Posts Tagged ‘parola’

Il lògos di Giovanni Paolo II

domenica, maggio 1st, 2011

Non sono certo l’unica a recare indelebilmente impressa nella memoria, come una delle immagini che mi accompagneranno sempre perchè mi hanno aiutato a comprendere meglio il significato dell’essere umano, l’ultima apparizione pubblica di Giovanni Paolo II, il 30 marzo 2005, e la sua “benedizione muta” alla folla affettuosamente raccolta nella piazza sottostante.

Un Papa che ha visto (non certo come passivo spettatore) il crollo del muro di Berlino e il mutamento degli equilibri mondiali, che ha anticipato la globalizzazione con la propria mobilità e la propria capacità di comunicare a tutti, mostrando che la Chiesa è veramente cattolica (universale, proprio perchè profondamente radicata nelle chiese locali) e apostolica (capace di farsi vicino a tutti per annunciare la buona notizia); un Papa che ha colto la crucialità dell’alleanza intergenerazionale, istituendo la “Giornata mondiale della gioventù”; un Papa che ha avuto il coraggio di chiedere perdono per gli errori della Chiesa, perchè solo il perdono sana senza la scappatoia dell’oblio; un Papa che è stato insieme rigoroso e affettuoso; un Papa che ha iniziato il suo pontificato con un incoraggiamento, “Non abbiate paura”, che riconosce insieme il limite dell’umano e la capacità di vincerlo (per approfondire http://www.tv2000.it/giovannipaoloII/).

Ma la sua parola più bella, la sintesi di tutto il suo pontificato, capace di parlare veramente a tutti a partire dall’esperienza più universale, più umana (la stessa che il Figlio di Dio ha attraversato e fatto sommamente propria), più reale al di là di tutti i nostri tentativi di eluderla ed escluderla dai nostri orizzonti, ovvero la sofferenza, è stata quell’emissione inarticolata, quella voce sfigurata dalla malattia ma così capace di unire (legein) in ciò che di più umano, ma anche di più divino c’è in ciascuno di noi.

Con questa sua ultima, così eloquente non-parola,  Giovanni Paolo II ha indicato quello che credo possa essere il cammino della chiesa nel complesso mondo di oggi: de-intellettualizzare la propria comunicazione, farsi vicina a tutti stando dalla parte di chi soffre, non nascondere la debolezza (come ha cercato di fare quella mano “troppo umana” che ha allontanato il microfono dalla bocca del Papa) ma condividerla, perchè questa è la nostra condizione umana, e il fondamento della nostra fratellanza. Senza avere paura.

Il paradosso del testimone

giovedì, aprile 21st, 2011

Purtroppo il linguaggio è insidioso, soprattutto nel suo uso pubblico, e le parole rischiano continuamente di trasformarsi, da “finestre” che aprono sulla realtà illuminandone la comprensione, in “trappole” che imprigionano il pensiero trasformandosi in slogan.

Anche la parola “testimone” non è immune da questo rischio: per quanto ci apra una serie di prospettive, che non dobbiamo stancarci di esplorare, su come vivere e comunicare in modo sensato in questo mondo oggi, tuttavia rischia di trasformarsi in una parola-bandiera, in un velo che appanna la comprensione anzichè in un’occasione di disvelamento e comprensione. Per scongiurare questo rischio, accogliendo l’invito di Francois Varillon a “spezzare” e rigenerare continuamente le parole con cui ci esprimiamo, un aiuto fondamentale viene da Michel De Certeau, che in un brano raccolto in un volume di recente pubblicazione (Sulla mistica, Morcelliana 2010) richiama in modo tanto chiaro quanto opportuno il “dramma” del testimone e l’umiltà che non può non conseguirne. E lo dico prima di tutto a me stessa, interpellata dalle parole con cui inizia la citazione:

Non è possibile parlare da professore, quando si tratta di esperienza. Non oserei nemmeno parlare da testimone. Che cosa è infatti il testimone? Colui che altri designano in questo modo. Quando si tratta di Dio, il testimone, pur designato da chi lo invia, rimane sempre mentitore; sa bene che, senza poter parlare diversamente da come fa, nondimeno tradisce colui di cui parla. E’ continuamente superato e condannato da quanto attesta e non potrebbe negare. Mancherebbe dunque alla verità se si presentasse immediatamente come testimone.

Non si può non parlare, ma mentre si parla si è consapevoli dell’inadeguatezza e quindi del tradimento. Questo paradosso ci consegna alla parola di cui ci facciamo indegni portavoce, e ci consente di esserne il sito e non l’emittente, e ci consegna agli altri, i soli che sapranno attestare, al di là delle nostre dichiarazioni e della nostra volontà, la nostra capacità di testimoniare. Solo la relazione (con la Parola, con gli altri e con l’Altro) e dunque l’umiltà giustificano il testimone.


Solo l’incontro cambia la vita

domenica, marzo 27th, 2011

“Solo l’incontro cambia la vita, non la legge. In principio è l’incontro”.

Lo scrive Ermes Ronchi, commentando l’episodio del Vangelo di oggi, l’incontro di Gesù al pozzo con la samaritana.

(www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=46).

Nessuna comunicazione può avere luogo senza questa condizione preliminare, di compresenza e accoglienza reciproca.

R. Panikkar, in un bellissimo libro dal titolo Lo spirito della parola, scriveva che la parola è “la casa dell’essere” (secondo la famosa espressione di Heidegger), o, nella sua lingua, la “vivienda del ser”; “dove vivienda non è solo la casa che ogni parola offre, ma la sua vita stessa” (p. 115).

Solo lasciandoci incontrare potremo prima di tutto ascoltare, e poi, se ci riusciamo, cercare di testimoniare, la Parola che è vita.

I media al servizio della Parola

domenica, maggio 16th, 2010

In occasione della quarantaquattresima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, vorrei offrire qualche piccolo spunto di riflessione, in relazione al messaggio del S. Padre. Innanzitutto mi colpisce la consapevolezza profonda che la Chiesa ha sviluppato sulla non neutralità e soprattutto sulla irrinunciabilità dei media. Si è preso atto ormai pienamente che i media sono l’ambiente in cui ci muoviamo, che non sono più semoplici canali di trasmissione di messaggi. Come scriveva McLuhan, i media prima di tutto estendono la nostra sensibilità (televisione vuol dire “vedere lontano”), riducono le distanze, traducono la nostra esperienza in forme nuove.

Mi pare che sulla riflessione dell’impatto sociale di nuovi ambienti comunicativi la Chiesa si addirittura più “avanti” di molti scienziati sociali, tutti preoccupati a difendere o attaccare la tecnologia e polarizzati tra tecno entusiasti o tecno apocalittici. Avendo la Chiesa l’essere umano come sua preoccupazione principale, non può che dare un contributo fondamentale alla riflessione ma anche all’orientamento delle scelte e delle pratiche relazionali nell’ambiente digitale, intensificando le occasioni di presenza a tutti i livelli, valorizzando la reticolarità  della ricchezza territoriale delle esperienze ecclesiali e incentivando la possibilità di condividere e scambiare esperienze, grazie alle possibilità offerte dalla rete.

Mi pare bello che il Pontefice sottolinei come dentro questo ambiente, plasmato dalla tecnica, è il sacerdote che deve essere “medium”: “compito del sacerdote è annunciare Cristo , la Parola di Dio fatta carne, e comunicare la multiforme grazia divina apportatrice di salvezza mediante i sacramenti”. Posto che il mediatore perfetto, nel quale verità e vita, medium e messaggio coincidono in modo perfetto, è Cristo, al sacerdote, nell’era digitale, spetta un compito delicato e fondamentale: ridurre la distanza tra la Chiesa  e le persone, anche quelle che si sentono lontane da Dio; “tradurre” la buona notizia in un linguaggio che la renda vicina a tutti, in una modalità comunicativa che sappia interpellare, coinvolgere e “toccare”, e non solo rivolgersi alla ragione; animare un ambiente che fa della “orizzontalità” decentrata la propria bandiera (con i rischi di dispersione e superficialità che ben si conoscono), aprendolo alla dimensione della verticalità, senza la quale anche la rete rischia di diventare autoreferenziale e vuota di senso. Se poi  la parola di Dio deve giungere “fino agli estremi confini della terra”, i territori smaterializzati ma così intensamente frequentati della rete non possono restare fuori da questo annuncio. Da qui il richiamo alla responsabilità dell’annuncio, e le indicazioni, preziosissime, su ciò che deve qualificarlo: fedeltà al messaggio evangelico, qualità del contato umano e attenzione alle persone e ai loro veri bisogni, testimonianza appassionata, irrinunciabilità della dimensione dell’incontro e della concretezza, anche attraverso i Sacramenti. Una concretezza di cui l’immensa folla che si è stretta oggi intorno al Papa è un bellissimo esempio e un segno.

Rivelazione e testimonianza

mercoledì, marzo 31st, 2010

Un testo che a me pare bellissimo sul rapporto tra rivelazione e testimonianza è l’introduzione dell’Apocalisse (che significa, appunto, “rivelazione”). Può essere un prezioso stimolo di meditazione per vivere questo periodo pasquale da testimoni:
“Rivelazione di Gesù Cristo, al quale Dio la consegnò per mostrare ai suoi servi le cose che dovranno accadere tra breve. Ed egli la manifestò, inviandola per mezzo del suo angelo al suo servo Giovanni, il quale attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto. Beato chi legge, e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e custodiscono le cose che vi sono scritte: il tempo infatti è vicino” (Ap 1, 1-3).
Perchè anche noi impariamo ad ascoltare, a custodire e ad attestare la parola di Dio e la testimonianza di Gesù. Questo è il mio augurio a tutti voi per questi giorni santi.

Testimoniare la buona notizia

sabato, febbraio 13th, 2010

In un mondo saturo di sollecitazioni come quello in cui siamo immersi, la condivisione delle buona notizia non può passare solo, né principalmente dalle parole, che rischiano di essere risucchiate nel vortice omogeneizzante delle “opinioni”. Se si vuole essere testimoni della buona notizia occorre prima di tutto sapersi mettere in ascolto: della Parola, senza pretendere di possederla o poterla piegare ai nostri fini, e del mondo, perché la prima condizione per comunicare è ascoltare le ragioni dell’altro, per quanto lontano possa sembrare. Solo se abbiamo ricevuto e ascoltato possiamo testimoniare.
Enzo Bianchi cita un episodio riguardo a Teofilo di Antiochia, un vescovo del II secolo il quale,  ai pagani che lo provocavano dicendo “mostrami il tuo Dio”, rispondeva in modo paradossale, ribaltando la richiesta: “mostrami il tuo uomo e io ti mostrerò il tuo Dio”.
Che Dio sappiamo mostrare al mondo attraverso noi stessi? Dovremmo porci ogni giorno questa domanda.
In La differenza cristiana (Torino, Einaudi 2006) (www.anobii.com:testimoni) Enzo Bianchi, anche attraverso le parole di Paolo VI, ci offre alcune preziose indicazioni per cercare una risposta, che mi piace condividere con voi:
“Paolo VI ha più volte chiesto alla chiesa, in vista dell’evangelizzazione, di ‘farsi dialogo, conversazione, di guardare con immensa simpatia al mondo perché, se anche il mondo sembra estraneo al cristianesimo, la chiesa non può sentirsi estranea al mondo, qualunque sia l’atteggiamento del mondo verso la chiesa’.
Ecco perché occorre innanzitutto che i cristiani siano loro stessi ‘evangelizzati’, discepoli alla sequela del Signore piuttosto che militanti improvvisati: così sapranno mostrare la ‘differenza’ cristiana. I cristiani non cerchino visibilità a ogni costo, non rincorrano la sovraesposizione per evangelizzare, non si servano di strumenti forti di potere ma, custodendo con la massima cura la Parola cristiana, sappiano innanzitutto essere testimoni di quel Gesù che ha raccontato Dio agli uomini con la sua vita umana.
Il primo mezzo di evangelizzazione resta la testimonianza quotidiana di una vita autenticamente cristiana, una vita fedele al Signore, una vita segnata da libertà, gratuità, giustizia, condivisione, pace, una vita giustificata dalle ragioni della speranza.
Questa vita improntata a quella di Gesù potrà suscitare interrogativi, far nascere domande, così che ai cristiani verrà chiesto di rendere conto della speranza che li abita”.

L’era del testimone

venerdì, febbraio 5th, 2010

Il nome di questo blog (che prendo in prestito dal titolo di un libro di Annette Wiewiorka) contiene due parole che mi sono care, e che insieme significano qualcosa di più della loro somma.
“Era” è un termine che traggo dal mio bagaglio di studiosa dei media e del loro ruolo culturale e sociale. E’ il termine che usava McLuhan, un grande autore ancora oggi attualissimo, per designare la capacità dei media di segnare delle fasi culturali, di essere emblema del loro tempo: c’è stata l’era tribale, dove il medium dominante era la parola “parlata”, che risuonando univa la comunità; poi quella alfabetica e gutenberghiana (da Gutenberg, l’inventore della stampa), che invece ha segnato una individualizzazione della comunicazione, una supremazia della vista sugli altri sensi, un processo di astrazione e razionalizzazione; e infine l’era “elettrica”, quella della televisione che ricrea le condizioni del “villaggio globale” e ripristina un senso di partecipazione, immersione e interdipendenza, oltre a recuperare le altre dimensioni sensoriali (in particolare il tatto) prima sacrificate alla supremazia visiva.
Oggi, nell’era digitale dove i media non sono più mondi dai quali entrare e uscire, ma costituiscono il nostro habitat quotidiano, occorre ripensare le condizioni del nostro abitare il mondo, per raccogliere le sfide, valorizzare le opportunità ma anche evitare le inerzie e le derive. La figura del “testimone”, che il Vangelo ci offre come modello e come mandato (Gesù è il più alto testimone, che ci invita a farci testimoni a nostra volta), ma che è anche della cultura laica, mi pare centrale per ripensare, oggi, il nostro compito di esseri umani in un mondo sempre più complesso. Testimoniare è un modo di mettersi in rapporto con se stessi, col mondo, con gli altri, con la verità e con la libertà che può offrire un buon punto di partenza per una riflessione antropologica e una prassi adeguate ai tempi.
E’ quindi a partire da ciò di cui io posso essere testimone (tanti anni di studio, una lunga esperienza all’estero, una famiglia già numerosa che poi si è allargata ulteriormente, l’impegno universitario, la convinzione della necessità e della bellezza di esercitare l’ospitalità, anche verso lo straniero e tante altre cose…) che mi piace contribuire alla preparazione del convegno Testimoni Digitali cercando di animare una riflessione, che spero il più possibile condivisa, su cosa significa essere testimoni oggi, e su come, facendoci testimoni, possiamo non solo rispondere alle sfide, ma contribuire a dar forma all’era digitale.
Una riflessione, spero, arricchita da esperienze e, appunto, testimonianze di chi in questo mondo digitale cerca di realizzare l’umanità alla quale siamo chiamati.