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La violenza sulla rete

sabato, febbraio 27th, 2010

Non si può non farsi delle domande di fronte all’ultimo caso del gruppo contro i bambini down su Facebook, e alla clamorosa decisione del tribunale di Milano di condannare tre dirigenti di Google per la pubblicazione su Youtube, nel 2006, del video, girato col telefonino, di un ragazzino disabile picchiato e sbeffeggiato dai compagni di scuola.
Al di là della reazione immediata, che può essere di indignazione, di amarezza, di rabbia o altro, e prima di pensare a quale “punizione esemplare” infliggere ai responsabili, forse bisogna domandarsi su quale terreno culturale germogliano questi frutti disumani. E’ inutile scandalizzarsi, infatti, quando il clima che si respira è quello dell’ossessione identitaria e del rifiuto dell’alterità, vista come minaccia, disturbo, o al massimo utile capro espiatorio per ricompattare un “noi” che non esiste.
Su questo sfondo culturale si innesta poi una questione generazionale. Nella società liquida, mobile, del rischio, dove i riferimenti sono stati decostruiti e tutti possono andare dove vogliono – peccato che non sanno cosa volere – l’ansia del fallimento, e soprattutto l’angoscia dell’irrilevanza, dell’invisibilità, del non essere sociale è fortissima. Il gesto delirante diventa allora un modo per dimostrare a se stessi e agli altri che si esiste, per far parlare di sé, per rendersi visibili anche a chi non vuole guardare. E la rete, oggi, rappresenta un palcoscenico ideale per attirare l’attenzione, anche nel dissenso: pare che la maggior parte degli iscritti al gruppo contro i bambini down fosse lì per protestare, ma questo non ha fatto che aumentare la visibilità, assecondando lo scopo…
La cosa che personalmente più mi rattrista non è tanto l’uscita delirante, quanto il vuoto di una generazione cresciuta a videogame e incapace di distinguere tra la realtà e la finzione, tra l’eccitazione del gesto estremo e le sue conseguenze. E’ triste quello che si intuisce: il vuoto di relazioni, il senso di irrilevanza esorcizzato dall’atto di violenza verbale, o di bullismo, la mancanza di empatia e, probabilmente di una “memoria corporea” di contatti rassicuranti, di un calore relazionale che non si può restituire se non lo si è sperimentato.
Forse l’antidoto all’esibizione delirante di sé attraverso la violenza della parola e del gesto non è la punizione, ma l’educazione: ex-ducere, condurre fuori dalle proprie angosce che si tramutano in violenza distruttiva o autodistruttiva. Portare fuori dall’illusione di poter vincere la paura attraverso deliri su palcoscenici mediatici, e “dentro” la realtà calda, anche se spesso faticosa, delle relazioni con chi è diverso da noi. Prossimità e realtà, nelle sue facce molteplici che non finiscono mai di stupirci e di farci trovare tesori là dove non ce li aspettiamo, sono, forse, la via da tentare.

Prossimità digitali

mercoledì, febbraio 10th, 2010

Oggi vorrei proporvi una voce più ottimista, perché aumentare la consapevolezza dei rischi che corriamo nell’era digitale non significa non poter cogliere le opportunità che ci si offrono. La voce è quella di McLuhan, che oltre a essere un grande studioso dei media era anche un cattolico praticante, e il testo a cui mi riferisco è La luce e il mezzo. Riflessioni sulla religione (www.anobii.com/testimoni#2558C0)
“Mai il potenziale dell’insegnamento e dell’apprendimento della Chiesa è stato grande come nella società elettronica. La ‘catena di Pietro’ può proiettarsi su tutto il mondo: non ha bisogno di stare a Roma. La nuova matrice è acustica, simultanea, elettrica: è in qualche modo in sintonia con la Chiesa, cioè ora l’umanità è veramente ‘totalizzata’. Adesso, ognuno simultaneamente nello stesso posto è coinvolto con qualcun altro”.
E ancora:
“E’ possibile che le nuove tecnologie oltrepassino la verbalizzazione. Non c’è niente di impossibile per il computer – o per quel tipo di tecnologia – che estende la coscienza stessa, come un ambiente universale. In un senso, l’immersione nell’informazione, che oggi stiamo sperimentando elettronicamente, è un’estensione della coscienza medesima. Quali effetti questo possa avere sull’individuo nella società è pura speculazione. Ma è accaduto: non è qualcosa che sta per accadere. Molte persone ritornano all’occulto, alla percezione extrasensoriale, e ad ogni forma di consapevolezza misteriosa, in risposta a questo accerchiamento dell’informazione elettronica. E così viviamo, in senso volgare, in un’era estremamente religiosa. Penso che i tempi che ci accingiamo a vivere sembreranno probabilmente i più religiosi di sempre. Noi siamo già lì”.

Questo tempo di interconnessione e reciproco coinvolgimento è, almeno potenzialmente, un tempo profondamente religioso, in cui possiamo “farci prossimo” (che vuol dire “più vicini”) e scambiarci una parola di speranza.