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Testimonianza, morale e moralismo

giovedì, maggio 13th, 2010

C’è un sostantivo che viene costantemente usato per neutralizzare la parola dei credenti nello spazio pubblico: “moralismo”. Per quanto esso sia un rischio, contro il quale restare sempre vigili, quella “credente = moralista” è una delle tante equazioni che la cultura contemporanea propone, per affermare il proprio regime di equivalenze: tutto si può dire, purchè non si sottragga al circolo delle “opinioni opinabili”. La testimonianza è invece agli antipodi del moralismo. Il moralismo è l’applicazione ottusa di una legge, per la quale il soggetto abdica alla propria capacità critica e alla propria libertà. La testimonianza va oltre la legge, la supera nell’amore, perchè “la legge è per l’uomo e non l’uomo per la legge”.

Per contribuire a rompere questo, che è uno dei tanti luoghi comuni che ingombrano e velano la nostra capacità di comprensione, userò le parole, bellissime, di un grande autore gesuita, Francois Varillon (Traversate di un credente, Milano, Jaca Book, 2008), grata all’amico gesuita che me lo ha fatto conoscere:

“Una decisione morale è quella che, provocata dai fatti, si propone di far trionfare i valori (giustizia, onestà, verità). Non si dà decisione morale che non sia un atteggiamento concreto della libertà, che si confronta con il temporale. (…) E’ a questo livello che si oppongono morale e moralismo. Vi è moralismo quando, per decidere, la coscienza si riferisce a una legge, data una volta per tutte, ideale irrigidito, somma di principi. A quel punto, non vi è alcun bisogno di cercare – parola chiave della Scrittura: ‘Cercate e troverete’ (Matteo 7,7) (…). Ci si accontenta di cogliere i punti di applicazione della legge.

All’opposto, in una vita autenticamente morale, la coscienza comprende la legge come una norma creatrice, che suscita decisioni personali sulla base di situazioni analizzate il più correttamente possibile. Sono queste decisioni che costituiscono l’impegno. I valori vengono colti nella decisione stessa, che modifica, in piccole o grandi dimensioni, nella vita privata e in quella pubblica, il corso della storia. In altri termini, moralismo significa sottometersi alla legge perchè ‘è legge’, obbedienza formale – che si deteriora facilmente in rispetto delle convenienze, di ‘ciò che si usa fare’, a scapito del coraggio, della responsabilità, del ‘carattere’. Morale significa fedeltà creativa, grazie alla mediazione della legge, assumendo la legge in decisioni che esprimono l’io profondo. (…) La vita di Gesù è tutto un tessuto di decisioni, provocate dalle circostanze e ispirate dallo Spirito. In lui coincidono obbedienza e libertà. Alla radice vi è l’umiltà. Invano cercheremmo nei suoi gesti la minima retro-intenzione di un ‘per me’. Per questo il suo discernimento è infallibile” (p. 95).

Forse queste parole ci possono aiutare a essere critici (da krìno, che significa distinguere, discernere), prima di tutto a proposito di noi stessi, quando l’invocazione della legge maschera in realtà un “per me”, e quando invece siamo capaci di essere autenticamente morali, creativi nella fedeltà.

Per un’antropologia della contemporaneità: il tempo

venerdì, marzo 12th, 2010

Ripensare le condizioni dell’umano nell’ambiente digitale è un passo imprescindibile, come ha ricordato Benedetto XVI nella Caritas in Veritate: “La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica” (75).
L’essere umano da un lato è adattivo, e quindi impara velocemente a conoscerlo e a muoversi in esso, dall’altro è creativo, e riesce a sfruttarne le opportunità, elaborando soluzioni individuali e collettive per abitare l’ambiente e renderlo vivibile. In fondo questa è la cultura: elaborare collettivamente un modo simbolico di rispondere alle sollecitazioni ambientali, evitando di trasformare questo nesso in un rapporto di causa-effetto ed esercitando, invece, la libertà, pur dentro i vincoli presenti.
L’umanità abita il mondo dando prima di tutto una forma alle due coordinate fondamentali dell’esperienza: il tempo e lo spazio, e ogni cultura si caratterizza per il suo rapporto peculiare con esse. Ci sono fasi della storia, o culture, in cui il passato e la tradizione sono il modello che deve orientare la valutazione del presente e la costruzione dell’avvenire (oggi i fondamentalismi hanno questo tipo di orientamento temporale); ci sono fasi in cui il mito del futuro, visto come progresso, alimenta un ottimismo rispetto al presente e un disinteresse per il passato (la fase della modernità e delle grandi scoperte tecniche); ci sono momenti in cui il futuro appare più come un rischio, e ci si rifugia in un presente assoluto, cercando di renderlo denso e intenso per evitare di pensare al dopo (come nella post-modernità).
Come poi ci ricordano gli antropologi (in particolare E. T. Hall: per un approfondimento si può vedere il mio volume Comunicazione Interculturale http://www.anobii.com/books/La_comunicazione_interculturale/9788815105714/010c3b456d7571c82d/) ci sono due modi principali di organizzare il tempo nelle diverse culture. Quello più caratteristico del modello occidentale è “monocronico” (da monos, uno e cronos, tempo: una cosa alla volta), che consiste nella scomposizione dei processi e nella concatenazione lineare dei segmenti, su modello della pagina stampata (come spiega bene McLuhan) o della catena di montaggio: gli effetti sono potenti in termini di efficienza, ma anche potenzialmente disumanizzanti, come ci ricordava Chaplin nelle memorabili scene di Tempi Moderni (http://www.youtube.com/watch?v=IjarLbD9r30).
E’ monocronico il tempo delle nostre agende, suddiviso in segmenti riempiti di attività, ciascuno orientato a uno scopo; il tempo della puntualità e della pianificazione, della velocità e dell’efficienza, alla quale viene sacrificata la relazione. E’ un tempo lineare, orientato all’obiettivo, individualizzato (il ritratto, direbbe McLuhan, dell’uomo gutengerghiano). Efficiente, ma potenzialmente disumano. Soprattutto quando questo schema temporale si svuota di senso, come nella postmodernità: un esempio interessante di uomo postmoderno totalmente individualista, che suddivide il tempo in unità per poterlo meglio maneggiare e avere l’illlusione di avere così tante cose da fare da non poter dare retta a nessuno è il personaggio di Hugh Grant nel film About a Boy (http://www.youtube.com/watch?v=-7FGpH8qFFA).
E’ invece policronico il tempo in cui si fanno tante cose alla volta (il tempo delle mamme, mi verrebbe da dire), in cui la pianificazione è sempre relativa perché l’interruzione e l’imprevisto sono la norma; un tempo sensibile al contesto e alle relazioni; flessibile e aperto alla condivisione, ma anche dispersivo e spesso inefficiente.
Qual è il modello del tempo nel continente digitale? Forse i modelli interpretativi vanno un po’ rivisti, perché da un lato il multitasking è ormai una competenza diffusa, e l’orientamento alla relazione la caratteristica principale del web 2.0; dall’altro la capacità di organizzare il tempo, rispettare le scadenze, porsi e raggiungere degli obiettivi resta fondamentale per il nostro vivere insieme.
Così come, persa la fiducia cieca nel progresso, ma anche stanchi di un presente frammentato e autoreferenziale, e giustamente timorosi di un passato che vuole farsi modello assoluto, si rivalutano quelle che Ricoeur chiamava “le tre estasi del tempo” (passato, presente e futuro) nel loro intrecciarsi e dare spessore alla nostra vita quotidiana: il passato come repertorio di esperienza, il futuro come orizzonte di attesa.
E’ importante quindi essere consapevoli di come, con le nostre pratiche e le nostre scelte, diamo forma al tempo nel continente digitale.

Testimonianza, parresìa e verità

mercoledì, marzo 3rd, 2010

Parresìa è parlare con franchezza. Non con l’arroganza di chi, incurante degli effetti del proprio dire, spaccia per sincerità un parlare violento, spesso strategico e strumentale. Ma con l’umiltà di chi si sente in dovere di prendere la parola, per rendere giustizia a una verità che non è la sua, ma che anzi lo mette in una posizione scomoda. Una verità che ha toccato la sua vita, una verità conosciuta in un modo sempre parziale, una verità per comunicare la quale si è sempre inadeguati, ma che merita comunque di essere detta.
Quali siano i caratteri dell’autentica parresìa lo scriveva Foucault  richiamando il ruolo di questa virtù nel mondo classico (M. Foucault, Discorso e verità nella Grecia antica, Roma, Donzelli, 2005 (1983))
-    La parresìa esprime una relazione tra il parlante e ciò che viene detto: una relazione di sincerità  (“Il parresiastes è sincero nel dire la propria opinione”, p. 4)
-     Chi dice la verità si espone a un rischio:  “Se c’è una specie di ‘prova’ della sincerità del parresiastes, essa sta nel suo coraggio, nella disponibilità a correre un rischio e mettere a repentaglio la propria tranquillità o, in casi estremi, la propria incolumità”. “Il fatto che il parresiastes dica qualcisa di pericoloso – qualcosa di differente da ciò che la maggioranza crede – è una forte indicazione del fatto che egli sia un parresiastes” (p. 6).
-    Accettare di dire la verità significa tenere una specifica relazione con se stessi; essere disposti ad affrontare un rischio, una posizione scomoda, “invece di riposare sulla sicurezza di una vita in cui la verità resta inespressa”. Significa prendersi una responsabilità.
-    La parresìa è legata alla critica: la sua funzione non è dimostrare qualcosa a  qualcun altro, ma prima di tutto  “esercitare una critica: una critica dell’interlocutore, o anche di se stesso” (p. 8).
-    Per il parresiastes dire la verità è considerato un dovere, che egli sente anche quando è libero di stare zitto (sotto tortura non c’è parresia). La parresia ha a che fare insieme con la libertà e il dovere (che non si escludono di principio, come la cultura contemporanea tende a suggerire).
Il testimone non può che essere tale rispetto a una verità che lo ha toccato, che lo ha cambiato. Il testimone prende la parola per comunicare il modo unico e irripetibile in cui la verità gli si è manifestata, per condividere con altri ciò che ha potuto conoscere e sentire; per mettere in discussione i luoghi comuni che creano inerzie e spengono la libertà; per invitare gli altri a lasciarsi toccare dalla verità.

La centralità antropologica del testimone

mercoledì, febbraio 17th, 2010

In questo cammino di preparazione al convegno, oltre che riflettere sulle trasformazioni e le caratteristiche dell’ambiente digitale in cui siamo immersi, mi pare importante mettere a tema la ricchezza delle implicazioni che la figura del testimone suggerisce. Ve ne propongo alcune, in modo molto sintetico, come spunti per ulteriori elaborazioni e riflessioni comuni. Il ruolo del testimone ha infatti una ricchezza potenziale enorme e un valore programmatico che può essere culturalmente fondamentale, per credenti e non credenti, perchè a che fare:
- con la verità: il testimone prende la parola per dire  ciò che sa essere vero (parresìa) , perchè lo ha conosciuto e vissuto
- con la responsabilità: il testimone si prende la responsabilità nei confronti del vero di cui si fa portavoce, e delle persone alle quali testimonia. Potrebbe tacere, ma parla, anche se non è nel suo interesse, anche se non ne trae alcun vantaggio, anzi…
- con la valutazione: il testimone sceglie ciò che ha valore da trasmettere, e lo interpreta; la sua testimonianza non è casuale, non “registra” i fatti, ma riconosce dei significati e dei valori
- coi sensi: il testimone ha visto, ha ascoltato, è stato presente; ha mangiato lo stesso cibo e respirato la stessa aria di coloro dei quali parla.
- con l’azione: il testimone decide di non tenere per sè quello che ha visto, ma di farne lo stimolo per un’azione comunicativa, per una narrazione,  per un annuncio
- con la relazione: il testimone condivide, crea socialità attorno alla condivisione della conoscenza di quanto accade
- con la politica: il testimone può dare avvio a una mobilitazione collettiva che si interfacci con le istituzioni e offre il suo contributo di conoscenza e interpretazione
- con il tempo: il testimone è custode di ciò che ha visto e ascoltato, non lascia cadere nell’oblio ciò che accade, difende la memoria come luogo che ci impedisce di commettere sempre gli stessi errori; oggi, il testimone  non soggiace alla voracità della rete, che nella velocità e nella sovrabbondanza non gerarchizzata di novità continue rischia di deformare il nostro rapporto col tempo
- con il riconoscimento: il testimone si espone col suo volto e consente a ciò che ha visto e ascoltato di uscire dall’invisibilità, dal regime delle equivalenze e dal senso di irrilevanza
- con la giustizia: il testimone sostiene ciò che è vero e quindi giusto sostenere, anche a costo di pagare un prezzo personale (“martire”, in greco, significa appunto “testimone”); il testimone si oppone all’ingiustizia e alla disuguaglianza, e la sua testimonianza è uno strumento per combatterle pacificamente
- con la libertà: il testimone è guidato solo dal desiderio di testimoniare la parte di verità a cui ha avuto accesso, non è schiavo di interessi di altro tipo, ha a cuore solo il bene comune e la dignità e felicità dell’essere umano. Ha un punto di vista non ingabbiato nel dato di fatto. Testimonia per gratuità e libera scelta, e non per dovere o per coercizione. La sua testimonianza è una “eccedenza” rispetto al dovuto.

Questo, e certamente altro ancora….