In questi giorni mi trovo a Kyoto, dove sto partecipando a un convegno internazionale su un tema di grande rilevanza civile: il titolo è infatti “Legami e confini: nuove prospettive sul rapporto tra cultura e giustizia”(http://www.ritsumei.ac.jp/acd/gr/gsce/2009/20100318-e.htm).
Dal dibattito di oggi è emerso un aspetto a mio avviso molto importante, che vorrei condividere qui. A differenza di quanto si sente affermare (dai media, dai politici, dagli accademici), la soluzione alle tensioni create dalla contiguità tra culture diverse nel mondo globale non va cercata nel “secolarismo”, cioè nella posizione di neutralità rispetto alla dimensione religiosa, che tutt’al più la relega nella sfera del privato. Il secolarismo promuove, di fatto, la primazia di un individualismo disancorato e la legittimazione di un regime di equivalenze, in cui tutto ha diritto di esistere, purchè non avanzi una pretesa di verità.
Rispetto a questa posizione, il cattolicesimo ha un potenziale universalistico molto più alto. Mentre la solidarietà etnica e culturale è sempre tra i membri del gruppo contro chi non ne fa parte (e di solito è proprio l’esistenza di un nemico che consente al gruppo di ricompattarsi: è il meccanismo del “capro espiatorio”), la solidarietà che ci insegna il Vangelo (pensiamo alla parabola del Samaritano, Lc 10:25-37, o all’invito ad amare i nemici, Mt 5:43-45) è totalmente libera dalle appartenenze etniche e dalle affinità politiche e culturali: siamo liberi di decidere chi vogliamo che sia il nostro prossimo, senza alcun vincolo. L’etica è indipendente dall’etnia; e noi siamo liberi dai legami di sangue, di territorio e persino di fede. Liberi di comportarci secondo coscienza e di non rendere insormontabili i confini che ci separano; anzi, di abbatterli, trasferendo su chi prendiamo come nostro prossimo l’amore gratuito ( e quindi libero) con cui ci sentiamo amati da Dio Padre.
Questo potenziale di unversalismo (contro i tanti particolarismi che costruiscono barriere e scatenano conflitti) richiede però la capacità di superare l’orgoglio dell’appartenenza, e l’umiltà di riconoscere la pluralità dei cammini di salvezza, come scrive il profeta Micea (4:4-5): ” Siederanno ognuno tranquillo sotto la vite e sotto il fico e più nessuno li spaventerà (…) Tutti gli altri popoli camminino pure ognuno nel nome del suo dio, noi cammineremo nel nome del Signore Dio nostro, in eterno, sempre”.