Un elemento importante emerso nella discussione di oggi qui all’università di Kyoto riguarda due diverse concezioni di “autonomia”: una è procedurale, basata su un modello individualista e liberista, e si definisce come libertà dai vincoli e possibilità di disporre dei beni necessari a realizzare i propri progetti (da qui, una concezione “distributiva” della giustizia, preoccupata della simmetria di tale distribuzione). Una seconda accezione, meno astratta e individualista, ha piuttosto a che fare con la questione del riconoscimento: l’autonomia è, in questa prospettiva, intrinsecamente legata alla storia personale, e alle relazioni di cui tale storia è intrecciata. L’autononia si raggiunge attraverso il riconoscimento reciproco dei bisogni, delle qualità, dell’utilità collettiva delle nostre capacità, in una pluralità di contesti (familiare, amicale, lavorativo..).
Questa prospettiva si colloca in un regime di reciprocità, ma non necessariamente di simmetria; di intersoggettività, e non di individualismo; di concretezza esistenziale e non di astrazione; di valorizzazione di tutti i contesti e gli ambiti della società civile in cui il riconoscimento ha luogo (associazioni, chiesa, scuola…).
Grazie alla dinamica del riconoscimento, l’autonomia non è una “proprietà” dell’individuo, da difendere strenuamente contro le potenziali invasioni e ingerenze esterne, ma una condizione in continua trasformazione, che si raggiunge (mai definitivamente) solo attraverso il “giro lungo” che passa attraverso il riconoscimento degli altri. L’autonomia è qualcosa che dobbiamo perseguire, ma che insieme ci è donata dagli altri.