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	<title>L&#039;era dei Testimoni &#187; sensi</title>
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	<description>Abitare il continente digitale - Chiara Giaccardi</description>
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		<title>Per un’antropologia della contemporaneità: lo spazio</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Mar 2010 08:17:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eratestimone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno dei primi aspetti che gli antropologi osservano per comprendere le culture alle quali si avvicinano è lo spazio: il modo in cui è organizzato in funzione delle relazioni, il modo in cui traduce i valori di riferimento e ospita le pratiche quotidiane dei membri del gruppo.
Lo spazio non è un contenitore neutro. Da un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Uno dei primi aspetti che gli antropologi osservano per comprendere le culture alle quali si avvicinano è lo spazio: il modo in cui è organizzato in funzione delle relazioni, il modo in cui traduce i valori di riferimento e ospita le pratiche quotidiane dei membri del gruppo.<br />
Lo spazio non è un contenitore neutro. Da un lato esprime valori e significati, dall’altro orienta e spesso cerca di “disciplinare” i comportamenti. L’aula scolastica, per esempio, come scriveva McLuhan, è una sorta di “prigione” su modello della pagina stampata, in cui studenti cresciuti con il modello coinvolgente e partecipativo della televisione si trovano bloccati in file lineari, ad apprendere nozioni spazializzate su pagine prodotte in serie.<br />
Le corsie delle autostrade, i marciapiedi, le scale mobili (solo per citare alcuni aspetti dello spazio pubblico) predispongono i codici di movimento nello spazio ai quali siamo tenuti a conformarci. Ma anche nelle nostre case lo spazio è codificato secondo i valori della nostra cultura: non un unico spazio multifunzionale (come in tante altre culture, in cui la disposizione e l’uso della stanza cambiano a seconda delle ore del giorno e delle circostanze), ma una stanza per ogni funzione, e, possibilmente, per ogni membro della famiglia: individualismo e funzionalismo, oltre che una rigorosa separazione tra dentro e fuori, sono i valori di cui le nostre case soprattutto parlano.<br />
Lo spazio lo percepiamo attraverso i nostri sensi: non c’è solo uno spazio visivo, ma anche uno spazio acustico (i paesaggi sonori delle nostre città..), uno spazio olfattivo (dai mercati delle spezie mediorientali alle fragranze di pop corn diffuse nei cinema per incentivare l’acquisto: sul marketing olfattivo si può vedere per esempio <a href="http://www.quellidelnaso.it/">http://www.quellidelnaso.it/</a>), uno spazio tattile e così via…<br />
Ma lo spazio non è solo quello che i nostri sensi ci comunicano, che &#8220;riceviamo&#8221; dall&#8217;esterno: è anche quello che organizziamo con le nostre attività, a partire dal modo in cui ci disponiamo nello spazio col nostro corpo (la postura dà informazioni sul nostro stato di salute, la nostra età, il nostro umore, il nostro status sociale), da come occupiamo lo spazio con i nostri gesti, da che distanza teniamo quando comunichiamo con le altre persone (in genere più elevata se sono estranei, o persone importanti), fino ad arrivare al modo in cui organizziamo lo spazio per poter svolgere le nostre attività e allo spazio domestico, urbano e, oggi, digitale.<br />
Nella nostra vita quotidiana rivendichiamo sempre delle porzioni di spazio per svolgere le nostre attività (il “nostro” posto a tavola, la “nostra” scrivania, il posto sul mezzo pubblico o al cinema – che segnamo con un marcatore di possesso, cappotto o borsa, se lo abbandoniamo per un attimo), fino al telo sulla spiaggia e tanti altri territori temporanei, di cui rivendichiamo il diritto esclusivo d’uso, anche se temporaneamente.<br />
I territori sono strumentali, servono a svolgere le nostre attività: sono dei prolungamento di noi stessi e dei nostri spazi funzionali.<br />
I luoghi, invece, in senso antropologico, sono quelle porzioni di spazio significative per il soggetto perché legate alla sua identità, alla sua storia, alle relazioni significative (due libri importanti su questi aspetti sono <em>La poetica dello spazio</em> di Gaston Bachelard <a href="http://www.anobii.com/search?s=1&amp;productType=0&amp;keyword=bachelard+poetica+dello+spazio">http://www.anobii.com/search?s=1&amp;productType=0&amp;keyword=bachelard+poetica+dello+spazio</a>,  e <em>Non –luogh</em>i di Marc Augé <a href="http://www.anobii.com/search?s=1&amp;productType=0&amp;keyword=aug%C3A9+non+luoghi">http://www.anobii.com/search?s=1&amp;productType=0&amp;keyword=aug%C3%A9+non+luoghi</a>).<br />
I non-luoghi, al contrario, sono quegli spazi di attraversamento o di vicinanza anonima in cui prevale la strumentalità e l’individualismo, e rispetto ai quali non c’è nessun investimento affettivo: le stazioni, gli aeroporti, i centri commerciali sono non-luoghi di contiguità senza relazione, di attraversamento o sosta temporanea senza investimento, senza passato e futuro.<br />
Il continente digitale è certamente ricco di opportunità “territoriali” funzionali e strumentali, dal momento che offre possibilità molteplici di estendere il proprio sé  (i sensi, la memoria, l’accessibilità a mondi e la capacità di raggiungere persone e informazioni a distanza..), ed è anche, potenzialmente, un non-luogo di contiguità senza storia e senza futuro. Ma, altrettanto certamente, può essere, ed è di fatto in tante sue manifestazioni, un luogo antropologico di condivisione e incontro, memoria e progettazione, identità e dialogo, dentro e fuori la rete.<br />
Anche le pratiche con cui esploriamo, condividiamo e organizziamo questo spazio sono fondamentali per dare forma al continente digitale.</p>
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		<title>Le fedeltà del nostro tempo</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 11:09:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Fedeltà, fede, fiducia, hanno la stessa radice: fides (corda, legame): questo campo semantico articolato è la “casa” del testimone.
Nella nostra cultura l’unica fedeltà accettata come compatibile con la libertà pare la “fedeltà alla marca”, promossa dalla pubblicità (va bene cambiare il marito, ma non il fustino di detersivo), e i “lovemarks” rappresentano l’ultima frontiera del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fedeltà, fede, fiducia, hanno la stessa radice: fides (corda, legame): questo campo semantico articolato è la “casa” del testimone.<br />
Nella nostra cultura l’unica fedeltà accettata come compatibile con la libertà pare la “fedeltà alla marca”, promossa dalla pubblicità (va bene cambiare il marito, ma non il fustino di detersivo), e i “lovemarks” rappresentano l’ultima frontiera del marketing: “Che cosa sono i Lovemarks? Sono quei marchi di prodotti a cui siamo legati da una relazione affettiva, da un rapporto che coinvolge tutti i nostri sensi, e che sono stati capaci di instaurare un senso di lealtà nell&#8217;acquirente, in grado di attrarci aldilà di ogni forma di razionalità, che sia economica o pratica”. E ancora: “Vantaggi di prezzo, servizio, qualità e design non sono più sufficienti per vincere. A determinare il successo di un&#8217;azienda, oggi, è ciò che i consumatori provano per essa, il legame affettivo che con essa stabiliscono. Questo fenomeno emotivo sta cambiando tutto”.<br />
Tutto nasce da Kevin Roberts, amministratore delegato di una delle più grandi agenzie di pubblicità globali, il quale si è posto una domanda interessante: “Che cosa costruisce una fedeltà che va oltre la ragione? Che cosa consente a un vero amore di resistere?”. Una domanda non esistenziale, ma economica: e la risposta è “l’amore è ciò che consente di salvare la marca”. Da qui il concetto di lovemark, subito diventato un classico del marketing. Il lovemark è la nostra brand del cuore, quella che suscita “amore e rispetto”, e quindi fedeltà.<br />
Ci sono tre ingredienti chiave del lovemark (che l’ideatore non esita a chiamare “la trinità”): mistero (grandi storie passate e future, miti e icone, riferimenti onirici…); sensualità (coinvolgimento di tutti i sensi); intimità (empatia,  passione, legame).<br />
Per interessanti testimonianze sulle marche del cuore si possono vedere alcuni video <a href="http://www.lovemarks.com/video/212">http://www.lovemarks.com/video/212</a>).</p>
<p>Questa, come altre che attingono dal linguaggio della spiritualità e della profondità esistenziale per applicarlo all’ambito del consumo, è un’operazione doppiamente demolitiva: da un lato banalizza e svilisce un linguaggio che si riferisce agli aspetti più preziosi dell’esistenza, facendolo rientrare nel regime delle equivalenze (dove tutto è lecito, purchè funzionale all’obiettivo); dall’altro satura questi campi semantici con la presenza piena della merce, come se essa potesse rappresentare la risposta al desiderio, come se non fosse necessario cercare nient’altro, oltre l’orizzonte ristretto dell’immanenza del consumo.</p>
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		<title>Digito ergo sum: la cultura tattile del mondo digitale</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 16:28:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eratestimone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Le mie dita sono diventate parte del cervello. Se sono lontano dalla scrivania, uso il Blackberry. E’ una reazione fisica. Per trovare le informazioni che mi servono, devo cominciare a manipolare le informazioni con le dita. Quando sono alla scrivania, succede la stessa cosa: se allungo la mano verso il mouse, vuol dire che sto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Le mie dita sono diventate parte del cervello. Se sono lontano dalla scrivania, uso il Blackberry. E’ una reazione fisica. Per trovare le informazioni che mi servono, devo cominciare a manipolare le informazioni con le dita. Quando sono alla scrivania, succede la stessa cosa: se allungo la mano verso il mouse, vuol dire che sto pensando. E’ una cosa che faccio inconsciamente. Succede e basta. Ma è così che ora mi accorgo di aver cominciato a pensare. Il mio rapporto con le informazioni è molto più tattile di prima”.</p>
<p>Questa è la dichiarazione di James O’Donnell, Rettore della Georgetown University,  riportata su <em>Internazionale</em> del 29/1-4/2 (<a href="http://www.internazionale.it">www.internazionale.it</a>).<br />
Un’affermazione interessante, che fa riflettere sulla svolta tattile della nostra cultura (che McLuhan aveva previsto già negli anni ’60).<br />
Ci sono tanti indicatori di questo carattere sempre più tattile del nostro modo di vivere, comunicare, pensare. Intanto le tecnologie sono sempre più miniaturizzate, portatili,<em> user friendly</em> e incorporate nella maggior parte delle nostre routines quotidiane: nel lavoro, nelle relazioni, nel tempo libero continuamente ci interfacciamo tattilmente con una serie di strumenti.<br />
Poi il “bagno sensoriale” in cui ci piace tanto immergerci, e che ci dà il senso del mondo e soprattutto di noi stessi (come piacevolezza, emozione, intensità esperienziale) passa da quell’intreccio di tutti i sensi, non localizzato in un organo specifico ma coestensivo alla nostra persona, che è appunto il tatto.<br />
Inoltre, dalla dichiarazione sopra riportata emerge un&#8217;altra svolta interessante: le mani non sono più principalmente lo strumento dell’homo faber che costruisce oggetti nel mondo, ma dei “sensori” che da un lato trasmettono impulsi direttamente al cervello, dall’altro consentono di esteriorizzare il circuito del pensiero e della riflessività, facendogli fare un ”giro lungo” che passa attraverso la corporeità e la manipolazione e non resta confinato nell’astrazione e nella pura interiorità.<br />
Oggi per conoscere (noi stessi, il mondo, gli altri) dobbiamo toccare.</p>
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		<title>Digito, ergo sum: la cultura tattile del mondo digitale“Le mie dita sono diventate parte del cervello. Se sono lontano dalla scrivania, uso il Blackberry. E’ una reazione fisica. Per trovare le informazioni che mi servono, devo cominciare a manipolare le informazioni con le dita. Quando sono alla scrivania, succede la stessa cosa.: se allungo la mano verso il mouse, vuol dire che sto pensando. E’ una cosa che faccio inconsciamente. Succede e basta. Ma è così che ora mi accorgo di aver cominciato a pensare. Il mio rapporto con le informazioni è molto più tattile di prima” Questa è la dichiarazione di James O’Donnell, Rettore della Georgetown University,  riportata su Internazionale del 29/1-4/2 (www.internazionale.it). Un’affermazione interessante, che fa riflettere sulla svolta tattile della nostra cultura (che McLuhan aveva previsto già negli anni ’60). Ci sono tanti indicatori di questo carattere sempre più tattile del nostro modo di vivere, comunicare, pensare. Intanto le tecnologie sono sempre più miniaturizzate, portatili, user friendly e incorporate nella maggior parte delle nostre routines quotidiane: nel lavoro, nelle relazioni, nel tempo libero continuamente ci interfacciamo tattilmente con una serie di strumenti.  Poi il “bagno sensoriale” in cui ci piace tanto immergerci, e che ci dà il senso del mondo e soprattutto di noi stessi (come piacevolezza, emozione, intensità esperienziale) passa da quell’intreccio di tutti i sensi, non localizzato in un organo specifico ma coestensivo alla nostra persona, che è appunto il tatto.  Inoltre, dalla dichiarazione sopra riportata emerge un&#8217;altra svolta interessante: le mani non sono più principalmente lo strumento dell’homo faber che costruisce oggetti nel mondo, ma dei “sensori” che da un lato trasmettono impulsi direttamente al cervello, dall’altro consentono di esteriorizzare il circuito del pensiero e della riflessività, facendogli fare un ”giro lungo” che passa attraverso la corporeità e la manipolazione e non resta confinato nell’astrazione e nella pura interiorità.  Oggi  per conoscere dobbiamo toccare.</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 16:21:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“Le mie dita sono diventate parte del cervello. Se sono lontano dalla scrivania, uso il Blackberry. E’ una reazione fisica. Per trovare le informazioni che mi servono, devo cominciare a manipolare le informazioni con le dita. Quando sono alla scrivania, succede la stessa cosa: se allungo la mano verso il mouse, vuol dire che sto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Le mie dita sono diventate parte del cervello. Se sono lontano dalla scrivania, uso il Blackberry. E’ una reazione fisica. Per trovare le informazioni che mi servono, devo cominciare a manipolare le informazioni con le dita. Quando sono alla scrivania, succede la stessa cosa: se allungo la mano verso il mouse, vuol dire che sto pensando. E’ una cosa che faccio inconsciamente. Succede e basta. Ma è così che ora mi accorgo di aver cominciato a pensare. Il mio rapporto con le informazioni è molto più tattile di prima”.</p>
<p>Questa è la dichiarazione di James O’Donnell, Rettore della Georgetown University,  riportata su <em>Internazionale</em> del 29/1-4/2 (www.internazionale.it).<br />
Un’affermazione interessante, che fa riflettere sulla svolta tattile della nostra cultura (che McLuhan aveva previsto già negli anni ’60).<br />
Ci sono tanti indicatori di questo carattere sempre più tattile del nostro modo di vivere, comunicare, pensare. Intanto le tecnologie sono sempre più miniaturizzate, portatili, <em>user friendly </em>e incorporate nella maggior parte delle nostre routines quotidiane: nel lavoro, nelle relazioni, nel tempo libero continuamente ci interfacciamo tattilmente con una serie di strumenti.<br />
Poi il “bagno sensoriale” in cui ci piace tanto immergerci, e che ci dà il senso del mondo e soprattutto di noi stessi (come piacevolezza, emozione, intensità esperienziale) passa da quell’intreccio di tutti i sensi, non localizzato in un organo specifico ma coestensivo alla nostra persona, che è appunto il tatto.<br />
Inoltre, dalla dichiarazione sopra riportata emerge un&#8217;altra svolta interessante: le mani non sono più principalmente lo strumento dell’homo faber che costruisce oggetti nel mondo, ma dei “sensori” che da un lato trasmettono impulsi direttamente al cervello, dall’altro consentono di esteriorizzare il circuito del pensiero e della riflessività, facendogli fare un ”giro lungo” che passa attraverso la corporeità e la manipolazione e non resta confinato nell’astrazione e nella pura interiorità.<br />
Oggi  per conoscere (noi stessi, il mondo, gli altri) dobbiamo toccare.</p>
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		<title>Non solo al presente</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Feb 2010 18:44:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eratestimone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il mondo digitale non è un mondo di strumenti, che utilizziamo e poi mettiamo da parte quando hanno svolto la loro funzione. E’ un ambiente in cui siamo immersi, in cui sempre più persone vivono costantemente iperconnesse, E’ rispetto a questo contesto che la figura del testimone oggi si definisce, come un modello e come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il mondo digitale non è un mondo di strumenti, che utilizziamo e poi mettiamo da parte quando hanno svolto la loro funzione. E’ un ambiente in cui siamo immersi, in cui sempre più persone vivono costantemente iperconnesse, E’ rispetto a questo contesto che la figura del testimone oggi si definisce, come un modello e come un compito che, da persone a cui questo mondo e chi lo abita stanno a cuore, ci poniamo.<br />
Su queste pagine digitali vorrei provare, spero col vostro aiuto, a mettere a fuoco i caratteri e i compiti del testimone oggi. Intanto, come si è visto, il testimone ha a che fare con l’esperienza, coi sensi. Può annunciare solo ciò che lo ha toccato.<br />
Oggi vorrei sottolineare un aspetto forse meno immediato, ma credo importante: il testimone capisce “dopo”. Non ha subito tutto chiaro. Anzi, spesso riconosce l’evento, e soprattutto il suo significato, solo quando è passato.<br />
Michel De Certeau in <em>Mai senza l’Altro</em>, spiega bene questo punto, e mi pare bello prendere in prestito le sue parole:<br />
“Vi sono nella storia personale e nella storia dell’umanità delle rotture, momenti privilegiati e che appaiono come tali. Avviene qualcosa che sorprende e che pone un inizio.<br />
Nessuno di noi ignora questi momenti talora segreti, e che ci è dato di capire soltanto molto tempo dopo che sono accaduti. Siamo mossi da eventi che ci cambiano, e di cui ci rendiamo conto molto più tardi. Forse c’è qui uno degli aspetti più caratteristici dell’evangelo: i discepoli, gli apostoli, i testimoni non cessano di comprendere solo più tardi ciò che è successo loro. Il senso e l’intelligenza vengono dopo l’evento…. C’è un ritardo dell’intendere”.<br />
Dio lo riconosciamo “di spalle”, perché eccede le nostre categorie e le nostre modalità di percezione. Ma per riconoscerlo dobbiamo ricordare. E’ nella memoria che rileggiamo certi eventi, certi incontri, certe gioie o sofferenze, come Suoi segni.<br />
Per questo il testimone non può accontentarsi di vivere solo nell’immersione del presente.</p>
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