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Tra online e offline

lunedì, ottobre 25th, 2010

Solitamente non uso lo spazio di questo blog per raccontare cosa mi capita nella vita, ma dopo alcuni giorni di silenzio, legati a una serie di trasferte per l’Italia, mi fa piacere condividere un episodio che mi pare illuminante sul rapporto tra relazioni digitali e relazioni in real life, e che tra l’altro è perfettamente in linea con i risultati della ricerca presentata al convegno Testimoni Digitali.

Proprio su questo blog mi era capitato, prima del convegno, di scambiare alcune considerazioni sulle trasformazioni della comunicazione con un insegnante, tra l’altro impegnato, anche al di fuori della sua missione educativa in senso proprio, in una serie di attività legate allo studio dei media nel contesto sociale ed ecclesiale (aiart, corsi anicec tanto per intenderci…). Dopo qualche scambio di idee sul blog, sulla base delle rispettive esperienze, ci è capitato di incontrarci e presentarci di persona (e dico “capitato”, dato che eravamo più di mille persone!) dentro la cappella Sistina, al termine della prima giornata del convegno. Da lì la richiesta, se mi fosse capitato di passare per il centro Italia, di dedicare una serata alla riflessione sui cambiamenti della comunicazione e sulle ricadute relazionali ed educative del nuovo ambiente mediale. La settimana scorsa questa promessa si è potuta realizzare, preceduta da un’allegra e gustosa  cena in famiglia con tanto di parroco, viceparroco e parroco “storico”, in un clima veramente accogliente e piacevole. Per di più, all’incontro “pubblico” anche il Vescovo si è unito a noi, restando per tutta la serata, durante la quale c’è stato un bello scambio di storie, esperienze, proccupazioni e speranze…

Questo per dire che, al di là degli inevitabili rischi che l’ambiente digitale presenta (come ogni ambiente sociale in generale peraltro…), le opportunità di estendere i territori delle nostre relazioni, alimentando un circuito virtuoso tra contatti online e comunicazione offline, tra scambio di esperienze in rete e incontri nei contesti concreti delle nostre esistenze, tra riduzione della distanza e costruzione di prossimità sono veramente ricche, e sta solo a noi saperle valorizzare.

L’amicizia è un medium (per il messaggio della pubblicità…)

domenica, giugno 6th, 2010

Nell’ultimo numero di Internazionale (http://www.internazionale.it/sommario/) si può leggere un lungo articolo, veramente interessante, dal titolo “Il mio amico Facebook”. Oltre a fornire una serie di dati che è sempre bene avere presente (in soli sei anni di esistenza FB sta per raggiungere i 500 milioni di iscritti, quindi se fosse uno stato sarebbe il terzo più popoloso del mondo; dal 2006 si possono iscrivere anche i ragazzi che hanno compiuto 13 anni, ma è noto che gli 11enni si iscrivono barando sull’età; nei primi tre mesi del 2010 FB ha mostrato ai suoi utenti 176 miliardi di annunci pubblicitari), l’articolo, che è tratto dal Time, è sconcertante per le dichiarazioni di Mark Zuckerberg, e di alcuni suoi collaboratori, che vengono riportate. Mi colpisce sempre l’ipersemplificazione del modo americano di ragionare, e la totale assenza di problematizzazione rispetto a una serie di questioni di fondamentale rilevanza antropologica e sociale. In questo articolo si trovano almeno due affermazioni, disarmanti nel loro candore, ma anche indicative del vuoto culturale del mondo occidentale contemporaneo. La prima è “stiamo costruendo una rete in cui il default è sociale”. Se uno dei guru della rete si pronuncia in questo modo, identificando in maniera aproblematica connessione e relazione, accesso ai profili e socialità e anzi, ancora più gravemente, definendo la socialità come un “effetto” automatico della connessione, credo ci siano gravi motivi di preoccupazione.

La seconda affermazione è di un manager del gruppo Facebook, ed è relativa alla possibilità di sfruttamento commerciale delle reti di contatti, viste come contesti da sfruttare per inserzioni pubblicitarie mirate. Cito: “Se tre dei nostri amici cliccano ‘mi piace’ sul sito di una certa marca di pizza, presto potremmo trovarci un annuncio con i loro nomi che ci consigliano di provarla. E’ un tipo di pubblicità basato sull’influenza del gruppo. Sandberg e gli altri manager di Facebook sanno bene quanto conta il contesto per vendere un prodotto, e pochi contesti funzionano come quello dell’amiciza” (Internazionale 849, 4 giugno 2010, p. 39).

Non è un problema, quindi, che l’amicizia diventi un medium su cui far passare il messaggio pubblicitario, nell’ottica della strumentalizzazione, a fini economici, di ogni dimensione dell’umano:  è la specialità del nostro tempo.

E’ giusto che i genitori si preoccupino degli eventuali contatti con sconosciuti pericolosi attraverso i social network, specie quando i figli sono minori; ma è estremanente pericolosa e distruttiva anche la pedagogia implicita che, con grande leggerezza e una punta di soddisfazione, passa attraverso la gestione della rete come ambiente di relazioni (strumentalizzabili): è il “nichilismo sorridente” che distrugge, sotto i nostri occhi miopi e con il nostro superficiale consenso, le condizioni di una vita umana.