Solo così, lentamente (ma niente che ha valore accade in un secondo per magia, e magari solo altri potranno beneficiare dei nostri sforzi di oggi, ma ne vale comunque la pena) si può pensare di rendere abitabile l’ambiente in cui, volenti o nolenti, ci troviamo a vivere.

Testimonianza, morale e moralismo

giovedì, maggio 13th, 2010

C’è un sostantivo che viene costantemente usato per neutralizzare la parola dei credenti nello spazio pubblico: “moralismo”. Per quanto esso sia un rischio, contro il quale restare sempre vigili, quella “credente = moralista” è una delle tante equazioni che la cultura contemporanea propone, per affermare il proprio regime di equivalenze: tutto si può dire, purchè non si sottragga al circolo delle “opinioni opinabili”. La testimonianza è invece agli antipodi del moralismo. Il moralismo è l’applicazione ottusa di una legge, per la quale il soggetto abdica alla propria capacità critica e alla propria libertà. La testimonianza va oltre la legge, la supera nell’amore, perchè “la legge è per l’uomo e non l’uomo per la legge”.

Per contribuire a rompere questo, che è uno dei tanti luoghi comuni che ingombrano e velano la nostra capacità di comprensione, userò le parole, bellissime, di un grande autore gesuita, Francois Varillon (Traversate di un credente, Milano, Jaca Book, 2008), grata all’amico gesuita che me lo ha fatto conoscere:

“Una decisione morale è quella che, provocata dai fatti, si propone di far trionfare i valori (giustizia, onestà, verità). Non si dà decisione morale che non sia un atteggiamento concreto della libertà, che si confronta con il temporale. (…) E’ a questo livello che si oppongono morale e moralismo. Vi è moralismo quando, per decidere, la coscienza si riferisce a una legge, data una volta per tutte, ideale irrigidito, somma di principi. A quel punto, non vi è alcun bisogno di cercare – parola chiave della Scrittura: ‘Cercate e troverete’ (Matteo 7,7) (…). Ci si accontenta di cogliere i punti di applicazione della legge.

All’opposto, in una vita autenticamente morale, la coscienza comprende la legge come una norma creatrice, che suscita decisioni personali sulla base di situazioni analizzate il più correttamente possibile. Sono queste decisioni che costituiscono l’impegno. I valori vengono colti nella decisione stessa, che modifica, in piccole o grandi dimensioni, nella vita privata e in quella pubblica, il corso della storia. In altri termini, moralismo significa sottometersi alla legge perchè ‘è legge’, obbedienza formale – che si deteriora facilmente in rispetto delle convenienze, di ‘ciò che si usa fare’, a scapito del coraggio, della responsabilità, del ‘carattere’. Morale significa fedeltà creativa, grazie alla mediazione della legge, assumendo la legge in decisioni che esprimono l’io profondo. (…) La vita di Gesù è tutto un tessuto di decisioni, provocate dalle circostanze e ispirate dallo Spirito. In lui coincidono obbedienza e libertà. Alla radice vi è l’umiltà. Invano cercheremmo nei suoi gesti la minima retro-intenzione di un ‘per me’. Per questo il suo discernimento è infallibile” (p. 95).

Forse queste parole ci possono aiutare a essere critici (da krìno, che significa distinguere, discernere), prima di tutto a proposito di noi stessi, quando l’invocazione della legge maschera in realtà un “per me”, e quando invece siamo capaci di essere autenticamente morali, creativi nella fedeltà.

Per un’antropologia della contemporaneità: il tempo

venerdì, marzo 12th, 2010

Ripensare le condizioni dell’umano nell’ambiente digitale è un passo imprescindibile, come ha ricordato Benedetto XVI nella Caritas in Veritate: “La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica” (75).
L’essere umano da un lato è adattivo, e quindi impara velocemente a conoscerlo e a muoversi in esso, dall’altro è creativo, e riesce a sfruttarne le opportunità, elaborando soluzioni individuali e collettive per abitare l’ambiente e renderlo vivibile. In fondo questa è la cultura: elaborare collettivamente un modo simbolico di rispondere alle sollecitazioni ambientali, evitando di trasformare questo nesso in un rapporto di causa-effetto ed esercitando, invece, la libertà, pur dentro i vincoli presenti.
L’umanità abita il mondo dando prima di tutto una forma alle due coordinate fondamentali dell’esperienza: il tempo e lo spazio, e ogni cultura si caratterizza per il suo rapporto peculiare con esse. Ci sono fasi della storia, o culture, in cui il passato e la tradizione sono il modello che deve orientare la valutazione del presente e la costruzione dell’avvenire (oggi i fondamentalismi hanno questo tipo di orientamento temporale); ci sono fasi in cui il mito del futuro, visto come progresso, alimenta un ottimismo rispetto al presente e un disinteresse per il passato (la fase della modernità e delle grandi scoperte tecniche); ci sono momenti in cui il futuro appare più come un rischio, e ci si rifugia in un presente assoluto, cercando di renderlo denso e intenso per evitare di pensare al dopo (come nella post-modernità).
Come poi ci ricordano gli antropologi (in particolare E. T. Hall: per un approfondimento si può vedere il mio volume Comunicazione Interculturale http://www.anobii.com/books/La_comunicazione_interculturale/9788815105714/010c3b456d7571c82d/) ci sono due modi principali di organizzare il tempo nelle diverse culture. Quello più caratteristico del modello occidentale è “monocronico” (da monos, uno e cronos, tempo: una cosa alla volta), che consiste nella scomposizione dei processi e nella concatenazione lineare dei segmenti, su modello della pagina stampata (come spiega bene McLuhan) o della catena di montaggio: gli effetti sono potenti in termini di efficienza, ma anche potenzialmente disumanizzanti, come ci ricordava Chaplin nelle memorabili scene di Tempi Moderni (http://www.youtube.com/watch?v=IjarLbD9r30).
E’ monocronico il tempo delle nostre agende, suddiviso in segmenti riempiti di attività, ciascuno orientato a uno scopo; il tempo della puntualità e della pianificazione, della velocità e dell’efficienza, alla quale viene sacrificata la relazione. E’ un tempo lineare, orientato all’obiettivo, individualizzato (il ritratto, direbbe McLuhan, dell’uomo gutengerghiano). Efficiente, ma potenzialmente disumano. Soprattutto quando questo schema temporale si svuota di senso, come nella postmodernità: un esempio interessante di uomo postmoderno totalmente individualista, che suddivide il tempo in unità per poterlo meglio maneggiare e avere l’illlusione di avere così tante cose da fare da non poter dare retta a nessuno è il personaggio di Hugh Grant nel film About a Boy (http://www.youtube.com/watch?v=-7FGpH8qFFA).
E’ invece policronico il tempo in cui si fanno tante cose alla volta (il tempo delle mamme, mi verrebbe da dire), in cui la pianificazione è sempre relativa perché l’interruzione e l’imprevisto sono la norma; un tempo sensibile al contesto e alle relazioni; flessibile e aperto alla condivisione, ma anche dispersivo e spesso inefficiente.
Qual è il modello del tempo nel continente digitale? Forse i modelli interpretativi vanno un po’ rivisti, perché da un lato il multitasking è ormai una competenza diffusa, e l’orientamento alla relazione la caratteristica principale del web 2.0; dall’altro la capacità di organizzare il tempo, rispettare le scadenze, porsi e raggiungere degli obiettivi resta fondamentale per il nostro vivere insieme.
Così come, persa la fiducia cieca nel progresso, ma anche stanchi di un presente frammentato e autoreferenziale, e giustamente timorosi di un passato che vuole farsi modello assoluto, si rivalutano quelle che Ricoeur chiamava “le tre estasi del tempo” (passato, presente e futuro) nel loro intrecciarsi e dare spessore alla nostra vita quotidiana: il passato come repertorio di esperienza, il futuro come orizzonte di attesa.
E’ importante quindi essere consapevoli di come, con le nostre pratiche e le nostre scelte, diamo forma al tempo nel continente digitale.

Testimonianza, parresìa e verità

mercoledì, marzo 3rd, 2010

Parresìa è parlare con franchezza. Non con l’arroganza di chi, incurante degli effetti del proprio dire, spaccia per sincerità un parlare violento, spesso strategico e strumentale. Ma con l’umiltà di chi si sente in dovere di prendere la parola, per rendere giustizia a una verità che non è la sua, ma che anzi lo mette in una posizione scomoda. Una verità che ha toccato la sua vita, una verità conosciuta in un modo sempre parziale, una verità per comunicare la quale si è sempre inadeguati, ma che merita comunque di essere detta.
Quali siano i caratteri dell’autentica parresìa lo scriveva Foucault  richiamando il ruolo di questa virtù nel mondo classico (M. Foucault, Discorso e verità nella Grecia antica, Roma, Donzelli, 2005 (1983))
-    La parresìa esprime una relazione tra il parlante e ciò che viene detto: una relazione di sincerità  (“Il parresiastes è sincero nel dire la propria opinione”, p. 4)
-     Chi dice la verità si espone a un rischio:  “Se c’è una specie di ‘prova’ della sincerità del parresiastes, essa sta nel suo coraggio, nella disponibilità a correre un rischio e mettere a repentaglio la propria tranquillità o, in casi estremi, la propria incolumità”. “Il fatto che il parresiastes dica qualcisa di pericoloso – qualcosa di differente da ciò che la maggioranza crede – è una forte indicazione del fatto che egli sia un parresiastes” (p. 6).
-    Accettare di dire la verità significa tenere una specifica relazione con se stessi; essere disposti ad affrontare un rischio, una posizione scomoda, “invece di riposare sulla sicurezza di una vita in cui la verità resta inespressa”. Significa prendersi una responsabilità.
-    La parresìa è legata alla critica: la sua funzione non è dimostrare qualcosa a  qualcun altro, ma prima di tutto  “esercitare una critica: una critica dell’interlocutore, o anche di se stesso” (p. 8).
-    Per il parresiastes dire la verità è considerato un dovere, che egli sente anche quando è libero di stare zitto (sotto tortura non c’è parresia). La parresia ha a che fare insieme con la libertà e il dovere (che non si escludono di principio, come la cultura contemporanea tende a suggerire).
Il testimone non può che essere tale rispetto a una verità che lo ha toccato, che lo ha cambiato. Il testimone prende la parola per comunicare il modo unico e irripetibile in cui la verità gli si è manifestata, per condividere con altri ciò che ha potuto conoscere e sentire; per mettere in discussione i luoghi comuni che creano inerzie e spengono la libertà; per invitare gli altri a lasciarsi toccare dalla verità.