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Abitare il web

sabato, maggio 21st, 2011
Oggi si è concluso il convegno “Abitanti Digitali”, che in realtà è stato molto più che un convegno: in una cornice di grande bellezza e in un clima di calda ospitalità, in una di quelle cittadine che sono il fiore all’occhiello dell’Italia per la loro configurazione “a misura d’uomo”, ci si è reincontrati a distanza di un anno da Testimoni Digitali per fare il punto della “situazione digitale”. Tante riflessioni sono emerse, ma soprattutto dei passi in avati nella comprensione del “nuovo contesto esistenziale”. Intanto i media sono ambienti perchè creano un luogo: dai media più antichi a quelli più recenti, abbiamo attraversato diversi “paesaggi mediali”, segnati da specifiche forme di abitare, per arrivare al paesaggio del web: che non è più, come i luoghi più tradizionali, segnato da un principio di intelligibilità, da un centro simbolicamente denso a cui tutte le strade conducono, ma da un’orizzontalità non gerarchizzata, dove l’unico principio di senso pare la navigazione individuale o, oggi in particolare, quella forma di “architettura dell’intimità” che sono i social network.
Per abitare questi spazi, cioè renderli umani, bisogna partire da questa orizzontalità e reciprocità, ma non fermarsi alle forme immediatamente disponibili. Come afferma Sherry Turkle, “meritiamo di più”. Il rapporto personale, la relazione, non è allora il “fine”, ma il “luogo” dove può accadere un incontro diverso, un incontro con una verticalità che buca la piattezza equivalente del web, e che fa risuonare una voce altra. La voce del testimone, in un rapporto che non può che essere personale, diventa l’invito a guardare oltre la relazione stessa, verso la verità che la fonda.
La tecnica, meraviglioso prodotto dell’ingegno umano che però, se assolutizzata, diventa un “dispositivo” che dispone di noi, può invece essere simbolo, eco di quella voce che continuamente ci parla della verità che ci costituisce. La tecnica può essere poesia.
Pieno di merito, ma poeticamente abita l’uomo, scriveva Holderlin.

Il testimone abita…

domenica, aprile 25th, 2010

Credo che per tutte le persone che hanno partecipato, e spero che un po’ di sapore sia arrivato anche a chi si è collegato via web, “Testimoni digitali” sia stata una bellissima occasione per condividere saperi ed esperienze, per scambiarsi impegni di incontro e collaborazione, ma soprattutto per stare insieme, con gioia, nella fede che accomuna e rende ricchezza le nostre diversità.

Spero che voi, come è successo a me, abbiate ricevuto qualche spunto in più per progettare il vostro “abitare” il continente digitale. Vorrei richiamare la domanda molto semplice, ma fondamentale, che si è posto (con l’umiltà che è tipica del testimone) e ci ha indirettamente posto ieri Marco Tarquinio, il direttore di Avvenire, prima dell’udienza con Benedetto XVI: “Ma io che cosa ci faccio qui?”. E’ la domanda della responsabilità e della consapevolezza che nulla può essere dato per scontato, che non sono i nostri “ruoli” che ci consentono di abitare lo spazio e il tempo, ma il senso (come significato e come direzione) che sappiamo dare al nostro esserci. Un senso che va sempre ritrovato, rinnovato, rigenerato, anche e soprattutto con l’aiuto degli altri.

Per questo, momenti come quello del convegno che ieri si è concluso non sono solo riti (senza nulla togliere alla grandissima importanza del rito), ma occasioni di reciproco e fraterno richiamo alla responsabilità e alla testimonianza. Solo chiedendoci “che ci faccio qui?” possiamo poi passare alla domanda “operativa”: “che posso fare?”.

“Abitare” è molto più che “stare”, e molto diverso da “usare”. Abitare ha a che fare con “chi sono”, e “cosa posso fare” per dare senso, forma, bellezza e calore al luogo dove abito, dove sono le mie relazioni, dove si ancorano i miei ricordi e i miei vissuti. Come scriveva Illich: “In numerose lingue, ‘vivere’ è sinonimo di ‘abitare’. Chiedere ‘dove vivi?’ significa chiedere qual è il luogo dove la tua esistenza quotidiana forma il mondo. Dimmi come abiti e ti dirò chi sei”, e ancora “abitare significa essere presenti nelle proprie tracce, lasciare che la vita quotidiana iscriva la trama delle proprie biografie nel paesaggio”.

Il filosofo Heidegger citava poi spesso una frase di una poesia di Holderlin: “Poeticamente abita l’uomo”. Poesia è poiesis, fare. Ma un fare poetico, simbolico, creativo. E’ iscrivere i significati nel paesaggio, è allestire uno spazio propizio all’incontro, favorevole alla prossimità. Usando la leggerezza e la fantasia, l’originalità e la passione che abbiamo sperimentato in questi giorni, e che Mons. Domenico Pompili ci ha indicato come stile per umanizzare il continente digitale.

In questo spirito, un abbraccio grande a tutti, a Lucia, a Ruggiero, a mr. Magister, Francesca, i corsisti Anicec (che mi hanno salutato con l’annata, come il vino…), i nostri cari vescovi e tutte le persone che hanno partecipato, in tanti modi…

Buon abitare!