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Rete e comunicazione

sabato, maggio 8th, 2010

La ricerca che  abbiamo presentato al convegno Testimoni Digitali (www.testimonidigitali.it/ricerca) ha fatto emergere una serie di spunti per riflettere su come sta cambiando il nostro modo di metterci in relazione nell’ambiente digitale. Diversamente da quanto i luoghi comuni, ormai consolidati, affermano (la rete è un mondo a parte, un surrogato della realtà, uno spazio di relazioni fittizie e di identità mascherate…) dall’indagine sui 18-24enni di tutta Italia, grandi frequentatori di social network, è emerso come la rete sia soprattutto uno spazio per “essere-con”. La dimensione strettamente comunicativa non è la più importante, e comunque  occorre ripensare il concetto di comunicazione,  abbandonando completamente l’idea di “trasmissione”. Comunicare, lo aveva già detto McLuhan, non è scambiarsi messaggi, ma modificare delle proporzioni (aumentare la sensibilità, avvicinare le persone). Tutto ciò che “avvicina” è un medium, e la rete, prima ancora che consentire di produrre e scambiare messaggi e materiali, serve per ridurre le distanze, per immergersi e lasciarsi coinvolgere da un ambiente di simili. McLuhan sosteneva infatti che è “medium” tutto ciò che produce cambiamento, e che i media modificano i rapporti e le proporzioni dentro il nostro ambiente.

Oggi comunicare è soprattutto avvicinare, ridurre le distanze: la comunicazione è sempre prima fàtica che referenziale, ovvero mira soprattutto ad alimentare il senso di contatto, a mantenere vivo l’”essere-con”, più che il “parlare di”. La comunicazione in rete ha quindi a che fare  soprattutto con il desiderio di avvicinare le persone, di avvicinarci agli altri. Un “essere-con” che non solo non si contrappone, sostituendolo, al rapporto interpersonale nelle situazioni concrete, ma si pone in un certo senso al suo servizio, riconoscendone il primato.

Anche la rete, dunque, risente della svolta “tattile” della comunicazione, del tentativo di ridurre le distanze (il tatto è il senso dell’annullamento della distanza), di “immergersi” in un ambiente relazionale, lasciandosene coinvolgere. Ridurre la distanza non è ancora, però, realizzare una prossimità: ma esprime un bisogno, e può trasformarsi in un’opportunità.

La socialità va in rete

martedì, aprile 6th, 2010

Secondo una mappa stilata dal Global Web Index, sulla base di un questionario somministrato a 32 mila utenti web, le abitudini in rete dal 2009 al 2010 hanno già subito una serie di trasformazioni. Per restare all’Italia, per esempio, Twitter cala, e si verifica anche una lieve flessione dei blog, mentre aumenta moltissimo la quantità di persone che gestiscono un profilo personale (il 5,3% in più dello scorso anno).(global Map of Social Web Involvement – Global Web Index 2009-1

Come ogni dato, anche questo è ambivalente. Da un lato, si potrebbe pensare che la socialità si trasferisce in rete, a scapito delle relazioni faccia a faccia nella quotidianità “offline”; dall’altro è anche vero che in un mondo complesso come quello in cui viviamo, la “manutenzione delle relazioni” può trarre grandissimo giovamento dai nuovi ambienti digitali, che consentono di mantenere contatti, organizzare incontri, rintracciare persone, mettere in relazione gruppi, costruire spazi comuni da abitare…

L’esplosione dei social network è in fondo una buona notizia, se riesce a costruire un terreno in cui esprimere e coltivare questo tratto antropologico fondamentale. Come scrive il Papa nella Caritas in Veritate, al n. 55, “La rivelazione cristiana sull’unità del genere umano presuppone un’interpretazione metafisica dell’humanum in cui la relazionalità è un elemento essenziale”.

La violenza sulla rete

sabato, febbraio 27th, 2010

Non si può non farsi delle domande di fronte all’ultimo caso del gruppo contro i bambini down su Facebook, e alla clamorosa decisione del tribunale di Milano di condannare tre dirigenti di Google per la pubblicazione su Youtube, nel 2006, del video, girato col telefonino, di un ragazzino disabile picchiato e sbeffeggiato dai compagni di scuola.
Al di là della reazione immediata, che può essere di indignazione, di amarezza, di rabbia o altro, e prima di pensare a quale “punizione esemplare” infliggere ai responsabili, forse bisogna domandarsi su quale terreno culturale germogliano questi frutti disumani. E’ inutile scandalizzarsi, infatti, quando il clima che si respira è quello dell’ossessione identitaria e del rifiuto dell’alterità, vista come minaccia, disturbo, o al massimo utile capro espiatorio per ricompattare un “noi” che non esiste.
Su questo sfondo culturale si innesta poi una questione generazionale. Nella società liquida, mobile, del rischio, dove i riferimenti sono stati decostruiti e tutti possono andare dove vogliono – peccato che non sanno cosa volere – l’ansia del fallimento, e soprattutto l’angoscia dell’irrilevanza, dell’invisibilità, del non essere sociale è fortissima. Il gesto delirante diventa allora un modo per dimostrare a se stessi e agli altri che si esiste, per far parlare di sé, per rendersi visibili anche a chi non vuole guardare. E la rete, oggi, rappresenta un palcoscenico ideale per attirare l’attenzione, anche nel dissenso: pare che la maggior parte degli iscritti al gruppo contro i bambini down fosse lì per protestare, ma questo non ha fatto che aumentare la visibilità, assecondando lo scopo…
La cosa che personalmente più mi rattrista non è tanto l’uscita delirante, quanto il vuoto di una generazione cresciuta a videogame e incapace di distinguere tra la realtà e la finzione, tra l’eccitazione del gesto estremo e le sue conseguenze. E’ triste quello che si intuisce: il vuoto di relazioni, il senso di irrilevanza esorcizzato dall’atto di violenza verbale, o di bullismo, la mancanza di empatia e, probabilmente di una “memoria corporea” di contatti rassicuranti, di un calore relazionale che non si può restituire se non lo si è sperimentato.
Forse l’antidoto all’esibizione delirante di sé attraverso la violenza della parola e del gesto non è la punizione, ma l’educazione: ex-ducere, condurre fuori dalle proprie angosce che si tramutano in violenza distruttiva o autodistruttiva. Portare fuori dall’illusione di poter vincere la paura attraverso deliri su palcoscenici mediatici, e “dentro” la realtà calda, anche se spesso faticosa, delle relazioni con chi è diverso da noi. Prossimità e realtà, nelle sue facce molteplici che non finiscono mai di stupirci e di farci trovare tesori là dove non ce li aspettiamo, sono, forse, la via da tentare.