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	<title>L&#039;era dei Testimoni &#187; media</title>
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	<description>Abitare il continente digitale - Chiara Giaccardi</description>
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		<title>Rete e comunicazione</title>
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		<pubDate>Sat, 08 May 2010 19:23:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eratestimone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La ricerca che  abbiamo presentato al convegno Testimoni Digitali (www.testimonidigitali.it/ricerca) ha fatto emergere una serie di spunti per riflettere su come sta cambiando il nostro modo di metterci in relazione nell&#8217;ambiente digitale. Diversamente da quanto i luoghi comuni, ormai consolidati, affermano (la rete è un mondo a parte, un surrogato della realtà, uno spazio di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La ricerca che  abbiamo presentato al convegno Testimoni Digitali (<a href="http://www.testimonidigitali.it/ricerca">www.testimonidigitali.it/ricerca</a>) ha fatto emergere una serie di spunti per riflettere su come sta cambiando il nostro modo di metterci in relazione nell&#8217;ambiente digitale. Diversamente da quanto i luoghi comuni, ormai consolidati, affermano (la rete è un mondo a parte, un surrogato della realtà, uno spazio di relazioni fittizie e di identità mascherate&#8230;) dall&#8217;indagine sui 18-24enni di tutta Italia, grandi frequentatori di <em>social network</em>, è emerso come la rete sia soprattutto uno spazio per &#8220;essere-con&#8221;. La dimensione strettamente comunicativa non è la più importante, e comunque  occorre ripensare il concetto di comunicazione,  abbandonando completamente l’idea di “trasmissione”. Comunicare, lo aveva già detto McLuhan, non è scambiarsi messaggi, ma modificare delle proporzioni (aumentare la sensibilità, avvicinare le persone). Tutto ciò che “avvicina” è un medium, e la rete, prima ancora che consentire di produrre e scambiare messaggi e materiali, serve per ridurre le distanze, per immergersi e lasciarsi coinvolgere da un ambiente di simili. McLuhan sosteneva infatti che è &#8220;medium&#8221; tutto ciò che produce cambiamento, e che i media modificano i rapporti e le proporzioni dentro il nostro ambiente.</p>
<p>Oggi comunicare è soprattutto avvicinare, ridurre le distanze: la comunicazione è sempre prima fàtica che referenziale, ovvero mira soprattutto ad alimentare il senso di contatto, a mantenere vivo l&#8217;&#8221;essere-con&#8221;, più che il &#8220;parlare di&#8221;. La comunicazione in rete ha quindi a che fare  soprattutto con il desiderio di avvicinare le persone, di avvicinarci agli altri. Un &#8220;essere-con&#8221; che non solo non si contrappone, sostituendolo, al rapporto interpersonale nelle situazioni concrete, ma si pone in un certo senso al suo servizio, riconoscendone il primato.</p>
<p>Anche la rete, dunque, risente della svolta &#8220;tattile&#8221; della comunicazione, del tentativo di ridurre le distanze (il tatto è il senso dell&#8217;annullamento della distanza), di &#8220;immergersi&#8221; in un ambiente relazionale, lasciandosene coinvolgere. Ridurre la distanza non è ancora, però, realizzare una prossimità: ma esprime un bisogno, e può trasformarsi in un&#8217;opportunità.</p>
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		<title>I media come ambiente</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 15:31:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eratestimone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
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		<category><![CDATA[media]]></category>
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		<description><![CDATA[Rileggendo alcuni vecchi testi di McLuhan, ho riscoperto la radice originaria dei termini che utilizziamo in modo ormai quasi automatico, utilissima per correggere le distorsioni semantiche, e prospettiche, che abbiamo impresso alle parole di uso più comune (a questo scopo trovo utilissimo ricorrere appena possibile al senso etimologico, e suggerisco allo scopo questo dizionario on-line, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Rileggendo alcuni vecchi testi di McLuhan, ho riscoperto la radice originaria dei termini che utilizziamo in modo ormai quasi automatico, utilissima per correggere le distorsioni semantiche, e prospettiche, che abbiamo impresso alle parole di uso più comune (a questo scopo trovo utilissimo ricorrere appena possibile al senso etimologico, e suggerisco allo scopo questo dizionario on-line, che consente scoperte molto interessanti: <a href="http://www.etimo.it/">http://www.etimo.it</a>/).</p>
<p>Il termine &#8220;medium&#8221;, per esempio, è una parola latina che non ha come primo significato quello di strumento, bensì quello di &#8220;mezzo&#8221; in senso spaziale (stare in mezzo a una piazza, la virtù sta nel mezzo), che poi acquisisce il senso di visibilità, di spazio pubblico (chi sta in mezzo è ben visibile). Quindi, originariamente, il medium è uno spazio centrale, uno spazio di grande visibilità.</p>
<p>Anche il termine &#8220;ambiente&#8221; è interessante, perchè nella sua accezione originaria latina (<em>ambiens</em>) indica la &#8220;materia fluida che gira intorno a una cosa, l’aria che la circonda&#8221;: e l&#8217;aria, lo sappiamo, è invisibile.</p>
<p>I media sono quindi degli ambienti che consentono una grande visibilità, ma tendono a essere &#8220;invisibili&#8221; nel loro modo di operare. Per questo McLuhan scriveva: “Il presente è sempre invisibile perché ambientale. Nessun ambiente è percettibile, semplicemente perché satura l’intero campo dell’attenzione”.</p>
<p>Solo la consapevolezza di come i media funzionano, estendendo in un certo modo la nostra sensorialità, e ci &#8220;massaggiano&#8221;, immergendoci in un ambiente di stimolazioni sensoriali intense, può renderci capaci di sfruttare le opportunità del continente digitale, senza rimanere &#8220;narcotizzati&#8221;. Perchè, sempre per citare McLuhan, &#8220;Quando il coinvolgimento è massimo, ne siamo quasi istupiditi&#8221;.</p>
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		<title>Senza sguardo</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 10:34:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eratestimone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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		<category><![CDATA[fondamentalismo]]></category>
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Stampa, televisione, cartelloni e internet ci immergono in un universo di presenze virtuali e seduttive in cui la donna è onnipresente. L’immaginario attivato e riprodotto da queste immagini è, nelle retoriche dominanti, quello della liberazione dai ruoli, della padronanza di sé, del libero gioco delle identità, della trasgressione e così via. Ma sotto questa crosta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http:// www.piuvoce.net/newsite"><img class="aligncenter size-large wp-image-115" title="8 marzo" src="http://eradeltestimone.blog.testimonidigitali.it/wordpress-mu/files/2010/03/8-marzo-1024x693.jpg" alt="" width="450" height="304" /></a></p>
<p>Stampa, televisione, cartelloni e internet ci immergono in un universo di presenze virtuali e seduttive in cui la donna è onnipresente. L’immaginario attivato e riprodotto da queste immagini è, nelle retoriche dominanti, quello della liberazione dai ruoli, della padronanza di sé, del libero gioco delle identità, della trasgressione e così via. Ma sotto questa crosta ideologica, troppo funzionale alla riproduzione di un sistema onnivoro (che divora ogni aspetto del reale e della vita, e lo ripropone poi come merce da consumare) per essere casuale, si può leggere un’inquietante analogia, che rivela il libertarismo contemporaneo come l’altra faccia, parimenti disumanizzante, del fondamentalismo.<br />
Due immagini emblematiche, entrambe molto presenti sui media: la donna velata dal burqua, impermeabile allo sguardo e dunque incapace di restituirlo, murata nella sua invisibilità e incomunicabilità; la donna-manichino della pubblicità, perfetta nella sua femminilità di plastica, priva di espressione per poter assumere plasticamente qualsiasi espressione, priva di sguardo perché lo sguardo, lo sa bene il fondamentalismo islamico, è un connettore relazionale, genera un legame di reciprocità.<br />
Il volto oscurato e il volto inespressivo sono entrambi un non-volto: la differenza è nella manifestazione, che è però epifenomeno di una stessa verità. L’essere umano di oggi è senza sguardo. La sua umanità è mutilata. La sua immagine è cancellata (dalla copertura di stoffa) o resa idolo, riempita dai significati della cultura dell’immagine e del consumo,  senza aperture. In entrambi i casi, non c’è spazio alcuno per l’individualità. la libertà, l’umanità.<br />
Il primo caso è il più evidente: il fondamentalismo rompe la dialettica dubbio/certezza, e chiede adesione pura alla certezza indiscussa. Ogni affermazione di individualità, ogni sguardo di curiosità, ogni reciprocità comunicativa non può che rappresentare un potenziale pericolo. Negare lo sguardo (la visibilità ma anche la reciprocità) è un modo di tenere in schiavitù (diverso, ma non è questa la sede per parlarne, il discorso del hijab, che ha più a che vedere con il pudore, con le tradizioni, con l’esibizione di segni identitari).<br />
Ma anche la nostra cultura rischia di produrre soggetti senza sguardo. Non perchè devono guardare una cosa sola, ma perché devono essere liberi di poter guardare tutto, e così non guardano niente: ogni fissazione dello sguardo potrebbe compromettere il libero gioco delle possibilità, potrebbe rendere, con una bella espressione di Lévinas, “ostaggio dell’altro”. Questi corpi senza sguardo sono anche corpi muti, chiusi nella loro ottusità e sordità a tutto ciò che è altro (che ne potrebbe rivelare l’aspetto grottesco). Pure presenze senza rinvio, sigillate, secondo una efficace espressione di Jean-Luc Nancy, in un “blocco stupido e soddisfatto di sé”.<br />
L’immagine, allora, da possibile “icona” (come soglia verso una realtà che non può mai essere totalmente presente), diventa “monstrum”, ostensione violenta che non ammette altro fuori di sé, che esclude, con la propria arrogante esibizione di non senso, la possibilità stessa del senso. Una presenza piena, un coagulo di materia, un idolo che non rimanda ad altro tranne che a se stesso.<br />
Lo scontro di civiltà si rappresenta oggi sul corpo della donna come esibizione di due estremi violenti: il senza-immagine (lo sguardo coperto) e il tutto-idolo (la presenza appagata di sé, lo sguardo che non guarda)<br />
In entrambi i casi si può intravvedere un’operazione biopolitica: iscrivere nel corpo del soggetto la verità che si vuole affermare.<br />
Come scrive Nancy, “la violenza è sempre un eccesso sui segni”: lavoriamo allora per sottrazione, rifiutando che qualsiasi immagine (anche quella agiografica ed edificante) si trasformi in idolo, in presenza piena, cieca e sorda a una verità che si nasconde sempre e che nessuno, per fortuna, può possedere.</p>
<p>Editoriale pubblicato su piuvoce.net:  <a href="http://www.piuvoce.net/newsite/articolo_opinionista.php?id=163">http://www.piuvoce.net/newsite/articolo_opinionista.php?id=163</a></p>
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