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Senza sguardo

lunedì, marzo 8th, 2010

Stampa, televisione, cartelloni e internet ci immergono in un universo di presenze virtuali e seduttive in cui la donna è onnipresente. L’immaginario attivato e riprodotto da queste immagini è, nelle retoriche dominanti, quello della liberazione dai ruoli, della padronanza di sé, del libero gioco delle identità, della trasgressione e così via. Ma sotto questa crosta ideologica, troppo funzionale alla riproduzione di un sistema onnivoro (che divora ogni aspetto del reale e della vita, e lo ripropone poi come merce da consumare) per essere casuale, si può leggere un’inquietante analogia, che rivela il libertarismo contemporaneo come l’altra faccia, parimenti disumanizzante, del fondamentalismo.
Due immagini emblematiche, entrambe molto presenti sui media: la donna velata dal burqua, impermeabile allo sguardo e dunque incapace di restituirlo, murata nella sua invisibilità e incomunicabilità; la donna-manichino della pubblicità, perfetta nella sua femminilità di plastica, priva di espressione per poter assumere plasticamente qualsiasi espressione, priva di sguardo perché lo sguardo, lo sa bene il fondamentalismo islamico, è un connettore relazionale, genera un legame di reciprocità.
Il volto oscurato e il volto inespressivo sono entrambi un non-volto: la differenza è nella manifestazione, che è però epifenomeno di una stessa verità. L’essere umano di oggi è senza sguardo. La sua umanità è mutilata. La sua immagine è cancellata (dalla copertura di stoffa) o resa idolo, riempita dai significati della cultura dell’immagine e del consumo,  senza aperture. In entrambi i casi, non c’è spazio alcuno per l’individualità. la libertà, l’umanità.
Il primo caso è il più evidente: il fondamentalismo rompe la dialettica dubbio/certezza, e chiede adesione pura alla certezza indiscussa. Ogni affermazione di individualità, ogni sguardo di curiosità, ogni reciprocità comunicativa non può che rappresentare un potenziale pericolo. Negare lo sguardo (la visibilità ma anche la reciprocità) è un modo di tenere in schiavitù (diverso, ma non è questa la sede per parlarne, il discorso del hijab, che ha più a che vedere con il pudore, con le tradizioni, con l’esibizione di segni identitari).
Ma anche la nostra cultura rischia di produrre soggetti senza sguardo. Non perchè devono guardare una cosa sola, ma perché devono essere liberi di poter guardare tutto, e così non guardano niente: ogni fissazione dello sguardo potrebbe compromettere il libero gioco delle possibilità, potrebbe rendere, con una bella espressione di Lévinas, “ostaggio dell’altro”. Questi corpi senza sguardo sono anche corpi muti, chiusi nella loro ottusità e sordità a tutto ciò che è altro (che ne potrebbe rivelare l’aspetto grottesco). Pure presenze senza rinvio, sigillate, secondo una efficace espressione di Jean-Luc Nancy, in un “blocco stupido e soddisfatto di sé”.
L’immagine, allora, da possibile “icona” (come soglia verso una realtà che non può mai essere totalmente presente), diventa “monstrum”, ostensione violenta che non ammette altro fuori di sé, che esclude, con la propria arrogante esibizione di non senso, la possibilità stessa del senso. Una presenza piena, un coagulo di materia, un idolo che non rimanda ad altro tranne che a se stesso.
Lo scontro di civiltà si rappresenta oggi sul corpo della donna come esibizione di due estremi violenti: il senza-immagine (lo sguardo coperto) e il tutto-idolo (la presenza appagata di sé, lo sguardo che non guarda)
In entrambi i casi si può intravvedere un’operazione biopolitica: iscrivere nel corpo del soggetto la verità che si vuole affermare.
Come scrive Nancy, “la violenza è sempre un eccesso sui segni”: lavoriamo allora per sottrazione, rifiutando che qualsiasi immagine (anche quella agiografica ed edificante) si trasformi in idolo, in presenza piena, cieca e sorda a una verità che si nasconde sempre e che nessuno, per fortuna, può possedere.

Editoriale pubblicato su piuvoce.net:  http://www.piuvoce.net/newsite/articolo_opinionista.php?id=163

Testimonianza e discernimento

venerdì, febbraio 19th, 2010

Il testimone è capace di discernimento, non è un “registratore”: il suo sguardo non è uno scanner,  ma  un canale di sollecitudine, un modo di avvicinarsi alla realtà e comprenderla, alle persone e farsi tramite delle loro storie.

Il testimone è critico (da krìno = distinguo). Non è soggetto al  “dovere di informazione”, non soggiace al “diritto di cronaca”, nè seleziona per compiacere qualcuno.
L’indicazione per essere buoni testimoni ci viene da S. Paolo, quando dice : “esaminate ogni cosa e tenete ciò che è buono” (1 Tess, 5, 21)

Verità dell’immagine e verità dello sguardo

venerdì, febbraio 12th, 2010

Nel linguaggio giuridico il testimone è colui o colei che non possiede la verità, ma ha sulla verità una prospettiva parziale e ciononostante attendibile, perché è stato/a presente all’evento, ne è stato toccato/a, e quindi può contribuire alla ricostruzione della verità dei fatti.
Se traduciamo questa figura nell’esperienza quotidiana, nella dimensione esistenziale, vediamo che la definizione tiene, anche se la verità cui ci riferiamo non è, o non è solo, quella dei fatti.
Ogni testimonianza della verità è insieme parziale e irrinunciabile: questo ci consente di rileggere la questione dell’unicità di ciascuna persona in chiave non individualistica, ma relazionale: è solo nella relazione, e nella comunicazione, che la nostra pur legittima – e assolutamente unica (nessuno vede e sente esattamente quello che vedo e che sento io) parzialità prospettica si può comporre con altre, e in questo modo può contribuire a ricomporre un’immagine, sempre incompleta, ma potenzialmente sempre più ricca, della verità.
Me le immagini, questi squarci prospettici sul reale che quotidianamente accompagnano le nostre vite, ci aiutano a ricomporre la verità? Forse non tanto, come acutamente suggerisce Georges Didi-Huberman, filosofo e storico dell’arte (“L’immagine brucia”, in Teorie dell’immagine, a cura di A. Pinotti e A. Somaini, Milano, Raffaello Cortina, 2009, pp. 258-259):
“Viviamo all’epoca dell’immaginazione lacerata. L’informazione ci dà troppo, moltiplicando le immagini, e noi siamo portati a non credere più a niente di quello che vediamo, e infine a non volere più guardare niente di ciò che abbiamo sotto gli occhi”.
Riusciamo a essere testimoni quando riusciamo a posare sulla realtà e sul volto dell’altro uno “sguardo senza immagine”, senza i filtri e le incrostazioni del “troppo” che abbiamo già visto. Solo così la realtà appare come nuova, e genera “meraviglia e stupore” (At 3, 10).
Il testimone si ostina a guardare oltre le immagini, e per questo, alla fine, riesce a vedere qualcosa di vero.