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La neopolitica tra viralità e partecipazione

venerdì, giugno 3rd, 2011

Due premesse a quello che dirò: 1) credo si debba sempre diffidare delle realtà che si presentano come monocromatiche, nascondendo le sfumature; 2) non sono un’esperta di comunicazione politica, ma una studiosa della comunicazione e una cittadina a cui sta a cuore la questione del bene comune e la garanzia di spazi dentro i quali questa finalità possa essere elaborata, discussa e realizzata in modo partecipativo.

Entrambi questi motivi mi fanno prendere con cautela i risultati delle ultime elezioni amministrative, e credo che l’ubriacatura euforica dei primi momenti debba lasciare il posto a una riflessione capace di discernere, accanto ai semi di novità, anche gli elementi che vanno nella direzione di un’autentica partecipazione democratica, e quelli che invece, a dispetto delle apparenze, spingono nella direzione contraria.  Senza dimenticare la questione del “senso”, che per quanto rimossa dal dibattito è a mio avviso centrale.

Un contributo fondamentale a una diversa comprensione di quanto accaduto mi è venuta da una lunga conversazione con un gruppo di studiosi e intellettuali militanti di Bari, sostenitori attivi di Vendola nella prima campagna per il governo della regione Puglia, alcuni tuttora interni a SEL, ma profondamente delusi dalla piega che già in vista del secondo mandato, e ancor più nelle contingenze politiche attuali, la comunicazione del leader di Sinistra e Libertà ha assunto.

Provo a riassumere qualcuna di queste ragioni, offrendole come spunto alla riflessione per immaginare un percorso che è appena iniziato, e offrire un piccolo contributo di fronte a una potenziale capacità di cambiamento che non va sciupata. E a chi volesse approfondire consiglio il coraggioso e “parresiastico” saggio di Onofrio Romano, La fabbrica di Nichi. Comunità e politica nella postdemocrazia, Laterza Edizioni della Libreria, Bari 2011 (e dico”parresiastico” perchè gli effetti dell’aver espresso un parere dissonante e circostanziato su uno stile di fare politica che forse non è democratico come vuol sembrare si stanno già manifestando, rivelando un volto inedito della postdemocrazia digitale).

Sottolineo qui solo due delle tante questioni meritevoli di una riflessione seria.

La prima: il rapporto tra la rete e la realtà, senza la quale la politica diventa vuoto marketing delle idee e la partecipazione poco più che un “mi piace”. La rete funziona e dà il meglio di sè quando consente a mondi che esistono, o si formano, nei contesti dell’interazione e dell’impegno concreto di superare i limiti del proprio localismo, connettersi, elaborare anche nei luoghi smaterializzati del web discorsi e progetti da ritrasferire nei contesti reali, in una sinergia virtuosa tra materiale/immateriale, reale/virtuale, locale/globale, singolare/universale. In questo modo la rete può diventare veramente uno dei luoghi di elaborazione di una nuova politica della partecipazione. Peccato che questo richieda impegno e comporti lentezza. Molto più semplice cancellare i “corpi intermedi” e creare strutture leggere solo virtuali, che siano in realtà luoghi di comunicazione e non di elaborazione: luoghi di diffusione di una “viralità politica”  i cui contenuti sono decisi altrove, in modo non necessariamente democratico.

La seconda questione riguarda la personalizzazione estrema del leader, che è profondamente legata alla cancellazione efficientista dei corpi intermedi, e che apre uno scenario postdemocratico tutt’altro che attraente.

Siamo da troppo tempo abituati al leader maximo che parla direttamente al popolo attraverso i media, che sa usare benissimo. Non si vorrebbe che il passaggio di leadership fosse solo legato alla capacità di maneggiare meglio i nuovi media. E la viralità rischia di produrre, anzichè partecipazione contagiosa, solo “tecno-magie”, se “la rete non viene utilizzata per agevolare la sovranità del logos, bensì per amplificare a dismisura la forza del pathos” (Romano 2011:55).

Perchè nei contenuti è difficile, almeno per ora, vedere un cambiamento che vada al di là di un adattamento individualistico e improntato al “diritto al godimento” e che lascia intatta la cornice in cui le soluzioni vengono progettate. E non saranno le “fabbriche virtuali” a renderle democratiche.