Non sono certo l’unica a recare indelebilmente impressa nella memoria, come una delle immagini che mi accompagneranno sempre perchè mi hanno aiutato a comprendere meglio il significato dell’essere umano, l’ultima apparizione pubblica di Giovanni Paolo II, il 30 marzo 2005, e la sua “benedizione muta” alla folla affettuosamente raccolta nella piazza sottostante.
Un Papa che ha visto (non certo come passivo spettatore) il crollo del muro di Berlino e il mutamento degli equilibri mondiali, che ha anticipato la globalizzazione con la propria mobilità e la propria capacità di comunicare a tutti, mostrando che la Chiesa è veramente cattolica (universale, proprio perchè profondamente radicata nelle chiese locali) e apostolica (capace di farsi vicino a tutti per annunciare la buona notizia); un Papa che ha colto la crucialità dell’alleanza intergenerazionale, istituendo la “Giornata mondiale della gioventù”; un Papa che ha avuto il coraggio di chiedere perdono per gli errori della Chiesa, perchè solo il perdono sana senza la scappatoia dell’oblio; un Papa che è stato insieme rigoroso e affettuoso; un Papa che ha iniziato il suo pontificato con un incoraggiamento, “Non abbiate paura”, che riconosce insieme il limite dell’umano e la capacità di vincerlo (per approfondire http://www.tv2000.it/giovannipaoloII/).
Ma la sua parola più bella, la sintesi di tutto il suo pontificato, capace di parlare veramente a tutti a partire dall’esperienza più universale, più umana (la stessa che il Figlio di Dio ha attraversato e fatto sommamente propria), più reale al di là di tutti i nostri tentativi di eluderla ed escluderla dai nostri orizzonti, ovvero la sofferenza, è stata quell’emissione inarticolata, quella voce sfigurata dalla malattia ma così capace di unire (legein) in ciò che di più umano, ma anche di più divino c’è in ciascuno di noi.
Con questa sua ultima, così eloquente non-parola, Giovanni Paolo II ha indicato quello che credo possa essere il cammino della chiesa nel complesso mondo di oggi: de-intellettualizzare la propria comunicazione, farsi vicina a tutti stando dalla parte di chi soffre, non nascondere la debolezza (come ha cercato di fare quella mano “troppo umana” che ha allontanato il microfono dalla bocca del Papa) ma condividerla, perchè questa è la nostra condizione umana, e il fondamento della nostra fratellanza. Senza avere paura.

